The tribe: la rinascita del cinema (sordo)muto

da | Feb 1, 2023 | MONDOVISIONE

Ci sono dei film che ridisegnano la grammatica cinematografica, ponendosi alla fine o all’inizio di qualcosa, film che ci obbligano ad andare fino in fondo vivendo un’esperienza sensoriale estrema, confinante con l’angoscia e l’esaltazione, film che toccano corde viscerali lasciando vibrare il diapason della disperazione universale: eppure, alla fine di questo viaggio perturbante, come la salvifica crepa su un lago ghiacciato che ci ridoni ossigeno dopo l’ipotermia e il quasi annegamento, arriva la catarsi a bagnare di senso la crudeltà e la violenza.

«The Tribe», film ucraino del 2014, opera prima di Miroslav Slaboshpitsky, classe 74 e, fino a quel momento noto solo per i propri corti, con la curata fotografia di Valentyn Vasyanovich (coproduttore e addetto anche al montaggio) e l’attenta sceneggiatura (o coreografia?) dello stesso Miroslav, è quel tipo di film.

132 minuti di attori non professionisti e sordomuti, senza traduzione, sottotitoli o voice over, per un’opera che ha scandalizzato Cannes, vincendo il Grand Prix della Semaine de la Critique, e candidandosi di fatto a pellicola «viscerale» per definizione, un coming of age di adolescenti senza futuro che tra le tante esegesi possibili, ribalta il concetto di disabilità, privandolo di quell’aura di fragile purezza, e velata ipocrisia, che ammanta il politicamente corretto e l’abusata, non solo semanticamente, idea di inclusività.

TRAMA

Il sedicenne Sergey, proveniente da un altrove non ben specificato, entra a far parte di un istituto per sordomuti e, dopo qualche formalità burocratica, un’ora di lezione e un surreale party scandito da una luce intermittente, viene subito iniziato ai violenti rituali di una ristretta cerchia di coetanei che sembra detenere il potere, e in qualche modo manovrare anche gli educatori e il personale di servizio.

Le due uniche ragazze, idolatrate e strumentalizzate al tempo stesso, si prostituiscono ogni sera in un parcheggio per camionisti mentre, sia dentro che fuori il collegio, furti, prevaricazioni sui più deboli, alcol e violenza, tracciano i confini di un mondo claustrofobico in cui i pochi adulti (anch’essi sordomuti o costretti allo stigma del linguaggio dei segni) sono complici o compiacenti carnefici di quest’educazione criminale a metà tra Edward Bunker e l’Arancia Meccanica di Kubrick.

A scardinare le regole concentrazionarie dell’istituto sarà l’amore di Sergey per Anna, una delle due minorenni, quando le impedirà di prostituirsi, scatenando l’ira del caporalato che prima lo punirà, quindi lo isolerà, meritando nel finale una delle nemesi più brutali che la storia del cinema moderno ricordi.

SONO STANCO DI URLARE SENZA VOCE

I versi di Ungaretti a introdurre il paragrafo dove andiamo ad analizzare le ragioni dell’alienazione filmica che stanno alla base di «The Tribe»: a volte alcuni stili di ripresa o scelte tecniche puntano a colpire lo spettatore cercando il famoso jump scare o, più semplicemente (sovvertendone il punto di vista), tentano di trascinarlo non in territori sconosciuti ma estremamente famigliari, solo con un’angolazione inedita e soffocante.

Ma in questi casi lo stile precede e orienta la narrazione.

Nel caso di The Tribe ogni movimento di macchina, scelta stilistica o taglio di montaggio segue la trama, assecondandola come un silenzioso guanto di velluto e divenendo un tutt’uno con l’economia del racconto.

Nell’opera prima di Slaboshpitsky non ci sono primi piani ma abbondano i piani sequenza (spesso con la camera a mano che segue le spalle del protagonista), i campi lunghi e medi per sancire in modo definitivo e inequivocabile la distanza fra chi osserva e chi è osservato, distanza ribadita dalla scelta di far dialogare, e parecchio, i ragazzi, che a volte raggiungono vette di parossismo linguistico quasi intollerabili.

Eppure, questa distanza, aiutata dalla semplificazione della trama (intelligente scelta autoriale non tesa alla ricerca dell’archetipo, ma dell’universalità della fruizione), determina un’immedesimazione persino superiore in chi osserva e cerca di capire le danze coreografate di un film nient’affatto muto, visto che il sonoro è ben presente e scandisce la narrazione, ma semplicemente, e drammaticamente, silenzioso.

La prima rissa d’accettazione per Sergey, che prima è stato costretto a spogliarsi per valutarne le condizioni fisiche e la prestanza atletica, si configura come un primitivo balletto di gesti misurati e ostili che il regista-entomologo inquadra in campo-lungo con uno stile documentaristico antiquato ma efficace; il sesso con Anna, mimato e muto, dapprima bruttale e poi quasi tenero, a stabilire la differenza con le copule nei parcheggi o con quello subito dagli altri coetanei-aguzzini, disegna un cinema di urgenze e corpi, ma anche di esterni screpolati e corrotti, rigidi e decadenti, un cinema di colpevoli senza redenzione che non conosce altro linguaggio all’infuori dell’egoismo e della prevaricazione, da cui l’unica via di fuga possibile sembra l’espatrio.

Ed è qui che «The Tribe», da favola postmoderna e in parte autobiografica (Miroslav lo ha girato nella sua ex scuola, dove osservava il vicino istituto per sordomuti), diviene metafora sociale attraverso la contemporaneità dei cartelli con su scritto «Italia», il posto dove Anna e la sua amica vorrebbero fuggire per ricominciare una nuova vita, ma che Sergey non può accettare perché perderebbe l’unica oasi di pace nel deserto di violenza che abita, e che lo abita, da tempo.

Non artificio tecnico dunque, né geniale mossa pubblicitaria, il «sordomutismo» di The Tribe resta invece l’inevitabile scelta stilistica di un cinema e di un regista senza compromessi che ci ricordano, proprio agli albori della «questione russa» che ha poi dato il via al conflitto ucraino, che esistono mali interiori così radicati nell’essere umano da non avere bisogno di alcun linguaggio per essere trasmessi, poiché l’unica uguaglianza possibile si raggiunge solo nel dolore che non prevede né mai prevederà emarginazione. Come diceva Vittorio Gassman: «Il dolore entra in uno spazio e lo riempie tutto».

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