Reato ai minori di 18 anni

da | Set 18, 2023 | IN PRIMO PIANO

I recenti stupri di Palermo e Caivano, con i social come cassa di risonanza, le esose richieste di video da parte di migliaia di possibili fruitori, i commenti più o meno sessisti e la violenza, imbiancata dalla sacra calce della vendetta, tutto questo e l’oggettivo dato statistico di un femminicidio ogni tre giorni: più che una nazione civile l’Italia sembra diventata un laboratorio sociale sulle devianze, minorili e non, e come in ogni laboratorio fioccano gli esperimenti e le possibili ricette di guarigione.

Il Belpaese è uno dei pochi stati membri dell’UE in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria a scuola, al punto che dal 1977 ad oggi sono state ben sedici le proposte di legge dedicate a naufragare, ed è ovvio che questo riguardi, trasversalmente, sia la Destra che la Sinistra.

Il tabù del gender sembra paralizzare ogni possibile percorso di educazione alle differenze per ciò che concerne il Governo, secondo il mantra: «l’educazione (soprattutto se sessuale) alle famiglie, e l’istruzione alle scuole», al punto che persino la premier ha laconicamente concluso, sull’introduzione dell’educazione sessuale a scuola: «credo sia meglio che venga affidata alle famiglie».

Eppure, a  comprendere che il problema non si esaurisce solo inasprendo le pene ma che occorra un percorso educativo e formativo, è stata anche la responsabile leghista alle Pari Opportunità, Laura Ravetto, che ha dichiarato: «ci vuole un affiancamento scolastico perché con tutta evidenza se ho un reato del genere devo rivolgermi alla scuola, l’agenzia formativa per eccellenza»; la proposta della Ravetto, che non a caso ricopre il ruolo di vice-presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sui femminicidi, è quella di integrare, durante l’ora di educazione civica, una lotta alla stereotipizzazione e oggettivazione della donna da parte maschile, e la promozione, da parte femminile, di una cultura non rinunciataria o vittimista.

La proposta, già sul tavolo del Ministro Valditara che potrebbe integrarla in un unico decreto, si affianca alla denuncia da parte di operatrici e operatori del settore che lamentano scarsità di fondi e una radice volontaristica, cosa che rende lo sradicamento del maschilismo 2.0 un lavoro frammentario e non sistemico. Va inoltre aggiunto che considerare la famiglia il luogo deputato all’educazione sessuale e di genere, laddove il 70% di crimini di questo tipo avviene proprio nei contesti famigliari o per mano di partner o ex partner, e che di solito, per lo meno in Italia, vige in tal senso un imbarazzato silenzio da parte dei genitori nei confronti dei minori più (dis)informati che mai, è alquanto miope.

Proprio Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione e del Merito, sta per presentare un progetto che prevede l’educazione al genere e la prevenzione contro gli abusi, attraverso delle lezioni che, oltre ad includere esperti esterni, coinvolgeranno i ragazzi stessi secondo il modello della peer education, e cioè una suddivisione in gruppi di lavoro tematici che spiegheranno i singoli argomenti ai propri coetanei utilizzando un linguaggio semplice, veloce e comprensibile.

L’iniziativa, lodevole negli intenti, è stata molto criticata perché limitata sia a livello temporale (terminerebbe il 25 novembre) che anagrafico (coinvolgerebbe solo i discenti delle scuole superiori e, verosimilmente, dalla terza alla quinta classe), ma anche perché figlia di una ratio più punitiva che educativa, in grado di aggredire il problema solo una volta presentatosi, e senza un’adeguata prevenzione.

È pur vero che la violenza sulle donne, in un paese geneticamente ancora patriarcale come l’Italia, c’è sempre stata ma i due nuovi fattori con cui confrontarsi sono la narrazione in presa diretta (e la viralità al nono grado della scala Mercalli) rappresentate dai social e dal web in genere, e la sempre più giovane età dei suoi interpreti.

Chi compie simili violenze, solitamente inconsapevole della gravità del proprio gesto e protetto, o presunto tale, dall’anonimato del branco, filma l’accaduto anche per rendere ricattabile la vittima, ricatto che la offende due volte ma che descrive anche l’ignoranza del mezzo da parte di chi lo utilizza: va oltretutto considerato il fenomeno del «bias di conferma», e cioè la limitata ricerca da parte di chi ha un orizzonte culturale maschilista di opinioni e mentalità che ne confermino ed esasperino le convinzioni.

La facilità, e gratuità, di accesso ai siti pornografici e l’abbassamento dell’età di fruizione, scesa dalla forbice 11/14 ad 8 anni, e cioè l’età media di acquisto del primo smartphone, hanno demolito la sfera del desiderio di milioni di preadolescenti, consegnandoli alla meccanica di tutorial in cui il mondo relazionale e dialogico, ma anche la dimensione del mistero che stimola la conoscenza di sé stessi e del proprio partner, sono completamente assenti.

Creare una relazione di causalità diretta fra questo cortocircuito e i recenti stupri sarebbe sbrigativo e grossolano, ma intanto dalla castrazione chimica proposta da Matteo Salvini al j’accuse dell’icona hard Siffredi che ha invocato la chiusura dei siti porno ai minori di diciotto anni, la ministra della famiglia Eugenia Roccella, appurato che ormai un minore su due accede con facilità a contenuti di sesso esplicito, sta lavorando su un blocco delle maggiori piattaforme pornografiche ai minori tramite la certificazione conto terzi: dando per scontato che la domanda «sei maggiorenne?» come blocco all’ingresso è quasi ridicola, che il parental control non funziona e che la richiesta di un eventuale documento d’identità metterebbe nelle mani di suddetti siti troppe informazioni personali, la soluzione è che le stesse piattaforme si affidino a pagamento a servizi esterni di certificazione, come il già funzionante Yoti.

La Francia si sta già muovendo in questa direzione, come Texas, Lousiana e Australia, ed anche se tale rimedio non arginerebbe completamente il problema, stornando la circolazione di eventuali contenuti vietati su chat e social, si tratta di un primo passo di sensibilizzazione verso un’idea di sessualità diversa da un videogame con bambole gonfiabili col minimo comune denominatore della violenza, reale o sottintesa.

Sono in molti gli psicoterapeuti che parlano di una sessualità preadolescenziale basata sulla mimesi di contenuti vietati, soprattutto quelli che iniziano con un rifiuto femminile che poi muta in consenso forzato, senza considerare l’incredibile mole di immagini volontariamente o involontariamente erotiche presenti in Rete, che testimoniano un’evidente mancanza di cultura relazionale.

Eppure, il maggiore paradosso sembra provenire proprio dal mondo della musica dove ogni giorno artisti poco più che ventenni pubblicano canzoni con contenuti che definire sessisti sarebbe lusinghiero, col beneplacito di Spotify ed etichette discografiche, ingolosite dalle milioni di views che mietono a strascico e indifferenti al naufragio etico che promuovono: con un solo verso di simili hit si sarebbe bannati all’istante da qualsiasi social o arena di dibattito civile.

Le canzoni di protesta e la trasgressione sono sempre esistite a livello musicale, ma non hanno mai beneficiato di milioni di utenti e questo perché il target culturale proposto è così basso da rasentare un pericoloso gioco a perdere che trasforma l’orizzonte pop in un triste e logoro scenario, immobile come la quinta di un varietà di regime.

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