Autonomia differenziata: espressione di democrazia o ennesima sperequazione?

da | Dic 7, 2022 | IN PRIMO PIANO

Di recente si è tornato a parlare di autonomia differenziata, e in particolare delle proposte avanzate da Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia per ottenere maggiore autonomia su alcune materie (vedi l’istruzione), anche alla luce della proposta di legge del Ministro Roberto Calderoli; il fondamento di tali richieste è l’articolo 116 della Costituzione, riformato dalla nota legge costituzionale n. 3 del 2001, inerente al titolo V della Cost., che attribuisce alle Regioni, con legge ordinaria, «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119».

La riforma di cui sopra ha tripartito la potestà legislativa:

  1. Esclusiva dello Stato;
  2. Concorrente fra Stato e Regioni, con la potestà in senso stretto in mano alle Regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato:
  3. Esclusiva delle Regioni, per tutte le materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato.

L’articolo 116 della Costituzione, in particolare, riconoscendo l’autonomia delle 5 Regioni a statuto speciale, prevede che «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» possano essere attribuite anche a Regioni a statuto ordinario, ma soltanto per le materie di competenza concorrente fra Stato e Regioni; per le materie riguardanti l’organizzazione della giustizia di pace; per le norme generali sull’istruzione e la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Risale già al 2017 l’iniziativa delle tre Regioni del Nord (quindi ben prima del trionfo delle Destra, anche leghista, alle elezioni politiche) di ottenere «le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» previste, e al 2018 la sottoscrizione di tre accordi preliminari con il Governo, riguardanti l’istruzione, le politiche del lavoro, la salute e l’ambiente, ma il novero si è ampliato nel corso del tempo.

Eppure, va fatta un’importante distinzione fra Emilia-Romagna e Lombardia, che chiedono la «regionalizzazione» di materie oggetto di accordo preliminare con il Governo, e il Veneto che, in particolare in materia d’istruzione, richiede una maggiore autonomia regionale in:

  1. Programmazione e offerta didattica regionale, con un Piano Pluriennale, adottato d’intesa con l’Ufficio Scolastico, che definisca la dotazione dell’organico e l’attribuzione delle autonomie scolastiche, fermo restando l’assetto ordinamentale statale dei percorsi d’istruzione e delle relative dotazioni organiche;
  2. Integrazione degli organici;
  3. Creazione di un sistema integrato di istruzione professionale e di istruzione e formazione professionale, anche attraverso l’utilizzo delle dotazioni organiche aggiuntive, a seguito dell’istituzione del fondo regionale;
  4. Competenza a definire l’organizzazione delle Its per lo sviluppo delle relazioni fra autonomie scolastiche e formative, istituzioni universitarie e sistema delle imprese, con precisi standard, ovviamente, sia organizzativi che gestionali.

Per realizzare questo progetto, ogni Regione dovrà dotarsi di un fondo apposito per il diritto allo studio e per l’edilizia scolastica, in cui confluiranno le risorse derivanti dai tributi erariali regionali, maturati dalla spesa sostenuta dallo Stato nella Regione, riferita alle funzioni trasferite o assegnate, di fabbisogni standard, entro un anno dall’approvazione dell’intesa, e che entro cinque anni dovranno diventare il termine di riferimento, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi regionali maturati in rapporto ai rispettivi valori nazionali.

Il Veneto, in particolare, oltre a richiedere il trasferimento di competenze su 23 materie, ha ventilato l’autonomia per le competenze amministrative e legislative in materia di programmazione dell’offerta formativa scolastica (compresi i percorsi di alternanza scuola-lavoro, l’orientamento scolastico, la valutazione del sistema educativo regionale, l’assegnazione dei contributi alle scuole paritarie, i fondi per il diritto allo studio e la gestione del personale della scuola e degli uffici del Ministero presenti sul territorio veneto).

Critica la Gilda Nazionale degli Insegnanti, che definisce la proposta veneta «rivoluzionaria», ma nel senso di decostruire il sistema unitario di organizzazione dell’istruzione nel nostro paese, trasformando la scuola in una struttura simile al sistema sanitario regionale, con manager non sempre competenti e il primato locale nell’offerta formativa e nella sua applicazione.

Alla luce di questa critica, il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e le organizzazioni sindacali della scuola Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Snals Confsal e Gilda Unams, hanno avviato l’11 novembre scorso una raccolta firme per una proposta di legge costituzionale, di iniziativa popolare, per la modifica degli artt. 116 e 117 della Costituzione, anche in base alle considerazioni del Presidente del Coordinamento della Democrazia Costituzionale, Massimo Villone, secondo cui la regionalizzazione dell’istruzione diverrebbe un indiretto strumento di controllo e gestione del consenso politico.

Resta aperto il problema del reclutamento: attualmente le assunzioni vengono effettuate tramite concorsi pubblici e chiunque fa domanda può utilizzare la propria abilitazione in tutte le Regioni, mentre la proposta veneta ridurrebbe le opportunità del lavoratore solo a una dimensione localistica, per cui per andare a lavorare in un’altra città bisognerebbe sottoporsi a una nuova selezione.

Il contratto collettivo nazionale diverrebbe un ricordo, visto che si andrebbe per intese regionali, quindi, un Pil più forte darebbe maggiori risorse aumentando la sperequazione fra Nord e Sud, segmentando l’istruzione e l’offerta formativa, senza dimenticare che l’Italia, con missione 4, si è aggiudicata 20 miliardi di euro del Pnrr per Istruzione e Ricerca, ma solo a patto di ridurre i divari territoriali, e la proposta di cui sopra viaggia proprio nella direzione opposta e contraria.

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