Painkiller: la resa degli (Oxy)Contin

da | Ago 30, 2023 | MONDOVISIONE

Nella torrida estate colonizzata cinematograficamente dal rosa Mattel e dall’ultimo Nolan (Oppenheimer), Netflix vara dal 10 agosto la serie statunitense «Painkiller», a metà fra il noir e il medical thriller, un prodotto accattivante anche per la sua breve durata: sei episodi da 52 minuti cadauno.

Diretta dal newyorchese Peter Berg (Hancock) e scritta dai creatori di Narcos (Micah Fitzerman-Blue e Noah Harpster), Painkiller è ispirata all’omonimo libro-inchiesta di Barry Meier e all’articolo «The Family That Built an Empire of Pain» del New Yorker, firmato da Patrick Radden Keefe; nel cast brillano Matthew Broderick, in una delle sue migliori prove in assoluto e l’implacabile Uzo Uduba, ma anche Taylor Kitsch che interpreta l’immaginario personaggio di Glen Kkriger e che in un’intervista ha dichiarato: «Queste storie non vengono mai raccontate abbastanza. Quindi, quando ci si riesce, bisogna farlo nel modo giusto per raccontare la cruda realtà».

Ma di cosa parla «Painkiller»?

Con questo nome sono designati tutti gli oppioidi a base di morfina, codeina ed eroina, prescritti in caso di malattie terminali o intensi dolori e che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere utilizzati solo in casi estremi, con grande parsimonia o a scopo palliativo, ma come racconta cinicamente il prodotto Netflix, non solo le cose non vanno sempre così, ma il confine fra libertà e tutela del consumatore è così labile da aver creato veri e propri cortocircuiti, sanitari e legali.

Tra il 1995 e il 2017 la Purdue Pharma, di proprietà della famiglia Sackler, ha provocato (in)direttamente la morte di 300 000 persone solo negli Stati Uniti, e questo «grazie»  all’introduzione del suo farmaco più redditizio, e cioè l’OxyContin, un antidolorifico a base di eroina che fu immesso ufficialmente nel mercato nel 1996, passando in 5/6 anni da 44 milioni di dollari di vendite a 3 miliardi, e facendo raggiungere ai suoi produttori proprio nel 2017, un patrimonio collettivo di 13 miliardi.

La serie ripercorre tutte le tappe di questa terribile e grandiosa (numericamente parlando) storia, dalla genesi del farmaco, la cui peculiarità era quella di essere a «lento rilascio», e cioè di non avere effetto immediato ma di agire gradualmente nelle 12 ore successive all’assunzione, passando attraverso la sua commercializzazione che trasformò i rappresentanti della Purdue più in strapagati adepti di una religione new age, che non in semplici venditori, e il relativo meccanismo di corruzione, che coinvolse centinaia di compiacenti medici di base, fino alle false informazioni sui test relativi alla dipendenza, fornite sia alla FDA che al Dipartimento di Giustizia.

Le variabili in gioco erano potenti e vertiginose, se si pensa che la famiglia Sackler è una delle più ricche e influenti del Nordamerica, con ingenti donazioni sociali e una notevole, e storica, attenzione all’arte e ai musei (quella che oggi potremmo definire «Art washing»), ma il perno di quest’ibrido di pregevole fattura ruota attorno allo stralunato cinismo di Richar S., preda di visioni e con un atteggiamento permeato da un così aristocratico tasso di impunità da mesmerizzare milioni di consumatori, migliaia di dipendenti e i membri della sua stessa famiglia.

L’opposto lato della medaglia, l’empatica ed emotivamente coinvolta Edie Flowers, è l’investigatrice del procuratore distrettuale che proverà a far crollare l’impero dei Sackler, dapprima ricercando testimoni attendibili, quindi tentando di dimostrare che l’azienda conosceva benissimo i possibili effetti patogeni del farmaco, ben prima che si manifestassero su larga scala, e sbattendo contro la tesi della difesa che i consumatori di OxyContin erano già dei tossici, o con una propensione alla tossicomania precedente all’assunzione dello stesso.

Lo stile registico di Berg, tutt’altro che sobrio, alterna il registro grottesco a quello realistico, al punto che le vicende raccontate, verosimili ma finzionali, si intrecciano all’inizio di ogni episodio con delle brevi testimonianze dei famigliari delle vittime dell’OxyContin, mentre assistiamo con rigore documentale a genitori distrutti e adolescenti che iniziano a polverizzare le pastiglie per poi sniffarle o iniettarsele nelle vene, in una spirale che non poteva non coinvolgere il crimine organizzato, mettendo in evidenza l’impotenza della polizia e delle istituzioni in generale.

Lo spaccato più credibile della serie (che ha un precedente in «Dopesick», anche se il taglio è ben diverso) è quello del meccanico interpretato da Kitsch che si ritrova vittima dell’OxyContin per un infortunio alla schiena, e che lotta contro l’astinenza per il bene della propria famiglia, ottimo esempio di corruzione senza catarsi che rivela impietosamente non solo i meccanismi pulsionali alla base dell’eroina, ma anche la devastazione che veicola nell’ambiente prossimo al consumatore.

In un party organizzato dalla Purdue, tutto gadget sesso e premi produzione, mentre il capitalismo di fine millennio serra le sue spire con affilati jingle e miraggi a nove zeri, il monologo di Sackler sul piacere che deve trionfare sul dolore è l’ipocrita inno all’edonismo chimico più sfrenato, pronto ad immolare sull’asettico altare dell’incasso a breve termine la salute di milioni di persone, la morale più elementare e la filosofia del dolore inteso come necessario viatico per la conoscenza del Sé.

Peter Berg ha dichiarato: «Il mio obiettivo era quello di capire cosa ha portato alla crisi degli oppioidi, una tragedia complessa alimentata da avidità, corruzione, fragilità umana e ancora corruzione […] per me è un dovere morale smascherare le aziende che traggono profitto da morte e dipendenza e svelare i trucchi che usano per far soldi. Per Purdue più dolore c’era, più gli affari andavano bene.»

Nonostante il colosso farmaceutico abbia dovuto sborsare ben sei miliardi di dollari di risarcimento danni, l’OxyContin viene ancora prodotto e prescritto, a dimostrazione che l’eterno braccio di ferro fra umanità e dipendenze è tutt’altro che sospeso, e che la variabile decisiva, in questo caso il prudente filtro di medici di base e controllori, è ancora il libero arbitrio.

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