Il pranzo di Babette: il vangelo secondo Gabriel Axel

da | Lug 3, 2023 | MONDOVISIONE

Riproposto di recente sulla piattaforma Mubi, «Il pranzo di Babette» (1987) è un capolavoro del regista Gabriel Axel, che ne fu anche sceneggiatore,  e che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1988, sfruttando l’onda lunga dei 7 Oscar a «La mia Africa» di Sidney Pollack (1985), tratto anche lui da un’opera della danese Karen Blixen, i cui lavori vennero da quel momento ulteriormente riscoperti e rivalutati da critica e pubblico.

Nei panni della protagonista, Babette Hersant, la bravissima e credibile Stéphane Audran, moglie e sodale del regista Claude Chabrol, ma anche volto dell’epocale «Il Fascino discreto della Borghesia» di Luis Buñuel, in cui, a differenza del racconto blixeniano, i protagonisti non riusciranno mai a consumare l’anelato pasto.

La voce fuori campo, presente soprattutto nella prima parte della pellicola, la soffusa fotografia di Henning Kristiansen, i dialoghi ispirati, la musica classica e l’ironia ben dosata, si mescolano ai paesaggi ostici spazzati dagli eventi atmosferici, all’anonima furia del Mare del Nord e a un fatalismo religioso confinante col misticismo.

E in effetti, insieme alla ricerca culinaria, vera e propria celebrazione del (buon) gusto e della convivialità, è la matrice evangelica della storia a rimanere impressa: gli invitati al pranzo (in realtà un vrai «diner française») sono dodici come gli apostoli, pervasi d’uno spirito religioso inamidato ma autentico, e le continue citazioni bibliche, satirico contrappunto all’ammirazione dell’unico invitato consapevole della qualità del pasto, scivolano via fra una portata e l’altra simili a grani di rosario.

Non a caso, oltre ad essere un film per niente critico verso la cultura luterana, è anche la pellicola preferita da Papa Francesco, che l’ha citata nel centoventinovesimo paragrafo dell’esortazione apostolica «Amor Laetitia» e, fra i vari riconoscimenti ricevuti dall’opera, figura anche la menzione ecumenica della Giuria Speciale di Cannes.

DIO CHEF

Martina e Fhilippa sono le figlie di un decano luterano nella penisola danese dello Jutland (l’originale racconto della Blixen è invece ambientato in Norvegia), che ha costruito una chiesa e fondato una vera e propria comunità religiosa, non distante dalla cittadina portuale di Frederikshavn; già a partire dai nomi delle sorelle, «Martina» da Martin Lutero e «Fhilippa»  dal suo miglior amico Filippo Melantone, si capisce l’affetto esclusivo che l’uomo nutre per le due ragazze, che arriva a definire «il suo braccio destro e sinistro».

Attraverso dei sapienti flashback, il regista Axel (finora impegnato quasi esclusivamente in lavori televisivi), ci racconta le radici dell’eterno nubilato delle donne, richieste in sposa rispettivamente da un dissoluto tenente ussaro, e da un tenore e maestro di musica francese dall’evocativo nome di Achille Papin.

Il primo, respinto, si voterà alla carriera militare divenendo generale dell’esercito svedese, ma senza mai dimenticare il suo giovanile e impossibile amore, mentre il secondo se ne tornerà a Parigi, reo di aver provato a baciare la sua soprano durante le prove di un Don Giovanni; sarà proprio quest’ultimo, nel 1871, a indirizzare Babette Hersant allo sperduto borgo danese, affidandole la cura delle due sorelle che immagina attorniate da una nidiata di figli, essendo la parigina in fuga dalla capitale in seguito ai moti rivoluzionari, ormai vedova e senza più figli, ma sapiente cuoca e abile governante.

Le due zitelle, che vivono nella continenza ispirata dai brulli paesaggi nordici, diranno alla donna che non sono in grado di pagarle uno stipendio, ma lei le implorerà di tenerla lo stesso e così, per quattordici anni resterà nella comunità luterana, imparandone lingua, usi e costumi, anche gastronomici, e la scena in cui le verrà insegnato a preparare lo spartano stoccafisso in umido con pane alla birra è di una comicità elegante ma pungente.

Il macguffin di questo Cime Tempestose, ma senza morbosità, è la vittoria alla lotteria francese che rifornirà di 10 000 franchi Babette, improvvisamente ricca e padrona di cucinare, per il centenario della nascita del capo religioso della comunità (ormai scomparso da tempo), un autentico pranzo parigino.

Gli undici membri del borgo danese, che diverranno dodici perché il generale svedese si aggiungerà alla comitiva per consumare l’anomalo e presumibilmente leggendario pranzo, ma anche per rivedere il suo storico e mai consumato amore, inizieranno ad osservare i rituali preparativi con un misto di curiosità e giudizio morale, ma la loro ingenuità priva del senso di colpa ispirato dal peccato, in quanto priva del peccato stesso, si comporrà in una «o» di stupore alla vista di una tartaruga gigante viva, di blocchi di ghiaccio per la conservazione degli alimenti, di uno stuolo di chioccianti quaglie e soprattutto di una parata di vini dal valore incalcolabile.

Rispetto agli stoccafissi incartapecoriti, posti ad asciugare al vento del nord come panni stesi, o bandiere di una morigeratezza enogastronomica letteralmente irrisa dalla sapienza di quella che apprenderemo essere stata nientedimeno che lo chef donna del prestigioso «Café Anglais» di Parigi, le portate del pranzo diverranno il dono di un’artista alla comunità che l’ha accolta, ma anche l’occasione per esercitare, forse per l’ultima volta, le proprie capacità culinarie.

Alla fine del banchetto che, complice il vino e l’inedito epicureismo, farà dapprima riemergere antichi conflitti e passioni irrisolte, quindi ricostituirà il cerchio d’appartenenza della comunità, Babette confesserà di aver speso l’intera somma vinta per allestire il pranzo, e che quindi non ha alcuna intenzione di tornare a Parigi, visto che lì non c’è più nessuno vivo pronto ad aspettarla.

Se «Il Pranzo di Babette» può essere accusato, a posteriori, di didascalismo (una sorta di anti-Dogville, parafrasando l’enfant terrible Von Trier), e di un finale buonista e piattamente retorico, lo scontro fra la severità luterana e l’istrionismo parigino di fine Ottocento, declinato in chiave gourmet, rasenta il capolavoro per gli inevitabili cortocircuiti da commedia degli equivoci cui presta il fianco: il generale ussaro è l’unico a riconoscere Champagne, vini costosi e l’Amontillado (reso celebre, letterariamente, da Edgar Allan Poe) e, mentre le portate si susseguono ricordandogli la mano dietro i giovanili pasti consumati al Cafè Anglais, inanellando un «vero» brodo di tartaruga, una sontuosa degustazione di formaggi, il semi-sconosciuto «Blenis Demidoff», ma soprattutto le indimenticabili «quaglie al sarcofago», la malinconia per ciò che è stato o che poteva essere, rende la misericordia e  l’accettazione della vita come dono assoluto, pur nei suoi dolori e privazioni, il vero piatto forte del banchetto.

Se ne «La Grande Abbuffata» il cibo diveniva il viatico verso la morte, mentre attualmente è divenuto l’algoritmico sinonimo di un turismo enogastronomico privo di qualsiasi valore simbolico, ne Il Pranzo di Babette, il flusso di vivande diviene flusso di coscienza, condono morale e metafora dell’esistenza vissuta come dono al prossimo: se l’inferno, come diceva Sartre, sono gli altri, allora possiamo davvero concludere che Dio «chef».

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