Il Prodigio: anatomia di una menzogna

da | Gen 11, 2023 | MONDOVISIONE

Primo cileno ad aver vinto un premio Oscar (nel 2017, col film «Una Donna Fantastica»), Sebastian Lelio dirige Florence Pugh («Midsommar») in «The Wonder», in italiano «Il Prodigio», produzione statunitense, inglese e irlandese, visibile sulla piattaforma Netflix, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Emma Donoghue, che ha collaborato alla sceneggiatura insieme ad Alice Birch e al regista stesso.

Di altissimo livello la fotografia di Ari Wegner e le musiche del compositore Matthew Herbert, per uno dei film più riusciti di questa stagione, anche grazie alle prove attoriali di Tom Burke e della giovane Kila Lord Cassidy.

L’inizio meta-cinematografico della pellicola, che ci mostra il teatro di posa ricordandoci quasi shakespearianamente quanto abbiamo bisogno di storie, e quanto ognuno dei personaggi che stiamo per incontrare abbia a sua volta la necessità di credere e identificarsi in ciò che fa, non è solo un divertissement, tanto più grottesco in quanto l’opera che sta per iniziare è un dramma in costume e non una prova d’autore post-moderna, ma anticipa il tema della Fede che sarà centrale nella narrazione.

TRAMA

Elizabeth «Lib» Wright è un’infermiera dalla formazione classica che ha prestato servizio nella guerra di Crimea e che ora (siamo nel 1862) viene chiamata, insieme ad una suora, ad osservare un’undicenne che vive in un remoto borgo rurale dell’Irlanda cattolica: la bambina, venerata coma una santa dalla propria famiglia, dal paese e da schiere di occasionali visitatori, non mangia da quattro mesi e sostiene di alimentarsi solo con la «manna dal cielo».

Incredula e profondamente razionale, Lib inizierà ad osservare la bambina, stringendo amicizia e poi una relazione con un giornalista del Daily Telegraph originario del posto, fino al punto, per penetrare il mistero di Anna, di separarla dalla sua famiglia e di indagare i misteri di una Fede parossistica e oscura.

Alla base di questo interesse, che le varrà l’odio della famiglia e la stigmatizzazione dei notabili del paese (gli stessi che l’hanno assunta), c’è la vedovanza di Lib e la perdita di una figlia che ogni notte rievoca assumendo droghe e venerandone le scarpette di stoffa come una sacra reliquia.

Quando Elizabeth scoprirà la verità che si cela dietro «la manna» di cui si nutrirebbe Anna, deciderà di condurla lontano dalla sua famiglia attraverso uno stratagemma in cui la aiuterà William, il giornalista di cui si sta innamorando, che ha a sua volta perso tutta la famiglia nella grande carestia che affligge lo Stato ormai da qualche anno.

Anna diverrà «Nan» (assonanza con Nun, suora?) e potrà iniziare una nuova vita a Londra.

ESPIAZIONE

Vero e proprio manifesto contro il dogmatismo religioso, The Wonder ricrea l’oscurantismo cattolico dell’Irlanda dell’Ottocento attraverso una fotografia itterica in cui abbondano i verdi e i gialli, soprattutto nei soffocanti interni che sanno di torba e miseri stufati, mentre una colonna sonora evocativa e perturbante scandisce i deliri evangelici dell’inappetente santa e gli slow motion lisergici di Lib, dedita a venerare i feticci della figlia scomparsa prematuramente; il segreto, tutt’altro che mistico, dietro il digiuno di Anna è un peccato distorto da un immaginario materno teso a manipolarne l’anima e il corpo, nella connivenza generalizzata di una comunità la cui ignoranza è pari solo all’ingenuo folklore che la isola dal mondo.

Eppure, se Lib riuscirà a capire il dolore della bambina e a convincerla a «morire» simbolicamente per risorgere a nuova vita, sarà proprio perché condivide parte di quella sofferenza e sa che la razionalità scientifica non può niente contro l’amore e le sue d(evi)anze, contro il senso di colpa e la vocazione al martirio che spesso, fideisticamente, ne consegue.

Il taumatropio (dal greco, «girare delle meraviglie»), il giocattolo vittoriano che William regala ad Anna, e cioè la rappresentazione bidimensionale di una gabbia e di un uccello che fatti ruotare vertiginosamente tirandone i fili, ricreano l’effetto protocinematografico di una fuga, simboleggiano non solo la possibile scelta della undicenne ma anche la nostra condizione di spettatori, che possiamo o meno optare per la sospensione di incredulità, decidendo se credere o meno alla storia.

REALTÁ O FINZIONE?

La storia di Anna O’ Donnel è frutto di un’invenzione letteraria ma la sua autrice, Emma Donoghue, ha rielaborato un fenomeno, datato fra il 1400 e il 1800 e diffuso sia in Europa che in America del Nord, conosciuto come quello delle «fasting girls» (letteralmente, ragazze digiunanti), e cioè dei casi storicamente documentati di adolescenti o preadolescenti che rinunciavano al cibo giustificando tale scelta dietro la volontà di nutrirsi solo della presenza di Gesù Cristo.

Fra i casi storicamente documentati di fasting girls, i più famosi sono quelli di Sarah Jacobs che, reduce da una lunga malattia, decise di rifiutare il cibo per non riprendere il duro lavoro nella fattoria e così, assecondata dalla famiglia, e monitorata da ben sei infermiere, si lasciò morire, facendo pendere sui suoi cari l’accusa di omicidio colposo; Mollie Fancherm studentessa modello affetta da dispepsia, che iniziò a rifiutare il cibo attribuendosi facoltà divinatorie che non furono mai sconfessate dalla comunità scientifica; infine, la tedesca Therese Neumann che a seguito di disturbi gastrici e paralisi, derivanti forse da una caduta, iniziò a digiunare sostenendo che un santo le era apparso garantendole che sarebbe sopravvissuta da lì in avanti solo grazie all’eucarestia.

Quando casi di nevrosi o anoressia, che hanno precise motivazioni individuali, spesso correlate a un difficile rapporto con la propria madre, assumono dimensioni collettive di questa rilevanza, è ovvio che la religione divenga la cassa di risonanza sociale di malcontenti e frustrazioni personali, investendo di misticismo secolari tabù come l’incesto, le violenze domestiche e la miseria.

L’errore, il «sacro» errore, risiede nella venerazione del dolore come strumento di conoscenza e rito di passaggio a un mondo migliore, ascrivibile a una sofferenza cosmica che è compartecipazione al regno di Dio, laddove il dolore è solo dolore e il suo unico mistero risiede nell’incomunicabilità, il suo unico lenitivo nell’accettazione silenziosa e caritatevole.

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