Il Tramonto dell’Occidente (vista mare)

da | Ago 5, 2022 | IN PRIMO PIANO

Mentre il conflitto ucraino è ormai derubricato a spiacevole rumore di fondo, se non per le conseguenze socioeconomiche che procura all’Occidente (che, per buona pace di Spengler, non la finisce più di tramontare), l’Italia vive il paradosso di una recessione demografica senza precedenti, mentre alcuni studi danno il francese come la lingua più parlata al mondo nell’immediato futuro, grazie allo scarso controllo delle nascite nelle vecchie colonie africane; i cinque gradi in più nel bacino del Mediterraneo tacitano ogni negazionismo affermano che si, una volta per tutte, è colpa nostra se il mondo brucia (e qualche Stato, vedi il Libano, più degli altri), ma nonostante il countdown verso l’irreparabile si accorci ulteriormente, le agende politiche continuano a manipolare la questione ecologica a scopo elettorale o finanziario, mentre la cultura si rattrappisce dietro trincee di facile cinismo che somigliano sempre più a un provinciale corporativismo di maniera.

Se il futuro spaventa e il presente è fuori controllo, non resta che rifugiarsi nel passato, ma senza compiere l’errore di scambiarlo per memoria, che è l’esegesi di ciò che è stato e non la sua ripetizione passiva: le colpe dei padri ricadono biblicamente sui figli, anche se non è stato redatto alcun testamento, e l’eredità che più pesa è quella che non passa per il libero arbitrio.

LA SOCIETÁ DELLE (I)NAZIONI

Dopo essersi incollati polemicamente al dipinto «la Primavera» del Botticelli al Museo degli Uffizi a Firenze ed aver ripetuto la performance al museo del 900 di Milano con una scultura di Boccioni, gli attivisti (poco più che adolescenti) di «Ultima Generazione» hanno minacciato un nuovo sciopero a settembre; dai blocchi stradali agli scioperi della fame, fino al discutibile lancio di vernice contro l’ingresso principale del Mite, il Ministero della Transizione Ecologica, la nuova militanza verde, che non si limita soltanto a seguire le orme di Greta Thunberg, si scaglia contro il neoliberismo globale che finge di ignorare il surriscaldamento, il proliferare di tornado e grandinate, roghi e siccità.

Gli studi più recenti pongono il superamento della soglia di 1,5 gradi Celsius di temperatura media globale rispetto all’era preindustriale non più al 2030 ma al 2027, e da lì l’effetto domino sembra inevitabile, eppure il collasso climatico non sembra sollecitare l’attuale classe dirigente a occuparsi degli acquedotti e della dispersione idrica, delle Rinnovabili e della raccolta delle acque piovane, dell’efficientamento delle fognature e della protezione del nostro immenso patrimonio artistico dalla nemesi di un pianeta giustamente inferocito.

Non si tratta soltanto di un confronto intergenerazionale di stampo situazionista, perché è ovvio che a pagare le conseguenze di sprechi e abusi energetici saranno proprio i nativi digitali, ma anche di una protesta di natura culturale perché non ha più alcun senso studiare se il pianeta brucia (e a suonare non è la lira ma l’eurodollaro): non serve piangere sul latte versato se le mammelle inaridiscono.

Forse si dovrebbe tornare a dare ascolto ai giovani, anche quando non inventano App milionarie nella Silicon Valley, ricordandoci che niente è illimitato, nemmeno la pazienza di un pianeta che ha sopportato troppo a lungo le nostre ingerenze ed ora evoca nuovi cataclismi per liberarsi dei dinosauri più stupidi di sempre.

DEMOGRAFIA

Ogni anno, mediamente, circa 100 mila persone emigrano dall’Italia in cerca di un migliore stipendio o di un lavoro in linea con la propria formazione: fra questi circa un terzo sono giovani fra i 25 e i 34 anni, laureati o diplomati, il che significa una notevole dispersione di forza-lavoro e diminuzione del Pil.

Fra vent’anni, si calcola, avremo 6,8 milioni di persone in età da lavoro in meno rispetto ad oggi, un calo demografico del 18,2% che determinerà un aumento degli over 64 e una diminuzione degli under 15: pensare di risolvere una simile questione accorciando, sul piano scolastico, il numero di alunni per classe e tagliando le spese per l’istruzione, equivarrebbe a ignorare il profondo cambiamento, antropologico e sociale, che il nostro Paese ha vissuto (subito) nelle ultime due decadi.

In Italia non si fanno più figli per eccesso di responsabilità e non per immaturità: la mancanza di aiuti alle famiglie, le scarse politiche di conciliazione, l’inflazione e il peso fiscale, la burocrazia granitica e la giustizia immobile, tutto ordisce contro una seria progettualità e più si invoca la famiglia come argine all’individualismo disperante e narcisista delle nuove frontiere digitali, meno la si difende (e promuove) in concreto.

«La sinistra non c’è più», ha dichiarato di recente Massimo Cacciari (e con lei l’ombra sindacale post-sessantottina, gli facciamo coro noi), mentre la destra ripropone valori che hanno ragione di essere solo se passati al setaccio della postmodernità, e non conservati nella formalina di una tradizione ormai svanita.

Il confronto fra Destra e Sinistra, nativi e immigrati digitali, green leader e negazionisti climatici, ha senso solo se esce dai binari del politicamente corretto e dall’ambivalenza sociale fra la totale trasparenza pubblica e l’anima nera di un’Italia che assiste a (e riprende col cellulare) risse e omicidi, incendi dolosi e decadenza culturale.

È lo sfacimento (Verfall) di cui parlava il poeta tedesco Georg Trakl, ma senza il lenimento romantico di una Natura consolatrice: la speranza non è più nella conservazione della Specie ma delle specie, e in una sostenibilità stretta parente di investimenti a lungo termine, e non del riciclo di ismi novecenteschi ormai abusati.

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