Noi, robot

da | Ago 10, 2022 | IN PRIMO PIANO

Erano gli Anni Cinquanta quando Asimov dava alle stampe «Io, robot», una raccolta di nove racconti scritti nel decennio 1940/1950, dove il geniale padre della fantascienza moderna indagava il rapporto fra robot e morale attraverso le contraddizioni delle tre celebri leggi della robotica.

Da allora la tecnologia si è evoluta al punto di superare alcune delle suggestioni evocate da Asimov e dai suoi illustri successori e, se lo sci-fi non è più solo una forma di intrattenimento ma una vera e propria chiave di lettura della realtà a venire, soprattutto nei suoi aspetti patologici, l’impatto emotivo della dimensione sintetica è ancora una Frontiera quasi inesplorata.

Esiste una dettagliata letteratura di tipo ingegneristico su come realizzare, o far realizzare, dei robot, su quali possano essere le loro funzioni in determinati contesti, e sui possibili margini di miglioramento cinetici, per non parlare dei robot del sesso o delle infinite applicazioni militari su cui si sta lavorando da decenni, ma l’elemento emotivo resta un tabù, nonostante l’intelligenza artificiale e quella emotiva siano i due territori di ricerca più battuti nel nuovo millennio.

Ciò su cui quasi tutti gli esperti sembrano concordi è che in un futuro non troppo lontano non saranno i robot ad adattarsi a noi ma avverrà l’esatto contrario e, più i modelli utilizzati ci somiglieranno, più potremo riuscire ad imparare da loro qualcosa di noi stessi che ancora non sappiamo. O che non vogliamo affrontare.

ROBOTA

Il termine robot deriva dal ceco «robota», che significa lavoro forzato, ma nelle storie che stiamo per raccontare tale elemento di passività/coazione sembra venir meno in funzione di una possibile idea di «libertà» (o forse sarebbe meglio dire autonomia) che, se non sviluppa una possibilità di coscienza, apre di certo nuovi spazi di responsabilità.

A Gaza, l’Elite Modern School ha costituito un team di ragazzi fra gli 11 e i 15 anni che, coadiuvati da uno staff di ingegneri, ha costruito un androide in grado di leggere, spiegare, motivare gli studenti e percepire le loro emozioni: si tratta di un prototipo in grado di funzionare con cavi di alimentazione o in modalità wireless fino a cento metri di distanza, ed è un’evoluzione didattica di robot equivalenti concepiti inizialmente per far fronte agli incendi e ai missili inesplosi nella Striscia.

Il corpo docente rivendica la propria funzione pedagogica definendo tale robot «un semplice assistente e non un sostituto», mentre i ragazzi, inizialmente scettici, hanno iniziato a interagire con lui aiutati dall’elasticità mentale dell’adolescenza; si potrebbe arrivare a concepire una robotica enciclopedica che grazie all’infinita capacità di accumulo (e incrocio) dati fornita dall’intelligenza artificiale, permetta ai discenti di arrivare in classe già preparati per la lezione, e al professore di non sprecare tempo col nozionismo, concentrandosi sulla didattica personalizzata.

Nel frattempo molti automi, anche pesantemente armati, vigilano il confine israeliano (in barba alla prima legge della robotica di Asimov), mentre Shybot, il crepuscolare robot a sensori ideato dalla controversa artista-performer Norma Jean, ha vagato e forse tuttora vaga nelle desertiche e sofferte lande tra Messico e California: definito dalla sua stessa creatrice, che non compare in pubblico e preferisce di volta in volta attribuire i suoi lavori ai propri collaboratori: «il robot timido che quando incontra un ostacolo lo evita e se qualcuno cerca di avvicinarsi fugge», Shybot è divenuta l’emblema di un esistenzialismo confinante con l’estrema libertà di esercitare la propria solitudine senza limiti e, il fatto che le sue dimensioni ridotte le abbiano consentito di passare al di sotto della recinzione tanto odiata dai cittadini messicani, l’ha trasformata in un simbolo di tolleranza universale contro ogni forma di emarginazione sociale.

Nell’epoca delle «passioni tristi», per citare un bellissimo libro di Schmit e Benasayag, ispirato da Spinosa, un robot può benissimo divenire un soggetto politico di una certa rilevanza, anche se inorganico e giuridicamente inconsistente, ma se votare o essere votati sono argomenti ancora molto distanti dalla robotica contemporanea, la loro pericolosità per gli esseri umani è un tema ampiamente dibattuto.

Il 19 luglio scorso, infatti, a Mosca un bambino di 9 anni che partecipava a un importante trofeo scacchistico, giocando proprio contro un robot, si è visto schiacciare e rompere un dito dal braccio meccanico dell’avversario perché non aveva rispettato i tempi della sua mossa. Problemi di software mai verificatisi prima, secondo il presidente della fondazione sovietica, ma anche un’importante questione di sicurezza pubblica se traslata da una scacchiera virtuale a quella geopolitica, non molto distante da lì.

L’utilizzo dei robot al posto degli inflazionati clown da corsia o della Pet therapy, che per ovvie ragioni di profilassi è sconsigliata in questo tipo di contesto, si sta diffondendo negli ospedali, soprattutto sul piano pediatrico e per una fascia d’età intermedia (4-10 anni) che sembra apprezzare sul piano emotivo le attenzioni dei «coder-bot», tranquillizzandosi in vista di interventi invasivi o prima della somministrazione di terapie impegnative.

Si è arrivati al punto di ridurre o sospendere gli anestetici (o i farmaci antidolorifici), tanto l’appeal e il fattore novità dei robot contribuiva alla serenità dei giovani pazienti, al punto di sconfessare il primato umano su sentimenti partecipativi quali empatia o compassione.

Fra il marziano di Flaiano, che finisce con l’essere dimenticato dopo l’iniziale fattore sorpresa e l’archetipo sci-fi delle macchine che continuano a funzionare dopo la fine dell’umanità, è ora di iniziare a preoccuparsi dell’antropologia robotica, deliberato ossimoro o perfetto approdo d’una mutazione inevitabile?

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