Siamo ancora «in tempo»

da | Mag 23, 2023 | IN PRIMO PIANO

C’erano una volta i film catastrofisti in cui climatologi simili a rockstar si trovavano alle prese con ipotesi fantascientifiche e, passando attraverso effetti speciali sempre più curati ma non per questo meno incredibili, salvavano il mondo e la propria famiglia (compreso l’inevitabile cucciolo hollywoodiano), facendo torcere il naso a dozzine di scienziati «veri», pronti a svergognarne l’imperizia scientifica.

Adesso che il futuro è scomparso perché se l’è ingoiato il presente e i paradigmi distopici servono più a interpretare la realtà che ad intrattenerci, il Meteo sta vivendo una concreta frattura fra vere e proprie eccellenze e l’effettivo pattume sensazionalista pronto a servirsi di tonitruanti perifrasi come «gelo siberiano» o «Italia sott’acqua» e via seguendo.

In Italia sono due i marchi a dettare legge: il Meteo.it, fondato vent’anni fa da Antonio Sanò (tutt’ora presidente e unico azionista) con una redditività sul fatturato che supera il 60% e con utili annuali intorno ai 6 milioni di euro, e 3Bmeteo, bergamasco, che deve le 3 B alle iniziali dei fondatori, con profitti intorno ai 2 milioni e un giro d’affari complessivo di 8.

Ovviamente, entrambe le aziende prosperano grazie alla pubblicità ma anche ai ricchi contratti siglati con giornali, radio, televisioni, e con le aziende che programmano le proprie attività in base al tempo che farà (turismo, trasporti, energia): nonostante 3Bmeteo vanti una quindicina di meteorologi qualificati fra i propri dipendenti e molte attività di divulgazione non a scopo di lucro, contesta ai propri antagonisti l’aver inserito, oltre alle informazioni sul tempo, le news di cronaca e la qualità dell’aria, mentre Meteo.it si difende parlando della propria accuratezza e della marginalità di tali contenuti, il problema sembra (geo)localizzato altrove.

La crescente instabilità del tempo, dovuta ai cambiamenti climatici, ha reso il pubblico più esigente, soprattutto durante le vacanze (sia estive che invernali) o i Ponti, quando il traffico sul web, e non solo, impazzisce, ma d’altro canto l’attuale tecnologia consente di elaborare e incrociare molti più dati rispetto al passato, e quindi si è raggiunto un livello previsionale decisamente più attendibile.

Eppure, la percezione collettiva è quella di un crollo qualitativo delle previsioni meteo e questo perché, al di là degli Enti che non hanno bisogno di pubblicità, perché vivono di finanziamenti pubblici o contributi privati (vedi l’Aeronautica Militare), e al di là di Meteo.it e 3Bmeteo, in grado di spartirsi le fette di torta più golose, esiste un arcipelago di aziende che hanno trasformato il meteo in un business, cavalcando toni enfatici, titoli ammiccanti e inutili allarmismi il cui scopo non è l’informazione ma il clickbait.

Il sensazionalismo e l’eccessiva semplificazione non si addicono a una scienza estremamente complicata, che si affida al calcolo della probabilità e a dei modelli che risolvono equazioni su una griglia in grado di fornirci informazioni sui nodi di una rete la cui valutazione complessiva è impossibile: bisogna tenere conto del fatto che d’Inverno le previsioni sono più semplici grazie ai Fronti più nitidi, mentre d’Estate i temporali sono maggiormente localizzati e quindi più rapidi, senza dimenticare che i cambiamenti climatici, con l’aumento delle temperature e dell’energia nell’atmosfera, hanno reso la Bella Stagione ancor più difficile da monitorare.

Si fa ancora molta confusione fra la «variabilità metereologica», che analizza l’atmosfera nel momento presente e ne racconta l’evoluzione, e la «meteorologia», che ha una base statistica e necessita di dati precisi, ma al di là dei bisticci semantici e delle variabili stagionali, resta il problema marino, visto che al largo non esistono capannine meteorologiche ma solo rade boe di fondale provviste di strumenti limitati, così fenomeni come i tornado, le trombe d’aria o le grandinate in paesi circondati dall’acqua divengono difficili da prevedere.

