Patologie della modernità: la «Cancel Culture»

da | Giu 26, 2023 | IN PRIMO PIANO

L’immagine della statua di Caterina la Grande, fondatrice di Odessa, imbragata e smantellata dalla «sua» città il 29 dicembre del 2022, e quella dello scienziato russo Mikhail Lomonosov, rimossa dalla città di Dnipro, sono due esempi degli otto monumenti «messi da parte» nell’ottica della campagna di cancellazione della cultura russa intrapresa dall’Ucraina dall’inizio del conflitto.

Maksym Marchenko, capo dell’amministrazione militare di Odessa, uno dei centri maggiormente de-russificati, ha definito queste operazioni «eventi storici» dichiarando che: «l’eredità imperiale russa non ha posto nell’Ucraina moderna, legale e democratica», e se è chiaro che la palingenesi non riguarda solo il periodo sovietico, è meno chiaro perché fra le statue smantellate figuri anche quella dell’incolpevole Pushkin, poeta e scrittore, o perché una via della città di Izyum, inizialmente dedicata a Visotskzy, cantautore antisovietico venuto a mancare nel 1980, sia stata reintitolata a Steve Jobs, il fondatore della Apple.

Per non parlare poi della chiusura, nel centro di Kiev, del Monastero delle Grotte, uno dei simboli della spiritualità slava, a causa della sospetta collaborazione della Chiesa Ortodossa ucraina col patriarcato di Mosca, vista anche la benedizione del conflitto da parte proprio di Kirill; a nulla sono valse le rassicurazioni da parte del Sinodo della cancellazione di ogni collegamento con la capitale russa, la condanna dell’aggressione del 24 febbraio scorso e l’affermazione della «piena indipendenza canonica» dalla nazione di Putin.

Un precedente storico, non poi così distante geograficamente, fu nel 1956, quando a Budapest e più in generale in tutta l’Ungheria, scoppiò una rivolta contro il regime sovietico ad opera di studenti, intellettuali e operai, la cui immagine più celebre fu proprio l’abbattimento di una statua di Stalin, anche se è il movimento «Black Lives Matters» quello salito alla ribalta della cronaca più recente nell’ambito del paradigma della Cancel Culture.

Dalla spietata uccisione da parte di un agente di polizia bianco del nero George Floyd, soffocato con un ginocchio alla gola per otto minuti, tra il 2020 e il 2021 Black Lives Matters (che esisteva già da qualche anno) è andato ben oltre, non limitandosi a condannare statue e monumenti di palese restaurazione razzista, ma anche quelli storicamente incompatibili con l’America democratica di oggi: il paradossale cortocircuito è arrivato a ipotizzare la distruzione delle statue di Cristoforo Colombo, mentre in Scozia qualcuno ha chiesto di cambiare nome a una biblioteca intitolata al celebre David Hume, perché in una lettera egli suggeriva ad un amico di investire il suo capitale in una piantagione di schiavi.

La questione americana relativa allo schiavismo e alla guerra civile è molto complessa e va ben oltre le riduzioni di complessità hollywoodiane, che partoriscono sirenette nere e ingenerano (in)volontariamente quella che in altri articoli ho definito «dittatura delle minoranze»: negli Stati Uniti sono stati censiti ben 1747 simboli legati allo schiavismo, si tratta di monumenti, scuole, contee, città e perfino dieci basi militari dedicate agli eroi del Sud, senza dimenticare che un importante carro armato impiegato nella Seconda Guerra Mondiale portava l’ingombrante nome del Generale Lee, e questo porterebbe a pensare, anche in base ai dolorosi romanzi di Faulkner, o alle bandiere confederate che sventolavano sugli edifici pubblici alla fine dell’Ottocento, che esista una parte degli Stati Uniti che non si è riconosciuta (e non si riconosce) nei valori della guerra civile.

O forse, chi oggi impugna simboli confederati, appartenendo di fatto a movimenti neonazisti o indossando le bianche tuniche del Ku Klux Klan, dona un significato razzista a monumenti e luoghi che inizialmente, per quanto divisivi, non avevano; se è vero, però, che abbattere un monumento è sempre un gesto d’attrito sociale non è detto che non lo sia anche l’edificarlo: basti pensare proprio alla costruzione della statua del Generale Lee, avvenuta a Richmond ben venticinque anni dopo la fine della guerra civile (1890), nell’ottica dell’edificazione di un viale pieno di nuovi palazzi che non potevano essere abitati da appartenenti alla «razza negra».

In Italia è avvenuta in modo spontaneo la rimozione dei simboli fascisti dai vari monumenti, e la Costituzione vieta la ricostituzione, in qualsiasi forma, del Partito Fascista, condannandone apertamente l’apologia, eppure basta fare un salto a Predappio o in un qualsiasi stand di memorabilia del Ventennio, per accorgersi che tali condanne sono state solo formali e che il nostro paese, dalle vertiginose vendite del calendario del Duce, al rifiuto da parte della premier Giorgia Meloni di rimuovere la fiamma dallo stemma di FdI, perché secondo lei non legato strettamente al Fascismo, non ha ancora fatto i conti seriamente con la propria memoria storica.

Rifiutando semplificazioni e scorciatoie ideologiche, appare chiaro quanto la questione sia complessa e si fondi da una parte su quanto il significato attribuito a un monumento al momento della sua edificazione sia diverso da quello attribuitogli dalla generazioni successive, e dall’altro sulla distanza temporale di tale simbolo perché, seguendo l’indottrinamento di Black Lives Matters, noi dovremmo cancellare, per rispetto alla tolleranza religiosa, il canto della Divina Commedia in cui Dante mette Maometto all’Inferno, o demolire il Colosseo perché lì avvenivano i sanguinosi circenses in cui i gladiatori si massacravano o lottavano contro belve feroci, divertendo gli spettatori con sangue, violenze e sacrifici umani.

Il punto è che a volte la Realpolitik trionfa sull’ideologia e qui possiamo fare due esempi concreti, il primo a stelle e strisce e il secondo nostrano:

  1. La nascita degli Stati Uniti, per come li conosciamo oggi, poggia su una contraddizione logica evidente, visto che Thomas Jefferson, il terzo e più famoso presidente degli Stati Uniti, faceva scrivere nella Dichiarazione d’Indipendenza, dell’uguale diritto al perseguimento della felicità per tutti, senza però vietare la schiavitù, per non estromettere di fatto, dalla nascente Federazione, gli Stati del Sud;
  2. L’Unità d’Italia, che ha portato all’edificazione di piazze e monumenti dedicate agli eroi del Risorgimento in tutta la Nazione, è avvenuta in molti sanguinosi casi a dispetto e contro la volontà del Sud, ed è proprio da questa idiosincrasia, celebrata dalla storia ufficiale come un trionfo democratico, che è nata l’intricata Questione Meridionale.

Quello che sembra evidente, al di là dei singoli casi, è come lo strumento epistemologico del politically correct, nato sotto la luce di nobili e condivisibili ragioni, rischi di diventare un pericoloso veicolo di censura o distruzione del nostro passato culturale, se animato dal revisionismo storico piuttosto che da un corretto e approfondito studio di ciò che è stato.

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