Il concetto di liberazione nell’epoca delle passioni tristi

da | Dic 23, 2022 | IN PRIMO PIANO

Era il 2003 quando lo psichiatra e filosofo di origini argentine, ma ormai residente da anni in Francia, Miguel Benasayag, scriveva a quattro mani con Gérard Schmit, il libro-monumento «L’Epoca delle passioni tristi», spinto dalla pulsione antropologica di capire il perché del moltiplicarsi di disturbi psicologici nei giovani e giovanissimi, europei e di tutto il mondo.

Dopo aver ascoltato a lungo l’inane nichilismo degli adolescenti delle banlieue parigine e considerato il suo passato non precisamente accademico, visto che Miguel è stato militante della resistenza armata sotto la dittatura dei generali e per questo ha passato quattro anni e mezzo in carcere dov’è stato anche torturato, l’obiettivo del libro era quello di inquadrare le tante crisi individuali in una più ampia crisi di proporzioni esistenziali, politiche e storiche.

Riprendendo Spinoza, che definiva passioni tristi il cinismo, la rassegnazione, il disincanto e il nichilismo, opponendo loro le passioni gioiose e cioè quelle legate all’agire, Benasayag tracciava (in)volontariamente un identikit del post-modernismo e una sua mappa patologica a venire, senza ancora avere il minimo sentore della debacle globale del 2008, né dell’esponenziale crescita del digitale cui si sarebbe assistito nel Nuovo Millennio.

La sua lezione, proprio perché saldamente radicata nel reale, resta attuale nonostante siano passati quasi vent’anni.

IL FUTURO COME MINACCIA

Un tempo, quando ancora esisteva la storia, il futuro era una terra promessa da raggiungere spezzando le tante catene, politiche, economiche e ideologiche, cui eravamo avvinti e la parola chiave di tale ascensione era la speranza, declinata nella prassi del progresso: la modernità si incarnava nella psicoanalisi di Freud che vedeva il negativo come parte del processo positivo di liberazione dalla nevrosi tramite la terapia, o nella filosofia di Marx che lo individuava nello sfruttamento capitalista, superabile dialetticamente attraverso la coscienza (e la lotta) di classe. Per entrambi questi colossi ideologici del Novecento il negativo non era solo funzionale ma prezioso per il processo di emancipazione individuale e sociale cui ambivano, al punto che scrittori come Kafka (di certo non distanti, almeno come portata filosofica, da una certa sinistra) furono inizialmente ostracizzati per il nichilismo insito nelle loro opere: basta pensare all’incompiutezza de «Il Castello» o all’epilogo tutt’altro che rassicurante de «Il Processo».

Eppure, con la fine della storia, ormai confinata nei sussidiari, si è proclamata l’era dell’individualismo (ricordiamo la celebre frase della Thatcher: «non esiste la società, solo gli individui») che ha portato il filosofo dei non-luoghi, Augé, a chiedersi: «che fine ha fatto il futuro?»

Il futuro, per Miguel Benasayag, ha semplicemente cambiato segno, mutando da una promessa di felicità e speranza a una minaccia, con un uomo non solo incapace di diventare padrone di sé stesso e del mondo, ma che subisce passivamente il neoliberismo mercantile e una tecnica invasiva che consuma (e che lo consuma), perché non la conosce. 

Il mito di matrice sovietica di una società iper-industrializzata in cui le macchine avrebbero donato all’uomo la libertà e l’affrancamento dal lavoro, si è trasformato in un incubo di decrescita e disoccupazione, col digitale che ha saturato, e satura, ogni spazio disponibile, preconizzando la metafora distopica delle macchine che continueranno a funzionare anche dopo la nostra estinzione.

Lo scrittore argentino individua varie crisi, o momenti di una stessa crisi, partendo dal crollo del concetto di autorità, un tempo statutaria e predefinita, ed ora fondata invece sul rispetto della libertà individuale, la stessa libertà che porta i giovani a mettere in discussione le proposte di genitori e insegnanti: ne conseguono l’autoritarismo e la coercizione, il seduzionismo commerciale che trasforma gli adolescenti in semplici clienti (basta pensare al commercio dei dati personali da parte delle Big Tech), il rifiuto dell’ «anteriorità» degli anziani, percepiti ormai solo come un peso e non come veicoli di un sapere culturale, e, ovviamente l’utilitarismo più spinto che fagocita memoria e bellezza, distruggendo tutto ciò che non è profitto a breve termine.

Viene meno anche il concetto di educazione freudiana, inteso come rinuncia alla libido narcisistica in funzione di quella oggettuale, per cui i ragazzi sono soli di fronte alle proprie pulsioni che non sanno riconoscere perché, avendo disertato ogni tipo di cultura, non riescono a dare un nome alle proprie emozioni e le confondono, assecondando una medicina ormai schiava di etichette e tassonomie, ansiosa di prescrivere e incasellare invece di dedicarsi a una seria profilassi e a una diagnostica dialogica.

Siamo al trionfo degli psicofarmaci che parlano al corpo sociale e mai a quello umano.

L’etnologa francese Françoise Héritier distingue il pensabile (ciò che sembra corretto e lecito, e quindi socialmente accettabile) dal possibile (e cioè, gli atti che si possono compiere, sia in pubblico che in privato, ma che non sono pensabili), tracciando un limite fra queste due categorie rappresentato dai divieti (i due più universali e condivisibili sono l’incesto e l’antropofagia) che possono cambiare storicamente, dilatando il campo del pensabile che però, se finisce con l’identificarsi con la società stessa, la farà implodere.

Con la fine del futuro e del concetto di modernità, nell’eterno presente teorizzato dalla sociologia, che non ammette più quella che Benasayag definiva «la topologizzazione del tempo», bisogna solo abbandonare la speranza, regina secondo Spinoza delle passioni tristi, perché rimanda a un altrove di felicità che paralizza il presente.

«Gli uomini si credono liberi perché ignorano le proprie catene», scriveva secoli fa il filosofo preso a modello dallo psichiatra sud-americano.

Testimone (coatto e riottoso) del difficile cammino democratico del suo popolo, e del Sud-America in generale, l’autore sa che la soluzione di questa crisi giovanile ed endemica non può passare attraverso il semplice esercizio della democrazia, ma nemmeno coniugarsi nella delega a un leader carismatico o in un macro-modello di governo alternativo; ora che la tecnica anticipa, e a volte produce, norme e che la didattica cerca sempre nuove forme di standardizzazione, provando a volte ad emulare la sovraeccitazione neurale e la potenza di riflessi dei videogame, le vere risposte alla viscosità del presente e all’annullamento del futuro sono il riappropriarsi dei saperi necessari, che devono integrarsi e non essere sostituiti dai saperi scientifici, l’inseguire la libertà non come traguardo cronologico-geografico ma come severa prassi quotidiana, creando una clinica del legame che salvi l’individuo dalla (presunta) onnipotenza narcisistica attraverso la solidarietà.

Aristotele diceva che l’uomo libero è quello che ha delle radici, noi che solo chi è libero può soffrire veramente: ne consegue che la vera passione è non appaltare il nostro dolore a nessuno e, rispettando quello degli altri, trasformare la sofferenza in energia sociale motrice.

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