Quarant’anni di questione morale

da | Dic 15, 2022 | IN PRIMO PIANO

A più di quarant’anni dalla storica intervista che Eugenio Scalfari, giornalista e fondatore del quotidiano “La Repubblica”, fece a Enrico Berlinguer, segretario dell’allora Pci, lo scenario internazionale sembra essere decisamente mutato rispetto a quel 28 luglio 1981, eppure, il conflitto ucraino, con le sue mille implicazioni, la vittoria in Italia del Centro-Destra (più Destra che Centro), edificatasi sul «funerale liquido» della Sinistra, ormai in scena da più di un decennio, e le recenti rivelazioni inerenti al Quatargate, rilanciano la «questione morale» enunciata allora, con un’urgenza etica senza precedenti.

Il crollo del muro di Berlino e la conseguente frantumazione sovietica, l’ascesa della Cina postcapitalista e il declino degli Stati Uniti, sono solo alcune delle rivoluzioni che sembrano inquadrare il contesto della storica intervista in un’ottica quasi archeologica (in senso politico, ovviamente), eppure, come il marxismo ha ancora ragione di esistere, attualizzato, nei suoi fondamenti-cardine, anche il discorso di Berlinguer può scavarsi la sua nicchia nei moderni scenari dominati dalla manipolazione e dalla post-verità.

Per evitare che la complessità democratica sfumi nello slogan e nel bipolarismo concettuale, che alla dialettica si sostituisca la tifoseria e che formule ragionate, espressione di sublimi sintesi, si declinino in onorevoli, ma inutili, eredità ideologiche, ha senso riproporre il nocciolo del discorso di Enrico Berlinguer sulla, e contro, la politica.

I PARTITI HANNO DEGENERATO E QUESTA È L’ORIGINE DEI MALANNI D’ITALIA

È un Berlinguer stanco ma estremamente lucido quello che accetta di farsi intervistare da Scalfari e, a differenza della maggior parte dei suoi interventi, che venivano preparati e limati a lungo, in quest’occasione il Segretario sembra parlare a braccio ma con una chiarezza d’intenti che lascia trapelare una lunga sedimentazione interiore.

Non tutti sanno che fu lui a coniare l’espressione «Mani Pulite», ben dodici anni prima che riempisse le pagine di tutti i quotidiani, italiani e non, e fu sempre lui ad essere accusato per primo di teorizzare «l’antipolitica», quella che si sarebbe tradotta in populismo nel Nuovo Millennio, ma il clima che anticipa il 28 luglio 1981 è denso di avvenimenti e riflessioni: il 27 novembre 1980 Berlinguer, subito dopo la tragedia in Irpinia, si presenta di fronte al gruppo dirigente del suo partito con un documento che sancisce l’abbandono da parte del Pci di qualsiasi rapporto di Governo con la Democrazia Cristiana, linea ribadita radiofonicamente il giorno successivo quando, alla domanda se fosse fallito il compromesso storico, il segretario rispose: «è fallita la caricatura che ne hanno fatto, presentandolo come una pura formula di Governo».

Il 17 luglio del 1981, la Magistratura scopre gli elenchi degli appartenenti alla loggia P2 di Licio Gelli e, fra editori e giornalisti, magistrati e l’intero vertice dei servizi segreti, ci sono svariati politici, di Governo e non, ma fra di essi non compare nessun dirigente del partito comunista, al punto che divenne storica la battuta di Giancarlo Pajetta: «a leggere queste liste si capisce subito che l’unico modo per non votare P2 è votare Pci».

Dieci giorni dopo questa lugubre agnizione, Berlinguer si incontra con Eugenio Scalfari e pianta i semi della «questione morale», che gli varrà lo sdegno e l’irrisione di molti socialisti (Martelli e Craxi su tutti, quest’ultimo in particolare tre anni dopo dichiarerà di non averlo fischiato ad un comizio solo perché non sapeva fischiare), ma anche di alcuni suoi illustri colleghi di partito, come Giorgio Napolitano.

L’invettiva del Segretario è contro i partiti, ridotti ormai a macchine di potere e clientela, privi della passione che li animava nei primi decenni del dopoguerra e incapaci di ascoltare e organizzare l’iniziativa popolare, lottizzando e spartendo ma anche occupando lo Stato e le sue istituzioni.

B. riconosce al popolo italiano la consapevolezza dell’imbarbarimento politico in atto ma ritiene che gran parte dei cittadini siano «sotto ricatto perché […] hanno ricevuto vantaggi […] o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più» e tale connivenza sarebbe dimostrata dalla schizofrenia alle urne che vede un elettorato progressista in fase referendaria (74’ sul divorzio e 81’ sull’aborto) e allineato alle politiche (42% raggiunto dalla Dc); non c’è ricambio nella classe dirigente, tema caro storicamente anche a Gramsci, ma in risposta all’accusa di una supposta «superiorità antropologica» dei comunisti, o presunta tale, egli parla della principale differenza fra il Pci e la socialdemocrazia in generale, e cioè che la prima si occupa da sempre degli operai e dei lavoratori sindacalmente organizzati, ma molto poco o niente dei sottoproletari e degli emarginati.

Interessante è poi l’invettiva contro il consumismo individuale ed esasperato, in grado di generare solo insoddisfazione, smarrimento e infelicità, aumentando il divario fra zone sviluppate e arretrate e fomentando la cultura della droga, critica questa che sembra raccogliere l’eredità del dualismo pasoliniano fra sviluppo e progresso e il suo attacco all’edonismo di massa e alla finta liberalizzazione dei consumi.

Un ultimo lampo Berlinguer lo genera quando parla di sanità affermando: «che sia gratuita, e con servizi efficienti, per le fasce di reddito inferiori e medio inferiori. Gli altri contribuiscano in ragione del loro reddito […] lo stesso criterio dovrebbe valere per tutta la politica previdenziale, per le tariffe, per la politica fiscale […]», e ancora, «quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire».

LA MORALE STANCA

Dapprima monopolizzati dall’economia, quindi strumentalizzati dalla tecnica, i partiti non sono più le macchine clientelari che denunciava Berlinguer e, capovolgendo l’adagio andreottiano: «il potere logora chi non ce l’ha», da tempo ormai schieramenti e leader politici durano sempre meno, fagocitati e risputati dalla viscosità dei social media: eppure, l’appello alla credibilità come base del consenso sociale per qualsiasi programma, soprattutto se di lungo termine, è ancora attuale, come il radicamento sul territorio, il ricambio della classe dirigente, e il contatto con quegli strati della popolazione che un tempo erano i drogati (lo sono ancora oggi), i sottoproletari e , purtroppo, le donne, e che oggi sono diventati i Neet, il popolo delle finte partita iva e dei contratti a termine, rappresentanti di un precariato esistenziale che (soprav)vive di rinnovi stagionali e condoni, proroghe e promesse elettorali mai realizzate.

Come il marlin de «Il Vecchio e il Mare», il corpo della Dc è stato divorato da mille e più correnti, mentre l’integrità etica del Pci si è infranta contro uno snobismo di fatto che esalta la povertà come categoria estetica ma odia i poveri, e nel naufragio del populismo (anche il più illuminato e in buona fede) resta la questione morale con cui ognuno di noi deve confrontarsi se vuole rappresentare o chiedere di essere rappresentato.

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