(S)partiti politici

da | Ott 17, 2022 | IN PRIMO PIANO

Che da qualche anno la musica in Italia abbia perso l’importanza che aveva raggiunto sul finire dello scorso millennio, è un dato di fatto certificato non solo dal crollo di vendite dei dischi (ricorre il decennale, se non il ventennale, della scomparsa) e dal proliferare dei talent, uniti a doppio nodo al festival di Sanremo nel fabbricare stagionali promesse (nemmeno) destinate, tranne qualche rara eccezione, al cesto dell’Autogrill, ma dal venir meno dello scouting, dei locali dove poter suonare e dalla critica musicale, ormai (quasi) completamente retrocessa a promozione indiretta o fan base dell’artista di turno.

Sedotta dal mito dell’autoproduzione a basso costo (a distribuzione zero) e da un genere, l’indie, che sembra ormai la versione cantautorata più che incidentata del rock (rock instead più che rock is dead), la musica italiana sopravvive nella trap, da quella iper-prodotta ai video col telefonino, più contingentata che contingente, e in quell’enorme e incessante operazione nostalgia che caratterizza il nostro paese già da troppo.

Le riaperture post-pandemiche hanno premiato i vecchi rocker e le reunion, le cover band e i tributi, fra radio alternative che non alternano e un pop che, a differenza del resto del mondo, suona più vecchio che mai.

Secondo l’adagio che tutta la musica attuale fa schifo, dato dalla paura di mettere in discussione i propri miti o dalla semplice pigrizia, la gerontolatria più che gerontocrazia, trionfa fra gli spartiti e fra i partiti, visto che le ultime elezioni sembravano la stagione finale di 1994.

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Invitata allo show spagnolo «El Hormiguero», Laura Pausini cerca di coinvolgere i presentatori intonando «Cuore Matto», ma nessuno dei presenti sembra riconoscerla, così l’inoffensivo tormentone di Little Tony si trasforma in «Bella Ciao», ma lei si rifiuta di cantarla: «È una canzone molto politica», adduce come motivazione, mentre la trasmissione sfuma nell’indeterminatezza dell’intrattenimento seriale.

È scandalo preelettorale?

Più semplicemente un divisivo argomento di conversazione fra chi dà della vigliacca alla cantautrice di Faenza e chi invece ne difende la libertà artistica. Salvini, ad esempio, ha sostenuto la Pausini affermando di apprezzarne la scelta perché «non ha voluto essere strumentalizzata» e, raggiunto successivamente da «Le Iene» si è rifiutato di cantarla a sua volta, controproponendo Vasco Rossi e Gaber e chiosando: «Cantala tu Bella Ciao. Evviva chi ha dato la sua vita per la libertà, non mi piace chi strumentalizza».

La musica torna finalmente centrale (anche) nel dibattito politico?

Ma allarghiamo il discorso, senza abbandonare però il leader della Lega che, sempre in fase preelettorale, sfruttandone l’involontaria assonanza col proprio slogan «Credo», ha «preso in prestito» il celebre monologo di Stefano Accorsi su «Radiofreccia» (il credo laico), facendo infuriare sia il rocker di Correggio, che l’attore, e financo il produttore Domenico Procacci.

I tre sono ricorsi perfino alla diffida: «[…] comunicano di aver formalmente diffidato a mezzo dei loro legali, la Lega per Salvini premier dall’utilizzo di un brano audio […] hanno contestato la gravissima violazione dei loro diritti sul film e la spregiudicata utilizzazione dello stesso in una presentazione pubblica che lascia presagire un’adesione al contenuto del messaggio, da cui invece gli stessi radicalmente si dissociano.»

A intrecciare ancora di più la matassa, ci ha pensato il pacioso Pupo che, più ecumenico che mai, ha ringraziato Giorgia Meloni per aver utilizzato, a chiusura di un suo comizio a Roma, il brano «Su di noi», affermando che «la musica è di tutti, come l’arte» e che lui ringrazia chiunque utilizzi la sua.

L’ultimo esempio è il più facile da commentare, poiché chiaramente legato a un insperato desiderio di rilancio commerciale da parte di un artista che ha giocato da tempo le sue ultime fiches, limitandoci semmai a criticare i gusti musicali del prossimo presidente del consiglio (anche se da «a noi!» a «Su di noi» il passo è stato brevissimo), mentre diventa più interessante il capitolo Radiofreccia.

Già, perché Liga and co non lamentano solo la violazione del diritto d’autore, ma la loro presunta «adesione al contenuto del messaggio» da cui «radicalmente si dissociano», dichiarando, e manco tanto velatamente, che il verde del Carroccio non è il loro colore preferito, e non lo sarà nemmeno nel silenzio votivo delle urne.

Liga vs Lega.

Eppure, col senno di poi (di cui son piene le fosse, Ardeatine e non), è la scelta di Laura Pausini quella che più ci interessa, al di là del doveroso rispetto (non musicale) che le portiamo, poiché Bella Ciao, universale simbolo delle sinistre e coro intrappolato in Piazza San Giovanni da innumerevoli Primi maggi, non è di fatto una canzone partigiana. 

Ripresa presumibilmente da un canto dalmata («Klezner-Yddish swing music»), come dall’altra parte della barricata «Giovinezza» lo sarà dalla goliardia toscana, Bella Ciao non è mai stata cantata dai partigiani, ma solo adottata postuma da Anpi e Centri sociali, e a dirlo sono sia gli ortodossi che i revisionisti, nonché Giorgio Bocca, il partigiano per antonomasia: «Nei venti mesi di guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella Ciao».

Eppure, nonostante sia un falso storico (comunque preferibile all’omonimo compromesso), Bella Ciao è divenuto l’inno di ogni Resistenza (e sta alla musica come la trap sta alla Resilienza), al punto che rifiutarsi di intonarla per le successive appropriazioni, debite o meno, sarebbe come rifiutarsi, da laici, di riconoscere la grandezza della Cappella Sistina.

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