LA FABBRICA DEL TEMPO

Dall’ottobre scorso, nell’ex Manifattura Tabacchi di Bologna, è operativo l’Ecmwf, l’ «European Centre for Medium Range Weather Forecasts», il Centro Meteo ribattezzato liricamente «la fabbrica del tempo»: la sede madre di Reading, nel 2015, dopo essersi resa conto di aver bisogno di più spazio, aveva richiesto la disponibilità ai 23 paesi membri e, fra due candidature sempre inglesi, una in Lussemburgo, in Finlandia e in Islanda, l’ha spuntata Bologna per ragioni logistiche, per le connessioni elettriche adatte, per la fibra ottica della regionale Lepida e per la vicinanza di Cineca, dell’High Performance Computing (Hpc) e dell’Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).

Il Suo Atos Sequana, un supercomputer da 80 milioni di euro, digerisce 800 milioni di osservazioni (da satelliti, boe, aerei eccetera), ne scarta il 90% e compone tremila carte con previsioni a corto, medio e lungo termine sulla temperatura, sulla probabilità  di incendi e precipitazioni, e sull’andamento dell’ozono; unito al vicino supercomputer Leonardo, il quarto più potente al mondo e in dotazione a Cineca (Consorzio Interuniversitario), costituiscono il nucleo della «Data Valley» emiliana, in grado di concentrare l’80% della capacità di calcolo italiana e il 20% di quella europea.

L’Ecmwf è stato fondato nel 1975 (l’Italia vi ha aderito nel 1977), e dalla sede operativa di Bologna performa le più importanti previsioni metereologiche europee, partecipando a prestigiosi progetti come Copernicus o Destination Earth; in Italia è diretto da Matteo dell’Acqua e, grazie alla sua affidabilità riconosciuta in rapporto ad altri sistemi analoghi, usufruisce dei finanziamenti dei 23 paesi membri, di 12 stati collaboratori, dei privati che ne acquistano le previsioni e, entro i nostri confini nazionali, dei fondi nazionali e regionali.

Sono 6 le variabili con cui il modello Ecmwf suddivide il mondo in 6,5 milioni di caselle, e precisamente temperatura, umidità, precipitazione, pressione, intensità e direzione del vento: di fatto ad ogni istante, il sistema prevede lo stato di 39 milioni di variabili.

Un’operazione che qualche anno fa richiedeva 24 ore, oggi necessita di pochi minuti, ma è ovvio che per mantenere e implementare una simile velocità di calcolo, ogni 4/5 anni aziende come Cray, Ibm o Atos forniscano nuovi supercomputer e i relativi e potenti sistemi di raffreddamento a liquido, così com’è ovvio che insieme agli spazi vuoti che conterranno le nuove macchine, esistano quelli dell’archivio (la memoria del tempo) con oltre 700 Petabyte di dati, destinati a crescere vertiginosamente.

Leonardo è anche più potente di Atos Sequana e con i suoi 250 milioni di miliardi di operazioni al secondo permette alla Data Valley emiliana di entrare nel mondo della farmacologia (la Dompè ne ha di recente «affittato» la potenza computazionale), di simulare lo sviluppo dei reattori a fusione nucleare, di aiutare la crescita della medicina di precisione, dell’economia circolare e della mobilità evoluta.

Ma il mondo della meteorologia è già oltre i suoi due pupilli, proiettato verso le macchine post exascale, i computer quantistici, le architetture neomorfiche, gli acceleratori specializzati e le architetture modulari.

I recenti e tragici avvenimenti accaduti proprio in Emilia dimostrano quanto il clima e l’assetto idrogeologico possano essere determinanti per il futuro prossimo, e quanto la meteorologia abbia senso solo se coordinata a una politica in grado di progettare delle strategie a breve e lungo termine, sensibili all’influenza antropica sul territorio.

La sostenibilità non è l’ennesima freccia retorica all’arco della demagogia ma il mantra attraverso cui declinare la politica industriale dei prossimi anni, un mantra in cui meteorologia fa rima con meritocrazia.

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