Siccità: i Virzì capitali della Roma distopica

da | Ott 25, 2022 | MONDOVISIONE

Scritto ad otto mani con Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Paolo Giordano (che ha raccontato la pandemia sul Corriere della Sera, e non è un caso), «Siccità» segna il ritorno di Paolo Virzì sul grande schermo dopo cinque anni e con un genere, quello post-apocalittico, mai frequentato prima dal regista livornese.

Con musiche che spaziano dal clavicembalo barocco a Mina («Mi sei scoppiato dentro il cuore»), il montaggio serrato del sodale Jacopo Quadri, e una fotografia così seppiata da ricordare il dittico «Breaking Bad» e «Better call Saul», o il «Traffic» di Soderbergh, «Siccità» è stato presentato fuori concorso alla mostra del Cinema di Venezia, incassando critiche mirate, ma anche molti complimenti, soprattutto dal punto di vista immaginifico.

Il cast, che sembra un best of del miglior cinema italiano impegnato degli ultimi vent’anni, conferma il feeling fra Virzì e Mastandrea, rilancia Claudia Pandolfi (qui forse nella sua migliore interpretazione di sempre), ma regala anche piacevoli sorprese, come il Silvio Orlando stralunato che sembra la nemesi di sé stesso in «Ariaferma» o la prova «muscolare» di Tommaso Ragno, bullizzato dal cameo di Popolizio, in quanto ormai caricaturale ombra dell’attore solenne.

Teatro di posa impolverato di quest’umanità frammentaria è una Roma sub-sahariana, col Tevere prosciugato e postmoderne file per l’acqua che rifanno il verso al neorealismo, ma con quel po’ di «cafonal» in più che tanto piace al Virzì allievo di Scola e Monicelli.

A tributare il proprio omaggio a un genere che negli ultimi decenni più che profetizzare racconta quasi in presa diretta lo zeitgeist ecologico, la citazione di Bong Joon-ho, regista premio oscar (anche) distopico di «Host» e «Snowpiercer», che presta il suo nome a un turista coreano salito su un taxi a metà film.

TRAMA

In una capitale senza pioggia da ormai tre anni, a quindici giorni dall’interruzione dell’erogazione dell’acqua pubblica, si intrecciano le trame di svariati personaggi, ognuno portatore di un mistero (o di una bugia) venuto alla luce con l’abbassamento del livello del Tevere, ormai scavato più che inaridito: c’è Max Tortora, ex negoziante di camicie ridotto a vivere in auto col cane, e pronto alla guerra fratricida con un immigrato pur di ottenere uno spazio televisivo, Loris (Mastandrea), ex autista di auto blu, ora tassista a chiamata, cocainomane e in preda alle allucinazioni per il sonno perso, Silvio Orlando che evade involontariamente dal carcere e inizia un anacronistico pellegrinaggio verso il proprio passato, e poi Alfredo (Tommaso Ragno), ex attore impegnato prestato alle dirette Instagram per riguadagnare once della popolarità perduta, lo scienziato che passa da incorruttibile tecnico a narcisista pronto a barattare la propria credibilità per un flirt con l’attrice di fama (la Bellucci, as herself) e poi una galleria di adolescenti problematici, quindi adolescenti, mentre, complice un’invasione di blatte che non risparmia nemmeno i quartieri alti, una sospetta epidemia di influenza africana, mista a sonnolenza, sembra dare il colpo di grazia alla metropoli stremata.

Mentre il Papa prega per la pioggia, il sistema sanitario (qui rappresentato dalla solo in apparenza algida dottoressa Claudia Pandolfi, detta «Terminator») collassa, e fra attici indifferenti e Terme che utilizzano l’acqua pubblica fregandosene della popolazione, apparizioni mariane in salsa Pasolini, sit-in di protesta e infodemia della peggior specie, un finale retorico ma non buonista ci ricorda che in Natura niente si crea né si distrugge ma tutto si trasforma.

SICCITÁ(ZIONI)

La Roma «messicana» di Luca Bigazzi (fotografia) non può non fare i conti con quella patinata di Sorrentino, irrinunciabile pietra di paragone capitolina nei decenni a venire (sia per «La Grande Bellezza» ma anche per «The Young Pope»), ma le allucinazioni di Loris ricordano (e omaggiano) il Fellini di «Otto e mezzo», quasi quanto musica e coralità ricreano la tensione di «Magnolia» di Anderson, eppure se «Siccità» sembra un «Don’t look up» meglio caratterizzato, ne condivide l’abbaglio di provare a raccontare qualcosa di troppo vicino, ricorrendo inevitabilmente a banalizzazioni e approssimazioni.

Ci sono troppe cose in questa comédie humaine, la cui durata (130 minuti) lascia comunque insoddisfatti, ma c’è anche la sensazione che l’ironia, nel cercare di depotenziare il dramma, rischi di trasformarlo in qualcosa di rassicurante.

Eppure «Siccità» funziona: funzionano i poliziotti che custodiscono le fontane, non per impedire aggressioni artistiche (di scottante attualità), ma per evitare che i passanti approfittino delle acque nelle quali i pellegrini si bagnano da secoli, funzionano le flebo idriche da cinque litri provenienti dalla Valtellina, battesimale moneta di scambio o oggetto di furto, così come funziona il sedicenne africano che spiega in diretta televisiva come il suo popolo conserva i liquidi da millenni, ma più di tutto funziona la decadenza di generazioni votate alla futilità e all’adulterio, al folclore e al culto dell’esposizione, perché la pandemia è stata una metafora sociale e il cambiamento climatico agisce sullo stesso piano simbolico, quello dell’individualismo più crudele ed esasperato.

Tutto è vero fino a prova contraria (mai pervenuta) e le ipotesi sbagliate non decadono ma fanno proseliti mutando in letteratura: Virzì descrive un futuro così vicino da sembrare già passato, giungendo alla conclusione che se una qualche salvezza è ancora possibile deve passare attraverso un esame di coscienza generale che rimetta in discussione l’individuo, per com’è diventato, unità di misura di sondaggi e customizzazioni, ipersensibile come i propri dati che non sa più proteggere, perché come scriveva proprio il poeta di Casarsa: «[…] una società destinata a perdersi è fatale che si perda/ una persona mai.»

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