Great Freedom: l’unica vera libertà è il suo limite

da | Feb 2, 2023 | MONDOVISIONE

Secondo lungometraggio dell’austriaco Sebastian Messe, già noto per i suoi lavori sulla prostituzione, sull’incesto e sulla pedofilia, «Great Freedom» (in tedesco «Grosse Freiheit») è una coproduzione austriaco-tedesca già presentato alla Viennale e nella sezione Un Certain Regard a Cannes nel 2021, dove ha vinto il Premio della Giuria e il Queer Palm, prestigioso riconoscimento per la categoria LGBQT+: scritta a quattro mani col fidato Thomas Reider e coadiuvata da un’efficace e in qualche modo provocatoria colonna sonora free jazz, la pellicola racconta un frammento poco conosciuto (e piuttosto lungo) della storia tedesca avvalendosi della recitazione di due suoi mostri sacri, e cioè Frank Rogoswki, da noi noto per il ruolo di villain in «Freaks Out» di Mainetti e Georg Friederich, coraggioso caratterista già vincitore di un orso d’argento e perfetto nel ruolo di spalla o deuteragonista  del fragile e disincantato Hans.

Nonostante il film utilizzi tutti gli stereotipi, o quasi, del classico prison movie, dal «buco» al tentativo di evasione, dall’ora d’aria al mercato nero fino al rigido classismo carcerario, il tema che sfiora, senza troppi compromessi, lo rende un’opera che valica la pur necessaria indagine storica, ponendosi come universale metafora sulla libertà e il limite nelle moderne democrazie occidentali.

TRAMA

Hans Hoffman è un omosessuale tedesco che entra ed esce dal carcere in una nazione che ancora considera l’amore fra persone dello stesso sesso un crimine. Il film è girato su tre piani cronologici, a partire dal 1945, quando il protagonista passa direttamente dal campo di concentramento nazista alla prigione di Stato, passando attraverso il 1957 e fino al 1969, quando la legge tedesca depenalizzerà l’omosessualità come reato, ma senza ancora rimuoverla dal proprio Codice penale.

La conflittuale amicizia con Viktor, detenuto di origini austriache che sconta un ergastolo per omicidio, omofobo ed eroinomane ma anche ammalato della stessa curiosità di Hans, porterà entrambi ad aiutarsi e capirsi, persino ad avvicinarsi intimamente, come in una sorta di «Green Book» carcerario che annulla ogni pregiudizio raggiungendo quel seminale rispetto che solo gli ultimi e i perdenti possono conquistare.

La disperazione di Hans per il suicidio del ragazzo di cui si è innamorato in carcere, ma anche la disintossicazione di Viktor o il rozzo tatuaggio che quest’ultimo eseguirà sulla pelle del primo per coprire i numeri di serie del campo di prigionia, raccontano più di vent’anni di storia tedesca attraverso il mobile ghetto di un razzismo che poco ha a che fare con la sessualità e molto col conformismo e la paura.

L’epilogo è forse la parte più interessante dell’opera perché il sacrificio d’amore si fonde con l’incapacità del protagonista di sperimentare una libertà inseguita per tutta la vita e che forse, una volta raggiunta, ha scoperto di aver sempre posseduto o, al contrario, di saper vivere soltanto dietro le sbarre.

IL PARAGRAFO 175

Il paragrafo 175 è stata una norma del Codice penale tedesco, varata nel 1871, che ha criminalizzato l’omosessualità per più di un secolo.

Nel 1935, sotto il regime nazista, fu inasprita arrivando a punire la masturbazione in pubblico e rinchiudendo nei campi di concentramento fra i 5000 e i 15 000 omosessuali che, stigmatizzati da un triangolo rosa, furono quasi tutti sterminati; nel 1968 la Germania Est limiterà le sanzioni al sesso coi minori di 18 anni, nel 1969, dall’altra parte del muro, ci si limiterà a punire solo i «casi qualificati»; dopo un’ulteriore attenuazione nel 1973, nel 1989 il paragrafo verrà abolito nella Germania Orientale e, cinque anni dopo (anche dopo il crollo del muro), in tutta la Germania.

La capacità mimetica di Rogowski, credibile anche grazie all’ottimo make-up nelle tre versioni progressive di sé stesso (1945/1957/1968), lo rende capace di estrema sensibilità, spirito di sacrificio ma anche del rassegnato stoicismo di chi conosce gli ingranaggi della giustizia e sa che fra le sue ruote dentate non c’è spazio per empatia e rispetto del diverso: i filmati iniziali in super 8, tratti da telecamere nascoste nei bagni pubblici di un noto ritrovo per gay, e utilizzati come prove in Tribunale, sono la perfetta maschera di un Potere coercitivo e ottuso che vive come una minaccia ogni manifestazione di pensiero divergente e che, a breve distanza dal peggiore totalitarismo mai vissuto, in Patria e nel mondo, trasforma attraverso la legge, e per il pubblico decoro, una persecuzione razziale in norma di profilassi e buon costume.

Il passaggio dal campo di sterminio alla prigione di Hans coincide coi figli nati in carcere per le condanne a vita nel regime coreano, o alla diaspora ebraica dopo il 45, testimoniata da «La Tregua» di Primo Levi: il carcere pedina i suoi interpreti trascinando mura perimetrali e filo spinato dietro le loro ombre in fuga dalla Storia (per la Storia), arrivando a far coincidere i propri confini col cielo stesso, come ne «Il Carcere» di Pavese, solipsistica testimonianza dell’esule per motivi politici che si riconosce tale anche a livello esistenziale.

Le sigarette, novecentesca moneta di scambio nelle carceri di dovunque, e i fiammiferi che Viktor dona sottobanco ad Hans mentre è rinchiuso nel buco, rappresentano non la speranza della fuga ma l’amore fraterno e la reale compassione fra due reietti che condividono, seppur da spalti di diversità diametralmente opposti, lo stesso disprezzo sociale.

Eppure, a differenza di altre pellicole (e di recente ne sono uscite veramente tante) che raccontano cupamente o perversamente l’omosessualità, o di altre che la sdoganano a-criticamente allineandosi al politicamente corretto, «Great Freedom» è soprattutto il carnale inno alla gioia di un uomo che si pone al di sopra di qualsiasi legge morale, e che non vuole trasgredire ma semplicemente godere a dispetto di nessuno.

Il suo imperdonabile errore, per la censoria cultura tedesca, non è quello di vivere a modo suo, rifiutando la famiglia e i sacri crismi borghesi, ma di essere felice lontano da essi, inoculando nei benpensanti il pungente sospetto che si possa vivere, e bene, anche distanti dal Leviatano sociale cui sono da sempre soggetti (o assoggettati).

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