Il lato oscuro dell’intelligenza artificiale

da | Apr 18, 2023 | IN PRIMO PIANO

Ha fatto molto scalpore, di recente, il denso editoriale del novantanovenne ex segretario di Stato americano Henry Kissinger che, dalle prestigiose colonne del Wall Street Journal, ha voluto mettere in guardia il mondo dal pericolo rappresentato dall’intelligenza artificiale: «le intelligenze artificiali pongono sfide pratiche e filosofiche che l’umanità non affronta dai tempi del Rinascimento».

Nell’ipotizzare l’avvento di possibili sette tecnico-reazionarie che potrebbero adorare le IA come divinità pagane, Kissinger dona al suo intervento un taglio distopico-apocalittico, ragionando sulla mutazione antropologica dell’essere umano in «Homo Technicus», un inquietante ibrido tecnologico non più in grado di proteggere la democrazia dalle nuove lusinghe digitali, e pronto a far regredire il mondo all’oscurità delle guerre di religione (sempre che ne sia mai uscito).

L’ormai quasi centenario diplomatico di origini ebraico-tedesche, stimolato al samizdat luddista dal massiccio avvento di Chat-GPT, non fornisce soluzioni ma, come una sorta di Philip Dick sistemico, si limita a risollevare lo storico e ontologico interrogativo morale: «qual è lo scopo della nostra specie?»

Già nel 1950, A.M.Touring ipotizzava la nascita di un’intelligenza artificiale che attraverso degli algoritmi agisse come l’intelligenza umana e, attualmente, tale rivoluzione, che Kissinger paragona all’invenzione dei caratteri mobili di Gutenberg, sta già agendo sulle diagnosi mediche, nel settore salute e benessere, nell’agricoltura, nella scienza e nell’architettura, nell’amministrazione pubblica e nella colonizzazione spaziale.

La già vertiginosa capacità di analisi ed elaborazione dati dell’IA ha scosso anche il mondo del giornalismo attraverso Chat-GPT, un programma in grado di scaricare da internet miliardi di testi e di rielaborarli sotto forma di articoli, saggi o copioni cinematografici: gli intuibili e immediati rischi cui va incontro tale «Generative AI» sono quelli di diffondere fake news o di prestare il fianco alla manipolazione di notizie per fini criminosi, per non parlare del peso politico-strategico che potrebbe rivestire nella nuova guerra fredda fra Occidente e Cina.

Il cervello biologico possiede circa 86 miliardi di neuroni, impiega molti anni per evolversi ed è deteriorabile mentre i supercomputer di cui stiamo parlando non hanno limiti di grandezza e possono essere continuamente implementati, inoltre, il nostro cervello può compiere 38 miliardi di operazioni al secondo laddove le più potenti macchine attualmente in circolazione possono effettuarne 70 milioni di miliardi; se partiamo dal presupposto che i neuroni impiegano 5 millisecondi per operare, e che i transistor al silicio funzionano a una velocità un milione di volte maggiore (velocità che potrebbe essere enormemente incrementata dai computer quantistici), si riesce a capire con facilità come un cervello umano funzioni oggi grosso modo in maniera identica rispetto al 1944, mentre un iPhone supera in capacità di calcolo quattro milioni di miliardi di volte un computer IBM del 1944.

Ma questa enorme capacità di elaborazione dati funziona solo in ambiti ben definiti e stabili, poiché l’intelligenza artificiale non sa gestire l’incertezza o l’ingresso di nuove variabili e, al pari di un idiot savant, potrebbe memorizzare il nome e i dati personali di migliaia di persone senza sapere di destinarli a un Fronte o a un campo di sterminio.

La capacità di provare emozioni (l’inflazionata e massmediaticamente invasiva, ma pur sempre valida intelligenza emotiva), così come il libero arbitrio, e cioè la facoltà di saper distinguere il Bene dal Male, ma anche la creatività intesa come possibilità di rappresentare il mondo e noi stessi, sono qualità aliene a qualsiasi algoritmo, il cui patrimonio genetico esclude anche la coscienza e l’autocoscienza.

La visione morale del mondo e il cambio dei paradigmi in funzione di una prospettiva innovativa hanno a che fare col concetto di tempo perché, paradossalmente, la massima espressione del divenire è solo una rielaborazione, per quanto veloce e complessa, del Passato e l’AI non è in grado di prevedere ciò che accadrà nell’immediato futuro.

Big data, blockchain, auto a guida autonoma e la già citata Chat-GPT, sono ottimi esempi di quel flusso di tecnologie digitali, la maggior parte delle quali provenienti dalla Silicon Valley, che ci frana addosso periodicamente e che dapprima subiamo a causa del nefasto carisma del marketing e dell’effimero ma cristallino fascino del neologismo, e che poi iniziamo a valutare in modo critico, com’è accaduto proprio alle auto a guida autonoma che nel 2018/2019 venivano date per imminenti, e che ad oggi si profilano come una pesante bolla finanziaria.

Più che interessarsi a uno degli archetipi della letteratura di genere, e cioè la sostituzione dell’uomo e della sua intelligenza con quella delle macchine, ha più senso porsi il problema etico sollevato anche da Papa Francesco, e cioè la diseguaglianza delle possibilità di accesso a simili tecnologie, ma anche quello della ricaduta dell’AI sul mondo del lavoro, dell’ambiente e del consumo di energia.

L’intelligenza artificiale è la quintessenza della tecnica e da sempre quest’ultima deve essere governata dalla politica, non rappresentando in sé il progresso ma solo un’idea di progresso: il divieto, tramite direttive europee, del riconoscimento facciale in ambito pubblico e del punteggio sociale, o social score, sono ottimi esempi, come le riserve sulle armi letali autonome o sulla raccolta dei dati privati in determinati posti di lavoro, di argine legislativo alla muscolare  espansione di un fenomeno che, se non regolamentato, rischia di travolgere i più elementari meccanismi democratico-istituzionali della nostra società.

L’intelligenza artificiale può concepire il concetto di limite o, per assimilazione dati, di morte biologica, ma «non sa che dovrà morire» e questo le impedisce di elaborare concetti come trascendenza o religione, di vivere l’esperienza del Sublime e dell’orgasmo, inteso, à la Bataille, come piccola morte, ma soprattutto, come sostiene un filosofo in un recente saggio che si occupa proprio di tecnologie digitali, l’AI può essere generativa ma non creativa perché, a differenza dell’essere umano, non sa «faire l’idiot», ed essere stupidi (dal latino «stupere», stupirsi) è prerogativa suprema dell’animale-uomo.

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