C’è del marcio in Wanna Marchi (?)

da | Ott 19, 2022 | MONDOVISIONE

Simile, per struttura, al bellissimo «Sanpa», è disponibile dal 21 settembre su Netflix la docuserie «Wanna», la cronistoria in 4 episodi della regina delle televendite per antonomasia, parabola dalle folgoranti vette col rovinoso epilogo noto a tutti, ma anche spaccato di un’Italia televisivamente vergine e pronta ad immolare il proprio benessere sull’altare dell’intrattenimento commerciale.

Con la regia di Nicola Prosatore, coadiuvato nell’ingente ricerca di materiale, da Giuseppe Bentivenga e Olga Borghini, e al montaggio da Simone Mele, Adria Di Mauro e Giovanni Zanini, «Wanna» stupisce per il ritmo serrato e per la variopinta galleria di personaggi che appaiono e scompaiono, beckettianamente, come in un ideale cambio d’abito nel camerino saturo di colori degli Anni Ottanta.

Ma dietro l’immenso, e tecnicamente impressionante, lavoro di montaggio, dietro la parata di giornalisti (Stefano Zurlo e Peter Gomez su tutti) che aiutano a ricostruire l’accaduto, e dietro la miriade di comparse che fin quasi all’avvento della Rete hanno continuato a gremire i notturni palinsesti delle emittenti locali, c’è il mezzobusto urlante di Wanna Marchi e la sorniona presenza di Stefania Nobile, sua figlia.

Progetto intrapreso dal regista a condizione di non dover retribuire le Marchi e di avere la piena libertà editoriale, Wanna fornisce molti spunti di riflessione ma senza giudizi morali, calibrando l’ascesa e la caduta di una donna nella misura di un successo assoluto e autolesionista, trasformandone anche il nome di battesimo (inizialmente solo Vanna) in un imperativo categorico.

«I COGLIONI VANNO INCULATI»

La frase che titola il paragrafo, e che ricorda, ma con contenuti ben diversi, il dissacrante romanzo di Aldo Busi, «Ci vogliono i coglioni per prenderlo nel culo», è la cifra narrativa dell’intera docuserie, nella quale Wanna Marchi (cui la frase appartiene) e sua figlia, come sintetizza magistralmente Jimmy Ghione (ma gli fa coro anche l’allora avvocato delle vittime): «non hanno mai mostrato empatia verso le vittime. Per loro le vittime sono sempre colpevoli.»

«Se io ti dico che, appendendoti a una trave del soffitto, cresci in altezza di cinque centimetri, sono io che ti sto truffando o sei tu che sei un coglione?», ribadisce una gelida Stefania Nobile, dando quasi per scontato che le migliaia di truffati (l’archivio dati sequestrato dalla Guardia di Finanza ne contava quasi 350 000) fossero consapevoli di recitare a soggetto un copione scritto dalle due donne, e cofirmato in seguito da Mario Pacheco Do Nascimento.

Ma andiamo con ordine: Vanna Marchi si sposa molto giovane e inizia a lavorare come tanato-estetista, cioè truccatrice di morti, quindi, si forma come estetista ed apre un suo negozio ad Ozzano, in Emilia, ma le cose non vanno tanto bene, qualcuno sostiene per il modo un po’ troppo «vivace» che la donna aveva di trattare le clienti, quindi, esplodono le tv commerciali che iniziano a finanziarsi con le televendite e da lì è la svolta.

Dozzine di urlatori non professionisti salgono sulla giostra di Odeon, Rete A, e via seguendo, interpretando il ruolo di banditori di periferia e divenendo inaspettatamente delle celebrità. Roberto da Crema, detto «il Baffo», uno dei volti più noti di quel movimento, confesserà nella docuserie di essere passato fra la sera e la mattina dal guadagnare 60 000 lire al mese ad incassarne due o tre milioni al giorno.

