Edilizia scolastica e street bullyng: ricostruire il futuro

da | Giu 1, 2023 | IN PRIMO PIANO

Fino a poco tempo fa, in uno dei più noti licei classici di Roma, la palestra si allagava ogni volta che pioveva costringendo i ragazzi a saltare l’ora di educazione fisica, inoltre il wi fi non andava e otto bagni su dodici erano inagibili; ad Arezzo, il 4 aprile scorso, un pezzo del controsoffitto in cartongesso è caduto in testa a uno studente di 13 anni che se l’è cavata «solo» con qualche punto di sutura al Pronto Soccorso, ma la segnalazione di una crepa al soffitto era stata già inviata alle autorità competenti; il 16 marzo, ad Arzano (Napoli), il solaio d’una palestra ha ceduto a causa delle infiltrazioni d’acqua e, anche se fortunatamente la cosa è avvenuta di notte, si è comunque sfiorata la tragedia; il 16 febbraio, a Quartu Sant’Elena (Sardegna) la porta d’un bagno è caduta in testa a un ragazzo causandogli un trauma cranico.

Dal settembre 2022 all’aprile 2023 si conteggiano già 44 crolli negli edifici scolastici (l’anno scorso erano stati 45 in totale), la maggior parte avvenuti per infiltrazioni idriche e quindi dislocati durante i mesi invernali, a causa della vetustà delle strutture, ma anche della mancanza di manutenzione ordinaria, che ha trasformato problemi di scarsa entità in gravissime falle.

Il 42% delle 40mila scuole statali italiane è stato edificato prima del 1976 (16794), di un quarto complessivo non si conosce con precisione la data di costruzione, 17mila non hanno la certificazione di collaudo statico, più di 23mila non posseggono la certificazione di agibilità e 22mila difettano dell’attestato di prevenzione incendi: non serve un esperto in matematica per concludere che molte di queste tare sono cumulative e riguardano contemporaneamente più di un istituto.

Nonostante l’argomento edilizia scolastica sia divenuto preponderante nel dibattito pubblico già dai tempi di Patrizio Bianchi, non si è fatto poi molto in termini concreti e tragedie come quelle di San Giuliano di Puglia, quando il 31 ottobre 2002 un crollo dovuto a un sisma di magnitudo 6.0 ha ucciso 27 bambini e un’insegnante, ma non tanto per l’insondabilità del terremoto, quanto per il piano di cemento armato sopraelevato costruito meno di un anno prima su una vecchia struttura non in grado di reggerne il peso, e senza collaudo, ancora pesano nella coscienza collettiva.

I principali interventi previsti dal Pnrr, al netto del piano per la costruzione di asili nido e scuole per l’infanzia, mense scolastiche e aule 4.0, sono tre e riguardano il periodo 2021/2026:

  1. La messa in sicurezza e la riqualificazione degli edifici;
  2. Il piano per la sostituzione e la riqualificazione energetica;
  3. Il potenziamento delle infrastrutture per lo sport.

Il Ministero dell’Istruzione ha reso noto e pubblicato, di recente, un elenco complessivo di 399 interventi richiesti dalle Regioni in termini di edilizia scolastica, per un valore complessivo di 900 milioni, il cui 60% pertiene all’adeguamento sismico e all’efficientamento energetico, mentre il 21% si riferisce a edifici che verranno demoliti o ricostruiti; va inoltre considerato che la precedente tripartizione degli interventi, prevista dal Pnrr, non ha alcun valore se non si coniuga a un attento e continuo monitoraggio delle strutture e a un adeguato stanziamento delle risorse atte a favorire la manutenzione ordinaria.

Sussistono, infine, altri due problemi legati all’annosa questione del degrado scolastico:

  1. Le barriere architettoniche (ancora molto presenti nelle scuole italiane), che solo nell’anno 2020/21 riguardavano ben 278mila discenti con disabilità;
  2. Bisogna ripensare l’organizzazione e l’ampiezza delle aule perché, partendo dal presupposto che occorre puntare sulla sostituzione progressiva delle strutture, anche per ammortizzare le crescenti spese di manutenzione ordinaria in edifici vetusti, le classi pollaio con almeno 26 alunni che inevitabilmente devono adeguarsi a una superata visione «aulo-centrica», oltre ad essere dispersive e didatticamente impegnative, vanno in direzione opposta e contraria rispetto alla pedagogia più sperimentale e inclusiva.

BABY GANG E STREET BULLYNG

La recente ricerca dell’Istituto Scienze forensi: «Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying», che ha interessato l’area metropolitana di Milano, una delle più colpite dalla delinquenza in generale (6000 reati ogni 100mila abitanti), ma che potrebbe applicarsi a molte altre aree urbane estese, evidenzia un interessante (disfunzionalmente parlando) dualismo: da una parte le baby gang con un d.n.a. fatto di tre o più membri, un’età media fra i dodici e i ventiquattro anni, un nome e un simbolo identificativi, un leader quasi sempre adulto o comunque maggiorenne, un territorio specifico da coprire e, soprattutto, l’esercizio di attività delinquenziali con un margine di profitto economico, dall’altra il fenomeno liquido dello street bullyng che, senza necessariamente scadere nel penale, vuole affermare la propria autorità attraverso prepotenze, arroganze, provocazioni e a volte violenze, ma senza alcun fine economico né un’organizzazione criminale alle spalle.

L’esempio più calzante di baby gang meneghina è il Barrio Banlieu, composto da gruppi eterogenei con un’età media tra i 15 e i 22 anni (ma sono stati identificati anche bambini di 10 anni), che operano all’ombra del Duomo (Zona 1) e sono per la maggior parte provenienti da famiglie di migranti di cui rappresentano la seconda generazione: smercio di droga o vendita di merce rubata, risse, accoltellamenti, rapine, il tutto vigilato da leader 30enni e bodyguard appostate nei punti nevralgici, per una struttura piramidale che ricalca quella classica delle associazioni di stampo mafioso.

Ma cosa accomuna queste «crew» (o «batterie», o «paranze», per usare il gergo di un Romanzo Criminale o di una Gomorra) col più liquido, ma non per questo meno emergenziale, street bullyng? La mancanza di un habitat confortevole e formativo, che non può essere rappresentato dalle scuole scadenti o dalle periferie marcescenti, abbandonate financo dalla politica e dalle forze dell’ordine; l’ansia di sceneggiare tale disagio tramite musica trap e video virali sui social che, se da un lato si scagliano contro la cultura repressiva istituzionale, dall’altro sbandierano un fiero spirito di appartenenza localistico; l’eccessiva ricchezza circostante, amplificata dai media, che ingenera violenza per contrasto.

Costruire o ricostruire una cultura scolastica, insieme a un’edilizia degna di tale nome, potrebbe significare donare una casa e un’identità a chi ormai ha solo la strada, e dimostrare che prevenzione e istruzione sono l’unico antidoto alla repressione e alle infinite, e ricorsive, spirali della violenza (di Stato o meno).

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