From the cradle to the (g)rave

da | Set 20, 2022 | IN PRIMO PIANO

Il 25 settembre si avvicina e all’incubo astensionismo (che alcuni analisti stimano addirittura al 40%) si uniscono i circa 6 milioni di esclusi al voto, fra studenti, lavoratori fuori sede e figli di migranti cui non è concessa la cittadinanza: ricordando che in Italia quest’ultima si può ottenere, per chi non nasce da genitori italiani, aspettando il compimento dei 18 anni (ma solo se si è nati qui), oppure raggiungendo i dieci anni di residenza, ma solo superando una stringente soglia di reddito, nel nostro paese i minorenni nati da genitori stranieri sono oltre un milione e fra questi solo il 22,7% è riuscito ad acquisire tale diritto.

Secondo l’Istituto di Statistica, con lo ius scholae, sostenuto dalla Sinistra e da parte della Destra, si recupererebbero circa 280 000 ragazzi, e potenziali elettori, ma resta lo scoglio burocratico (ci potrebbero volere dai 3 ai 6 anni per ottenerlo) e quello legislativo (lo ius scholae non è retroattivo).

Nel frattempo, sono stimati a 5 milioni i lavoratori e gli studenti fuori sede, questi ultimi pronti a rientrare nella propria città universitaria per sostenere la sessione d’esame straordinaria, e per loro (giovani fra i 18 e i 35 anni, principalmente meridionali) lo Stato ha proposto una scontistica sui mezzi di trasporto che nel 2018 ha ottenuto solo 330 000 viaggi per tutte le tipologie d’elezioni.

Resta l’Italia, insieme a Malta e Cipro, uno dei pochi paesi a non consentire una qualche forma di voto a distanza, nonostante siano state ben cinque di recente le proposte di legge sul voto elettronico per i fuori sede, tutte respinte al mittente; il paradosso è che sarà più semplice votare (per corrispondenza) per chi risiede stabilmente all’Estero o vi si trova temporaneamente per motivi di studio, salute o lavoro, piuttosto che per chi vive a poche ore d’auto dal seggio, o risiede da sempre in Italia ma non ne è considerato un cittadino.

Non votare e non potersi candidare restano le limitazioni più pesanti per chi non ha la cittadinanza, soprattutto se partecipa o vuole partecipare attivamente alla vita civile del paese: quando Bernardo Bertolucci venne processato per «Ultimo Tango a Parigi», il suo dolore più grande fu la temporanea perdita dei diritti civili e l’impossibilità di poter votare.

NEST IN PEACE

Sono 4,6 i miliardi previsti dal Pnrr per la creazione di asili nido, e precisamente per garantirne il posto a tutti i bambini italiani da 0 a 3 anni, il 55% dei quali andrà al Meridione, vista la disparità fra eccellenze come l’Emilia-Romagna (28% di copertura) e la Sicilia (6,7 posti ogni 100 bambini). Eppure, al di là degli errori di calcolo che hanno finito con l’avvantaggiare le regioni con meno abitanti, presentare la domanda per il bando è stato più semplice per i Comuni già in possesso di un asilo nido o con un ufficio tecnico più rodato in materia, per non parlare di chi vi ha rinunciato in partenza per il timore dei costi di gestione, che possono arrivare fino a 600-700 euro a famiglia.

Nella Finanziaria di quest’anno, in realtà, è previsto un apposito fondo per coprire le spese dei Comuni che non riescono a raggiungere la soglia del 33% di posti-nido (si arriva fino a 1,1 miliardi di euro nel 2026, per educatrici, bollette e pasti) ma questa comunicazione, complici in negativo le scadenze strettissime del Pnrr, non è arrivata a molti sindaci, soprattutto quelli dei piccoli centri e delle realtà più periferiche.

Le conseguenze sono i nidi fai da te nelle abitazioni private o lo smart working, spesso virato in lavoro nero materno, senza dimenticare che l’Italia detiene il record europeo di spesa per un figlio a carico (27% del reddito famigliare): le soluzioni potrebbero essere quella di far chiudere i nidi non alle 17 ma alle 19, come in molti altri paesi europei, o di imparare dalla Francia che ha un ottimo servizio di emergenza babysitting («assistent maternel») ed è in generale più tollerante con le malattie infantili, disponendo di specifici ambienti dedicati, invece di rispedire a casa i piccoli con qualche linea di febbre, come succede da noi.

Estendere la scuola dell’obbligo da zero a diciotto anni, come proposto di recente da Enrico Letta, non ha senso se prima non si agisce sugli asili nido, ma non ha senso nemmeno proporre più soldi alle famiglie numerose o aiuti fiscali alle madri dopo il terzo figlio, come avanzato dall’Asse Meloni-Salvini, se prima non si ragiona sul rapporto ormai dialettico fra figli e lavoro, e sull’obsoleta mentalità di chi interpreta il part time a scopo genitoriale solo come un atto di deliberata pigrizia.

MOVIDA AGRA

Il termine «movida», ispirato al vitalismo madrileno post-franchista, è divenuto di recente in Italia terreno di scontro fra chi inneggia al divertimento notturno successivo al lockdown, con tanto di ritorno commerciale per locali e minimarket, e chi invece vuole proteggere la quiete e il decoro, soprattutto nei (e dei) centri storici.

Le proteste dei cittadini, e dei relativi comitati, si sono tradotte in misure repressive sul ballo e sull’alcol da asporto, e su una serie di restrizioni che però hanno finito col nuocere anche alla vita culturale delle nostre città: l’elezione, soprattutto nei grandi centri, del «sindaco della notte», ma anche la presenza di stewart nelle piazze più affollate, o di spazi di decompressione (come la chill out fiorentina) potrebbero, insieme ai fonometri che misurano l’inquinamento acustico e alla climatizzazione degli interni per evitare l’eccessivo caos dei dehors, limitare i danni.

Eppure, queste soluzioni di contenimento restano dei palliativi se non si ragiona sul salto dei più giovani dal lockdown allo sballo, senza più l’intermediazione culturale di eventi, cinema, teatri, al punto che il binomio repressione/restrizione potrebbe ottenere l’effetto contrario, se non si creano delle alternative al massiccio uso di alcol e stupefacenti, psicofarmaci e supporti chimici,

«Dalla culla alla tomba» (from the cradle to the grave) potrebbe trasformarsi in «dalla culla al delirio» (from the cradle to the rave) se non si invita la generazione z a vivere attivamente la partecipazione politica, spingendo (investendo) su istruzione e formazione, ma anche proponendo spazi di confronto ed espressione non solo commerciali, che permettano il fiorire d’individualità non narcisistiche e una concezione di libertà lontana sia dall’edonismo capitalista che dall’omologazione di partito.

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