Post-verità e lavoro 3.0

da | Apr 28, 2023 | IN PRIMO PIANO

Un paio d’anni fa, durante un corso d’aggiornamento organizzato dall’Ordine dei giornalisti, un professore di Sociologia della Comunicazione chiese a un collega in prima fila se poteva leggere ad alta voce le notizie principali riportate da Google sula sua vetrina virtuale e, fra ricette di discutibile gusto e l’immancabile gossip, la voce più rilevante raccontava del trasferimento del suo attaccante preferito a una squadra di calcio inglese di bassa classifica, disposta però ad aggiungere qualche zero al contratto di ingaggio.

In molti quel giorno ripetemmo per curiosità la stessa operazione (in grado, per altro, di smascherare la futilità delle nostre ricerche quotidiane) e la principale notizia selezionata da Google per il sottoscritto, riportata in un grassetto degno dello scoppio della Terza Guerra Mondiale, era l’incidente occorso al cantante di uno dei miei gruppi rock preferiti al quale, durante un acuto particolarmente impegnativo, era letteralmente scoppiato un testicolo.

Infine, uno scrittore non particolarmente famoso ma molto attento alle innovazioni digitali legate alla narrativa, ha usato la recente e dibattutissima ChatGpt per scrivere la propria biografia che, meticolosissima fino a tre quarti del documento, finiva per attribuirgli la paternità di un paio di romanzi di Dostoevskij e ne sanciva la morte, avvenuta in circostanze misteriose, nel 2021.

Non molto tempo fa Mark Zuckerberg in persona ha affermato che le piattaforme internet «non devono essere arbitri di verità», e in questo imperativo categorico non c’è solo la fotografia aggiornata del presente ma anche un monito futuro a non trasformare qualsiasi nuova tecnologia in custode e detentrice di verità dogmatiche.

Resta il fatto che Google e YouTube sono i siti più visitati al mondo, seguiti in ordine da Facebook, Twitter e Instagram e che, nonostante una ricerca accreditata del 2020 rilevasse come solo nel 28% dei casi la prima ricerca su Google fosse corretta e nel 52% rientrasse fra i primi tre link, la maggior parte degli utenti continua a fidarsi delle diagnosi mediche on line, complice anche (almeno nel nostro paese) l’endemica lentezza della sanità pubblica.

Se l’obiettivo di Google e Meta resta quello di vendere contenuti, come qualsiasi altra multinazionale, è innegabile che si stia vivendo (o subendo) la più grande concentrazione di potere nelle mani dei privati di tutti i tempi e, al netto delle isolate iniziative della Commissione Europea, come comminare e Google una multa dell’importo di 2,4 miliardi di euro per aver favorito i link al suo Google shopping, o cercare di porre significativi margini fiscali a Big Tech, occorre non un controllo di natura politica ma un’autorità indipendente che si faccia soggetto garante di una certa terzietà.

Sui social ogni click su una fake news corrisponde a un guadagno, di conseguenza ogni intervento societario per correggere errori o moderare l’hate speech corrisponde a un necessario ma oneroso rischio d’impresa, che si inserisce in un discorso futuribile molto complesso: non è l’algoritmo il problema ma l’algoritmo fuori controllo.

Resta il problema delle Echo Chamber (camere d’eco), e cioè la tendenza da parte di un algoritmo non illuminato a indirizzare un utente solo all’interno di una cerchia di contenuti e persone che ne rafforzano e/o estremizzano il punto di vista, fino al paradosso che un’informazione non gradita genererà ricerche «a contrario» per demolirne l’efficacia e ribadire il minimo comune denominatore collettivo; com’è chiaro da quest’ultimo esempio, il problema non è solo di natura tecnologica o giuridica ma culturale, perché si rischia di rifondare una sorta di feudalesimo concettuale non più figlio del folklore ma delle fake news e dell’autoreferenzialità digitale.

LAVORO 3.0.

Il mito della sinistra meno utopica e più concreta era un mondo del lavoro automatizzato in cui la tecnologia avrebbe affrancato l’uomo dalla catena di montaggio e dalla servitù del profitto ed oggi, con ChatGpt (prima applicazione dell’AI generativa), in grado di comporre lettere professionali, scrivere articoli giornalistici e paper scientifici, programmare videogames, arredi, progetti architettonici, ma anche di creare musica, video, quadri e poesie, si è raggiunto un tale traguardo o si rischia di ottenere l’effetto contrario?

Finora l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro non ha determinato perdite di posti o diminuzione del potere d’acquisto salariale, ma è un fatto che l’automazione si sia limitata ad attività ripetitive in ambiti ristretti (fabbriche, agricoltura ecc), mentre in futuro potrebbero essere a rischio il lavoro dei colletti bianchi ma anche quello dei più giovani, visto che l’AI tenderà ad occupare le mansioni che richiedono un basso livello di esperienza (la classica «gavetta»).

Mestieri come quello di insegnante, medico o infermiere, sono i meno a rischio, mentre esperti di marketing e amministrativi dovranno rinunciare alla produzione di contenuti e alla gestione operativa, per concentrarsi sul supporto ai dipendenti e sullo sviluppo delle relazioni.

«Niente invecchia velocemente quanto l’innovazione», scriveva McLuhan, me è innegabile che l’intelligenza artificiale avrà un peso determinante in ogni mestiere futuro, anche se non è proprio vero che finora non abbia tagliato posti di lavoro visto che, secondo l’inchiesta condotta da Affari&Finanza circa un mese e mezzo fa, dietro i 150 mila licenziamenti di Big Tech in poche settimane ci sarebbe l’introduzione di software che valutano i curricula sia in entrata che in uscita.

Mentre in Italia, e più in generale in Europa, è impossibile licenziare qualcuno senza una giusta causa, di natura economica o disciplinare, negli Usa i lavoratori sono già soggetti da qualche anno a sorveglianza e monitoraggio digitale, e non ci sono limiti per gli imprenditori che vogliono utilizzare l’algoritmo per assumere o licenziare qualcuno.

Mentre i teorici del post-lavoro vedono nelle risorse umane (HR) la conversione di molte figure professionali, la realtà ci dice che proprio la figura del reclutatore e/o gestore di tali risorse rischia di essere sostituito dalle macchine, al punto che molti colloqui iniziali di sbarramento oggi si basano sulla gamification e non necessitano di alcun intervento umano.

Il punto è che nessun algoritmo, né la sommatoria di più algoritmi, avrà mai un approccio olistico, né sarà mai più della somma ragionata delle parti, anche per un principio elementare che molti ignorano o fingono di ignorare: non si può ricostruire un’intelligenza speculare ad una di cui ancora non conosciamo buona parte del funzionamento.

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