Dallo Ius soli allo Ius Scholae: le differenti ragioni del diritto di cittadinanza

da | Ago 24, 2022 | IN PRIMO PIANO

A settembre si discuterà alle Camere (ma è già un tema rovente da mesi) lo Ius Scholae, e cioè la possibilità di fondare il diritto di cittadinanza non sul viscerale istituto del sangue (Ius sanguinis) ma sulla copertura di un ciclo scolastico di almeno cinque anni: si tratta di un requisito già presente in molti paesi europei, come la Germania, e che almeno sulla carta sembra ispirarsi a un’evidente meritocrazia, oltre che favorire l’integrazione fra i minori, opponendo la cultura al bullismo, al body shaming e al vertiginoso abbandono scolastico.

Eppure, l’argomento è divisivo, incontrando la quasi plebiscitaria approvazione di Pd, M5S e Forza Italia e il veto di Lega e Fdi, con la ragione prioritaria (fra le altre che approfondiremo) che l’immigrazione non sia al primo posto nell’attuale calendario politico.

La complessità sociale che caratterizza l’Italia dell’ultimo decennio ha bisogno di molteplici chiavi di lettura, altrimenti si corre il rischio di banalizzare fenomeni a più vettori concentrandosi su un unico epicentro: una programmazione a lungo termine può sposarsi solo con un’analisi del presente, comparata e sincronica, altrimenti si rischia di leggere la realtà, come diceva Pasolini: «con l’orario dei treni dello scorso anno o di dieci anni prima».

L’INVERNO DELLO SCONTENTO (DEMOGRAFICO)

Del calo demografico in corso in Italia abbiamo già scritto, con due milioni di lavoratori in meno nel 2030 e un crollo delle nascite stimato sotto le 300mila entro il 2050, dati che si traducono in una vera ecatombe per il Pil, per i consumi e per gli incassi fiscali, per non parlare della generica recessione in termini di sviluppo e del conseguente aumento delle spese per il Welfare.

Dal centro sinistra si evoca il doppio binario dell’aumento delle nascite e dell’incremento (regolato) dei flussi migratori come antidoto all’ «inverno demografico», mentre la destra si rifiuta di considerare i migranti una risorsa, cavalcando l’adagio che costino troppo, mentre studi accreditati (vedi l’Ocse) rilevano che in tutti i paesi industrializzati gli immigrati pagano in tasse e contributi molto più di quel che costano in pensioni, salute e istruzione.

Senza dimenticare che l’Italia è considerata da buona parte dei migranti più una meta di passaggio che un punto d’arrivo e che il loro flusso (soprattutto in termini di sbarchi) è sì aumentato negli ultimi anni, anche per i ricongiungimenti famigliari in chiave covid, ma non è minimamente paragonabile ai numeri del 2017.

Uno degli ultimi atti del governo Draghi è stato quello di portare a 70 000 i posti di lavoro per gli immigrati per il 2022 (da sei anni si era fermi a 40 000, stagionali inclusi), ma bisogna fare di più, anche in termini burocratici perché se per avere un operaio in regola servono 6 mesi, è ovvio che un imprenditore ricorra al nero e poi aspetti l’eventuale sanatoria: senza incrementare natalità e migrazioni la perdita di lavoratori nella fascia d’età 20-49 anni potrebbe raggiungere da qui a vent’anni i 5,6 milioni.

Aggravato dai decessi pandemici, il calo demografico abbraccerà nel prossimo decennio l’81% dei Comuni e se i dieci anni di residenza in Italia per ottenere il diritto di cittadinanza sono contrari sia alle sentenze della Corte Costituzionale che a quelle della Corte di Strasburgo, va anche ricordato l’importante contributo dato dalla forza lavoro straniera a settori come l’agricoltura, l’edilizia e la pesca, oltre che al recupero (in termini abitativi) di borghi interni abbandonati dalla popolazione autoctona.

Governare la complessità è un difficile gioco di contrappesi che non lascia più posto ad «ismi» razziali o a squallide manovre di realpolitik: la pan-fluidità incombe, che la politica la accetti o meno.

IUS SCHOLAE

Il 3 marzo 2022 il pentastellato Brescia ha presentato un testo che prevede il controverso Ius scholae, in deroga a una legge sulla cittadinanza (fra le più restrittive d’Europa) che risale al 1992: si concede la cittadinanza ai figli di immigrati nati o arrivati in Italia prima dei 12 anni che abbiano completato un percorso scolastico.

Larghi i consensi a sinistra (Pd e M5S) ma anche fra le file di Forza Italia, mentre Lega e Fdi si dichiarano contrari alternando posizioni ideologiche a giuste questioni di merito ma il dato statistico (quindi politico, ma non per questo trascurabile) è che solo il 4% degli italiani continua a considerare prioritario il problema dell’immigrazione. Ma allarghiamo il discorso.

In Italia servono dieci anni di residenza legale (con permesso di soggiorno e iscrizione all’anagrafe) per un adulto non comunitario prima di poter presentare domanda di cittadinanza (contro i 5 anni di Francia e Inghilterra e i 6 della Germania), mentre per un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri è possibile accedervi solo dopo i 18 anni e solo se fino a quel momento ha risieduto nel Belpaese «legalmente e ininterrottamente»: tradotto in concreto questo significa che chi è nato in Italia da genitori cui è stato revocato il permesso di soggiorno non avrà mai la cittadinanza, ma anche che una famiglia che voglia donare tale opportunità al proprio figlio non può espatriare per ben 18 anni.

Attualmente non più di 50 000 immigrati di seconda generazione riescono ad ottenere la cittadinanza (dipendente dai genitori), numeri bassi a fronte del milione e 300 mila figli di immigrati che vivono nel nostro paese, di cui tre su quattro nati in Italia e più della metà con meno di 9 anni.

In Germania lo Ius sanguinis è stato abbandonato da vent’anni a favore dello Ius scholae, col risultato che gli immigrati fanno meno figli ma ne curano l’istruzione con più attenzione, e che questi ultimi socializzano maggiormente con le famiglie tedesche, anche per imparare la lingua, invece di autoghettizzarsi in recinti etnici.

Le obiezioni della destra italiana, al di là degli ideologismi e degli emendamenti a tratti folcloristici, come la conoscenza per il richiedente di usi e costumi italiani, sagre e festività, sono sul non aver specificato se il previsto ciclo di studi sia o meno completato con successo (osservazione pertinente), e sul fatto che l’Italia sia già in cima alla lista europea per la concessione delle cittadinanze.

Meno pertinenti invece le obiezioni che lo Ius scholae non sia una priorità nazionale o che i minori stranieri godano già delle stesse tutele di quelli italiani, nel primo caso perché un’agenda può includere più priorità, se non in conflitto fra di esse, e nel secondo, perché tale uguaglianza è spesso solo sulla carta.

Fare della cultura il lasciapassare del diritto di cittadinanza, in un paese edificato sulla cultura, è sicuramente una patente di civiltà non strumentalizzabile politicamente.

Germano Innocenti

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