(Dis)infosfera: quando la realtà diviene una fake news

da | Gen 24, 2023 | IN PRIMO PIANO

Durante un dibattito cui ho partecipato non molto tempo fa, la cui platea era equamente suddivisa fra giornalisti, personaggi politici (alcuni ancora in attività, altri ormai fuori dall’agone) e figure religiose «in borghese», e cioè lontane da qualsiasi proposito di proselitismo, un ex sindaco di mezza età si è rivolto all’improvviso alla categoria cui appartengo e con un basso timbro da tabagista ha esclamato: «Ma cosa vi è successo? Un tempo noi politici avevamo paura di voi! Ci tenevate sotto scacco!!»

Un anno fa, invece, durante un evento on line patrocinato da un’università, uno studente poco più che ventenne, parlando di fake news e dell’infodemia dilagata durante la pandemia, nel chiedermi quale debba e possa essere il ruolo del giornalista oggi, col candore idealistico di chi ancora non abbia valicato la trentina, concludeva a mezza bocca (ma non così mezza da non farsi udire), «sempre che abbia ancora un ruolo».

Infine, ma non in ordine di importanza, durante il periodico aggiornamento professionale, grazie all’intelligente intuizione di chi mediava l’evento, che ha disposto a fine corso i presenti a cerchio, invitando tutti a parlare della propria esperienza professionale, dal titolato reporter Rai all’ultimo dei free lance dell’etere, la testimonianza di una cronista locale che con la voce rotta dall’emozione ha esclamato: «Mi pagano 7 euro (da fatturare) a pezzo ed io arrivo sempre per ultima: dopo i cittadini che hanno assistito all’evento, dopo il poliziotto che ne ha postato la sintesi sul suo profilo social e dopo i gossipari inveterati. A volte mi chiedo quale senso abbia».

Ed ha senso porsi queste domande per elevare i toni dall’usurato campo deontologico a quello ontologico chiedendosi se il giornalista oggi è ancora «il cane da guardia del potere», come recita il celebre adagio, oppure se è vera la provocazione di Travaglio e cioè che in Italia più che altro ne è il cane da riporto, o da compagnia.

INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE

Il vertiginoso crollo di vendite dei quotidiani cartacei è il sintomo di un disinteresse e/o calo di fiducia nei confronti della stampa o solo la certificazione funebre del venir meno dell’oggetto-cultura, lapide già apposta a dvd e cd, ma non ai libri (visto il fallimento dell’e-book)?

Il successo degli abbonamenti in digitale riscosso dal New York Times dimostra che forse la rivoluzione in atto più che culturale sia antropologica e riguardi la fluidità/fruibilità della Rete, e non la qualità dei suoi contenuti, anche se alcuni attenti osservatori hanno parlato della disabitudine italiana a pagare per sostenere i propri streamer e piattaforme di riferimento.

Pur restando valida l’affermazione del garante della privacy secondo cui se un prodotto digitale è gratis il prodotto sei tu, la rapidità delle breaking news, la natura della nuova informazione, sincronizzata, delocalizzata e correlata, e la diffusione virale delle fake news, hanno portato al trionfo della comunicazione sull’informazione: il finto contratto prematrimoniale fra Ben Affleck e Jennifer Lopez, circolato sui principali quotidiani nazionali a fonte «stampa americana», in realtà era comparso solo su un giornale sportivo on line spagnolo e nessuno si è preso la briga di verificare con accuratezza la notizia.

Gli esempi potrebbero dilagare a macchia d’olio, dallo scontro fra Fedez e la Rai per il concerto del Primo Maggio, documentato in tempo reale su tutti i profili social del cantante (che vanta una potenza di fuoco di svariati milioni di follower), al punto che a recitare il ruolo di Cenerentola è stata proprio Mamma Rai, fino alle quotidiane sviste o citazioni sbagliate che raramente vengono rettificate, e che trasformano il lavoro culturale e il ruolo dell’intellettuale in un tamponamento a catena senza soluzione di continuità.

La comunicazione dei social, autoriferita e frammentaria, si differenzia dall’informazione (e dal dovere di esercitarla che comporta delle responsabilità, anche penali) perché prescinde dal controllo delle fonti e perché punta all’edificazione di un punto di vista e non alla comprensione transmediale della realtà.

Fatta la premessa che le quasi totalità della Generazione Z in Italia non si informa sui quotidiani (né cartacei, né digitali) ma su Tik Tok e Facebook e, nulla togliendo a chi sui social si muove a livelli eccelsi di comunicazione, diventa sempre più importante la media literacy, e cioè l’educazione ai media, anche e soprattutto per smascherare disinformazioni e fake news.

Prima della classe in Media Literacy e fra i primi cinque paesi europei in termini di libertà di stampa, la Finlandia si occupa di questi argomenti già dagli anni Settanta e dal 2000 attua una strategia interdisciplinare nelle scuole per educare all’utilizzo dei media; nonostante sia giusta l’osservazione che in un paese ricco e con soli 5,5 milioni di abitanti sia più semplice l’operazione di fact checking, è altrettanto vero che sul piano didattico un adolescente di Helsinki studia i rudimenti della propaganda, del marketing e della manipolazione dei dati statistici, mentre l’Italia è al 23emo posto nel Media Literacy Index e al 58esimo nel Word Press Freedom Index.

La parola chiave è coordinazione: in Finlandia tutte le istituzioni collaborano al processo formativo della Media Literacy, dal governo alle università, passando attraverso la radiotelevisione pubblica Yle, le biblioteche, i sindacati dei giornalisti e le ong, laddove in Italia non esiste nemmeno la figura del media educator, ma solo quella, più pragmatica, dell’animatore digitale.

Per formare un approccio critico alla realtà occorre educare ragazzi e bambini a capire e commentare le notizie degli adulti, consentendo loro di analizzarle in modo trasversale, ma per arrivare a questo livello di consapevolezza bisogna prima restaurare una fiducia nelle istituzioni, politiche e scolastiche, che si è andata perdendo e ridare al tempo stesso importanza all’informazione, insegnando alle nuove generazioni il rifiuto per ciò che è scadente qualitativamente o asservito a determinati centri di potere.

Esigere qualità e rispetto per il lettore significa operare nella piena trasparenza ma anche coinvolgerlo nel meccanismo di verifica delle fonti e in quello di fact checking, non giocando al ribasso col politicamente corretto o la censura, ma lottando contro il procedimento fraudolento delle querele temerarie che intimidisce l’indipendenza dell’informazione e contro il (quinto) quarto potere che, non retribuendo i giornalisti, li obbliga a vendere i propri pezzi un tanto al chilo, esponendoli ad affiliazioni e parentele, tangenti e meschini compromessi.

Il ruolo della stampa, a prescindere dal mezzo che si afferma e affermerà strada facendo, non deve essere quello di setacciare il vero dal falso ma di contribuire a formare un’opinione pubblica colta e attenta, vigile e intelligente, ampliando l’offerta per un reale pluralismo e combattendo la fenomenologia del copia e incolla, quello che Baudrillard definiva «il grado Xerox della cultura».

Questo vale tanto per il settore privato che per il servizio pubblico: se il giornalista è il cane da guardia del potere in Italia bisogna smetterla di pagare il ca(no)ne.

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