Vergine giurata: ontologia di un condizionamento

da | Dic 21, 2022 | MONDOVISIONE

Uscito nel 2015, e presentato alla sessantacinquesima Berlinale, il primo lungometraggio di Laura Bispuri affronta in chiave neorealista il poco noto mondo delle «vergini giurate» albanesi, e cioè di quelle donne che scelgono, aderendo a consuetudini medievali, di rinunciare alla propria sessualità (e quindi alla propria maternità), pur di poter vivere come uomini in mezzo agli uomini.

Co-produzione italo-svizzera-tedesca-albanese-kosovara, «Vergine Giurata» è integralmente costruito sulla recitazione di Alba Rohrwacher, il cui verbo è essenzialmente corporale, e non potrebbe essere altrimenti visto l’argomento: l’attrice, in grado di sprigionare un’androginìa priva di strafottenza e pervasa invece d’una puberale fragilità, funzionale all’indagine ritualistica della pellicola, regge quasi da sola l’intero contenuto dell’opera che, oltre ad avere una perfetta colonna sonora e una fotografia che ben tratteggia i flashback temporali e il gioco interno-esterno, riesce a trasformare un’altrimenti noiosa pièce etnografica in un’attualissima metafora sui generi(s) sessuali.

TRAMA

Hana, dopo aver perso entrambi i genitori in circostanze misteriose, viene adottata da un’umile famiglia di pastori che vive fra le remote colline dell’Albania e lì trascorre la sua infanzia con la sorellastra Lila, dimostrando fin da piccolissima un’attitudine ribelle e un’ansia di indipendenza che mal si sposano con gli usi e i costumi rigidamente patriarcali della comunità che l’ha accolta.

Quando Lila, con la scusa di andare insieme a vedere il mare, abbandonerà lei e la famiglia per fuggire in Italia con l’uomo che ama, e non con quello che le sarebbe stato imposto, Hana decide di divenire «vergine giurata» e di farsi chiamare Mark, nonostante segnali premonitori di questa scelta fossero evidenti, soprattutto al padre, ben prima di tale scelta: dall’andare nel bosco da sola al voler utilizzare il fucile, fino a pedinare la sorellastra affinché non violasse il codice d’onore della famiglia e della comunità.

Dopo la morte del patrigno, cui la legava un misto di venerazione e sindrome di Stoccolma, Hana deciderà di raggiungere Lila in Italia, cercando, senza il minimo preavviso, di integrarsi con la nuova famiglia e soprattutto con la nipote adolescente Jonida, anche se la regista non spiega il perché di questa scelta radicale.

Fra flashback che ripercorrono l’adolescenza vissuta fra impervi monti innevati e uomini cupi e silenziosi, e il presente nelle periferie laziali, fra Roma e Terracina, Hana rinuncerà lentamente al suo alter ego Mark e sceglierà di vivere da sola, pur mantenendo dei solidi contatti con la sorellastra e la nipote.

Ma non basterà perdere la verginità o indossare un reggiseno per completare la propria metamorfosi che, essendo più culturale che ormonale, dovrà fare i conti con la difficoltosa sublimazione di un passato personale e con la metabolizzazione di un folklore per niente facile da assimilare.

Ad aiutarla sarà l’acqua, dapprima vissuta come simbolo di fuga (e perdita), quindi di femminilità guadagnata più che ritrovata, visto che lei ha scelto di essere uomo prima di imparare ad essere donna: la leggiadra sincronia di Jonida con le altre nuotatrici la farà sentire aliena a quel tipo di armonia, ma sarà anche in grado di sottrarla a dei condizionamenti più che ventennali.

LE BURRNESHE

Le «vergini giurate» (in albanese «burrneshe») scelgono la propria castità, o «verginità eterna», come recita il rituale imposto dal Kanun, un codice medievale che si tramanda quasi esclusivamente per via orale, per poter godere (si fa per dire) dei privilegi concessi agli uomini, come sparare, andare a cavallo, scegliere per primi, mostrare disaccordo, parlare per primi e via dicendo.

Laura Bispuri ha trasposto l’omonimo romanzo di Elvira Dones, scrittrice nata in Albania, naturalizzata svizzera e attualmente residente negli Stati Uniti, ma ha anche intervistato personalmente alcune vergini giurate (una di loro, Pal, compare anche per qualche istante nella pellicola), e si è ispirata alle foto tematiche di Pepa Hristova e Paola Favoino: la sintesi finale è un asciutto coming of age che trasforma una realtà antropologica poco conosciuta in un’universale metafora dei conflitti di genere, affondando il «Bispuri» in quell’eterno confine di guerra che è stato e continua ad essere il corpo femminile.

Non si diviene vergini giurate solo per emulazione maschile o spirito di indipendenza, ma anche per sottrarsi a matrimoni indesiderati, badare alla propria famiglia o per non subire il rigido codice morale tutt’ora presente, per quanto poco diffuso, in alcune regioni dell’Albania montana: quando, in un momento dell’adolescenza di Hana, passa a cavallo una sposa promessa, sua madre le dice che è stata velata per nasconderle la possibile strada del ritorno, ed è ancora più mortificante la tradizione, rivelatale dal padre, di donare un proiettile al futuro sposo affinché possa liberarsi della consorte, se non sarà una brava moglie.

Dal punto di vista sessuale siamo agli antipodi della liquidità di genere, poiché non solo Hana è vergine ma nemmeno si interroga sulla propria intimità, ed entrambe le sue scelte, la castità prima e la riacquisizione della propria femminilità dopo, hanno senso solo come rituali di passaggio culturali che ci ricordano quanto i tabù sessuali, religiosi e alimentari, abbiano plasmato secoli di storia e politica sociale.

«Vergine Giurata» presenta alcune ingenuità tipiche dell’opera prima (tutti si accorgerebbero all’istante che Hana/Alba è una donna, nonostante il look androgino e la fascia elastica al seno), così come alcune decisioni andavano meglio contestualizzate, ma resta il valore complessivo di un film ambizioso che racconta anche la difficile parabola dell’integrazione e lo scontro fra tradizione e crescita personale.

Quando la protagonista, nella nuova casa dove vivrà da sola, scrive in italiano sgrammaticato su una lavagna, quali sono le sue nuove regole di «vergine abiurata», dimostrerà di essere ancora molto lontana dalla vera libertà e che il severo marchio di ogni condizionamento è ontologicamente il condizionamento stesso.

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