Gentrificazione: problema o risorsa?

da | Gen 4, 2023 | IN PRIMO PIANO

Sono molti anni ormai che il termine «gentrificazione» compare sulle pagine di quotidiani e riviste di settore, investito della post-modernità che ammanta altri vocaboli come resilienza e affini, eppure, come spesso capita a locuzioni che cercano di circoscrivere fenomeni culturali complessi, non se ne riesce ancora a stabilire pienamente né la portata né il valore.

Il termine «gentrification» fu inventato nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass, sulla radice della parola «gentry» che in inglese significa «piccola nobiltà», per descrivere il trasferimento, a partire dagli Anni Sessanta, delle classi più agiate nei quartieri operai di Londra come, specificamente, Islington, movimento che nel corso dei decenni successivi ne modificò la morfologia, la portata sociale e le valenze culturali.

Si tratta di un fenomeno essenzialmente occidentale, e in particolare statunitense, che si è sviluppato in maniera diversa a seconda dei singoli territori, in base a una serie di variabili diacroniche e sincroniche, ma che si origina da due opposte tendenze: a partire proprio dagli anni Sessanta/Settanta i centri urbani cominciarono a perdere popolazione grazie alla diffusione delle automobili e alla crescita dei trasporti urbani, assecondando il desiderio di molte persone di sfuggire all’inquinamento metropolitano, al basso livello di istruzione e all’immigrazione incontrollata, per non parlare della rivoluzione industriale che collocava in periferia la maggior parte delle fabbriche, e quindi del lavoro.

Negli anni Novanta, e a partire dal Nuovo Millennio, le villette a schiera in quartieri periferici e ben curati hanno perso prestigio, così molte persone, soprattutto coppie non così ansiose di fare figli, si sono di nuovo trasferite nei centri storici delle città, puntando a lavori nel terziario o nei servizi tecnologici, la cui collocazione è per definizione centrale: questa controtendenza ha inevitabilmente sovraccaricato il mercato immobiliare, con una domanda di gran lunga superiore all’offerta e un rincaro dei prezzi ingestibile, al punto che in molti hanno cominciato ad orientarsi verso i quartieri più popolari (e poveri) delle città.

L’avanguardia di questa scelta sono stati storicamente gli artisti più eccentrici, i professori e gli intellettuali, attratti anche dall’anticonformismo e dall’autenticità di simili quartieri, ma tale esodo produsse anche ristrutturazioni e costruzioni di nuovi palazzi, supermercati, negozi alla moda, e di moda, con un conseguente rincaro di affitti e prezzi di vendita: ergo «la gentrificazione».

A rilanciare le città, e le loro zone più popolari, non sono stati solo i «nuovi» lavori legati al terziario, o la convenienza economica, ma anche una migliore integrazione razziale e un maggiore controllo sulla criminalità, anche se non va sottovalutata la sempre crescente espansione urbanistica che trasforma in centro storico quartieri che fino a pochi anni prima venivano considerati periferie estreme; eppure, a  volte la gentrificazione finisce col ripiegarsi su sé stessa, coi nuovi abitanti che l’hanno veicolata in fuga insieme ai vecchi e storici residenti, entrambi non più in grado di sostenere lo stile di vita importato che ha portato tutti i prezzi a triplicare.

Un’importante differenza fra la gentrificazione statunitense e quella italiana è che la prima si fonda su un elevato livello di mobilità sociale visto che cambiare città in America non è vissuto in modo così traumatico come in Italia, ma anche sul fatto che la gentrificazione a stelle e strisce è, per il tessuto connettivo che la costituisce, un fenomeno essenzialmente etnico mentre da noi, meno ibridati a livello razziale, resta un fenomeno sociale, o tutt’al più identitario.

In base a uno studio uscito nel 2018, e interessato al periodo storico di massima gentrificazione (2000-2013), laddove il relativo indice veniva calcolato in base a un aumento di laureati, nel periodo interessato, sopra i venticinque anni, maggiore o uguale rispetto alla media dell’intera area metropolitana, oltre all’aumento del valore medio di mercato delle abitazioni nello stesso lasso di tempo, e all’aumento del reddito famigliare medio, si rilevava che la maggiore concentrazione artistica (nei trenta poli metropolitani presi in riferimento) avveniva in aree già gentrificate e ricche e che quindi, in linea di massima, non era l’arte il volano del rilancio immobiliare dei quartieri più popolari.

Ma la gentrificazione può avere molte altre declinazioni: la trasformazione di storiche osterie popolari o locande della posta in ristoranti gourmet non è solo un’abile manovra di marketing tesa alla speculazione edilizia, ma anche un modo per «rifare il trucco» alla tradizione, vendendo a prezzi proibitivi, piatti tipici che hanno sfamato famiglie di operai e ferrovieri, muratori e artigiani, facendo leva sulla storicità di prodotti che nel corso degli anni sono stati abbandonati in ragione di una cucina multietnica, nemica di ogni stagionalità e radice.

Così ora, per ritrovare a tavola i piatti dei nostri nonni, finiamo per pagarli quattro volte tanto, ma la gentrificazione non si ferma qui, allargando le proprie nebulose ma prensili spire anche a quelli che un tempo venivano definiti «sottoprodotti di genere», e come tali snobbati dalla cultura ufficiale e dagli strati medio-alti della popolazione: stiamo parlando di fantascienza e fumetti che negli ultimi decenni si sono trasformati in sci-fi e graphic novel, guadagnando gli scaffali delle librerie e vincendo prestigiosi premi, laddove fino a qualche anno fa ammuffivano nelle edicole e nei robivecchi, pubblicati a puntate e su pessime, qualitativamente parlando, edizioni.

In conclusione, ma senza mettere alcun punto (che comunque sarebbe arbitrario) a un fenomeno in continua espansione e modifica, l’unica gentrificazione realmente nociva è quella che coincide col radical-chic e cioè con la finta adesione, da parte delle classi medio-alte, a ideali proletari anticapitalistici e fortemente identitari, al solo scopo di acquisirne le maschere estetiche o a quello, più subdolo, di disarmarne le istanze, ricomprendendole nei meccanismi di potere stessi.

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