La mia classe: quando il backstage diventa il film

da | Giu 22, 2023 | MONDOVISIONE

È il 2014 quando il regista Daniele Gaglianone, con lo storico produttore esecutivo Gianluca Arcopinto, presenta la pellicola «la mia classe» alle giornate degli autori di Venezia, ed è subito chiaro che non si tratta del solito film di denuncia sociale, e nemmeno di un documentario o di un mockumentary: siamo in effetti alla presenza di un ibrido «di classe», che travalica i generi ma anche la porosità della cronaca, piegando la realtà verso un allusivo trompe l’oeil che spazza via la distanza fra la fiction e la messa in scena, in un modo che ricorda il Godard del ’68 o alcuni interessanti esperimenti meta-cinematografici stile «Avere Vent’anni», di e con Massimo Coppola.

La storia, pretestuale e al tempo stesso realissima, è quella del maestro Valerio Mastandrea che insegna italiano a un’eterogenea classe di stranieri che ne hanno bisogno per diventare cittadini a tutti gli effetti, e che insieme alle proprie, sgrammaticate e vivacissime (dis)avventure professionali, consegnano alla periferica aula le dolenti storie di viaggi, guerre e perdite.

A pochi giorni dalla peggiore ecatombe marina mai occorsa a una nave di migranti da quando è iniziato questo penoso e scaglionato esodo, «La mia classe» diviene un intelligente paradigma per mettere alla prova diritti e doveri che noi occidentali diamo ormai per scontati, proiettati verso quello all’oblio e alla difesa della propria privacy, garanzie d’ultima generazione che traslano il corpo come santuario d’appartenenza sociale verso un corpo digitale la cui memoria è solo presunta dalla muscolare sapienza degli algoritmi.

Bassirou, Mamon, Gregorio, Jessica, Metin, Pedro, Ahmet, Benabdallha, Shadi, Easther, Lyudmila, Moussa, Issa, Nazim, Mahbobeh, Remzi: la miscellanea di nomi stordisce non solo per le differenti e complesse pronunce, ma anche perché risuona di conflitti mai sopiti, guerre di religione, segregazioni razziali, sfruttamenti politici ed economici, nomi che vogliono essere ricordati per non finire nell’anonimo cimitero della Storia, e si tratta di attori sociali, quindi di persone reali, alla ricerca di una possibilità che forse in Italia potrebbe trasformarsi in opportunità, ma toponomastica e toponimia tracciano le coordinate di un’unica nazione, quella degli ultimi, il cui dolore quasi mai gode del privilegio di essere rappresentato.

Ci prova Gaglianone, tirato per la macchina da presa dal Valerio nazionale che lo vuole anche dalla parte «sbagliata» dell’obiettivo e, dopo le scene iniziali in cui si mettono i gommini ai banchi e si microfonano gli allievi («nun avevo mai visto così tanti fonici tutti assieme!»), il miracolo della parola nell’era dell’immagine si compone di fronte agli occhi nocciola di bengalesi, egiziani, iraniani e brasiliani, tramite l’antica crasi fra ardesia e gesso, quando il maestro principia l’affabulazione di una storia che ha per protagonista la russa Maria, nome biblico che mette d’accordo tutti i presenti.

Lentamente Maria diviene amica e sorella, madre e moglie, alla disperata ricerca di un lavoro, persa nella giungla a caratteri mobili di Porta Portese e specchio delle singole esperienze raccontate in modo scomposto (ma sempre più partecipato) dalle donne e uomini della classe: la nave che prova a traghettare i sanspapier oltre il Mediterraneo è la lingua di Dante e Petrarca, di Pasolini e D’Annunzio, ma è anche il burocratichese che annuncia a uno di loro che il suo permesso di soggiorno è scaduto, e qui avviene il miracolo narrativo che trasforma «La mia classe» in qualcosa in più di una semplice opera di denuncia.

Issa non ha più davvero il permesso di soggiorno e la produzione non sa come aiutarlo per impedirne il rimpatrio, al punto che il ragazzo pronuncerà la sua abissale sentenza: «se mi rimandano nel mio paese io mi faccio morto da solo».

Il commovente racconto dell’immigrato egiziano che ha perso un caro amico durante la Primavera Araba, si mescola a quello di un’atroce traversata nel buio, senza cibo né acqua, coi migranti costretti a bere la propria pipì e a risparmiare ogni liquido, persino le lacrime, ma sono l’impotenza del regista e del protagonista a lasciare il segno quando un secondo permesso di soggiorno scadrà: «ma allora noi qui che ce stamo a fa?»

Il finto suicidio in cella, con un membro della troupe che insegna a uno degli attori come fare un buon nodo scorsoio alla cintura, riesce (tramite la verosimiglianza) a rendere il tragico senso della perdita, più di qualsiasi frammento di cinema verité e, riproducendo delle meccaniche pulsionali tipiche dello psicodramma di Moreno, agisce in profondità al punto che lo stesso regista ha dichiarato: «l’obiettivo allora è diventato quello di fare in modo che lo spettatore smettesse di chiedersi che cosa stesse vedendo, una sorta di riflessione sulla natura duale dell’immagine che rimanda a due universi che spesso vogliamo separati ma che invece separati non lo possono essere quasi mai.»

Solo svelando i fili dei burattini si capisce la tragicità delle maschere, solo la verità sottoproletaria del backstage può restituire l’anima della classe e della lotta di classe, mostrando l’orrore che soppalca ogni nostra esistenza: il fil(m) rouge degli ultimi è l’abbattimento di ogni parete, non solo della quarta.

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