Uno dei passaggi più suggestivi di Wanna è quando la Marchi racconta il proprio battesimo del fuoco televisivo, perché nelle prime due dirette non era riuscita a vendere quasi nessuno dei suoi prodotti, così nella terza apparizione dichiarò al pubblico di essere una madre in difficoltà e di non poter più continuare le riprese ma, mentre con le lacrime agli occhi stava per abbandonare gli studi, qualcuno dalle retrovie le fece cenno di proseguire e nel giro di mezzora aveva venduto 5000 pezzi di un prodotto mai reclamizzato.

Aveva venduto sé stessa. In ogni senso.

È il periodo dello «scioglipancia» e dei prodotti di bellezza, nemesi estetica dell’affermazione di sua suocera poco dopo il matrimonio: «mio figlio meritava una donna più bella», e tutta la vita della Marchi sarà protesa al ri(s)catto, ma sempre e solo estetico ed economico, mai sociale e culturale, perché lei andrà sempre fiera delle proprie umili origini, a volte impugnate come extrema ratio di difesa: al giudice per le indagini preliminari che le chiederà il titolo di studio risponderà, serissima: «la quinta elementare».

Il secondo passaggio, cruciale, della serie (e della vita delle Marchi, ma qui si deve capire che tutta la loro esistenza è stata nella televisione e per la televisione) si ha quando al duo emiliano si aggiungerà il Maestro di Vita Do Nascimento e dai prodotti estetici si passerà alla tarologia, ai numeri del lotto e alla magia, bianca o nera ma pur sempre in technicolor: è toccante l’intervista ad una delle operatrici del call center che gestiva le chiamate di protesta delle clienti deluse dalle mancate vincite, incaricata di rispondere che se la vincita non era avvenuta, dipendeva solo dall’energia negativa che loro avevano addosso e che soltanto Do Nascimento avrebbe potuto togliere, a caro prezzo, ça va sans dire.

DAL «MARCHITTING» AL PROCESSO

L’esperienza della Marchi è commercialmente così singolare che si potrebbe parlare non di marketing ma di «marchitting». Negli anni d’oro delle truffe a strascico, Stefania Nobile ha dichiarato che l’azienda guadagnava fino a 16 miliardi di lire al mese, mentre il capitale complessivo sequestrato dalla Gdf ammontava «solo» a 60 miliardi e, considerato che si parla degli anni che vanno dal 1996 al 2001, l’ipotesi dell’allora avvocato della controparte che esista un «bottino Marchi» non è affatto campata in aria.

Quando nel 2001 Jimmy Ghione e Striscia la Notizia, usando come «gancio» la signora Fosca Marcon, scoperchieranno il sistema Marchi, una bufera mediatica si abbatterà sulle donne e sul mondo delle televendite che, complice anche l’avvento di Internet, chiuderanno i battenti, ma madre e figlia si presenteranno compatte di fronte a giudici e giornalisti, confidando nella propria trentennale esperienza televisiva. 

Sarà una Caporetto.

Pioveranno condanne e risarcimenti danni, le vittime in lacrime racconteranno di milioni estorti e famiglie distrutte, l’Italia scoprirà l’inedito cinismo di una televisione in grado di cannibalizzare speranze e illusioni, ma anche di proiettare l’immaginario collettivo in una storia di successo famigliare totalmente fittizio, la favola senza lieto fine di una Cenerentola catodica con la sadica vocazione da matrigna.

Come il Muccioli di Sanpa o il primo Berlusconi, anche Wanna riflette l’ambiguità di un paese che ha vissuto il suo miracolo italiano dopo l’incubo degli anni di piombo, ma pagandolo a caro prezzo; con 100 ore di materiale di archivio, 22 testimonianze, 60 ore di interviste e 9 mesi di montaggio, «Wanna» ci consegna il ritratto-simbolo di una donna capace per più di vent’anni di mesmerizzare centinaia di migliaia di persone.

Oggi non sarebbe più possibile.

Ne siamo così sicuri?

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