Monos-le scimmie sulla schiena (del sistema)

da | Lug 14, 2022 | MONDOVISIONE

Ci sono film che ti regalano un’esperienza immersiva in cui fotografia, colonna sonora, recitazione e montaggio sono talmente ben calibrati, che persino la trama si scioglie nella sensazione di un istante protratto all’infinito. È questo il caso di «Monos- un gioco da ragazzi», opera del 2019 girata dal regista colombiano-equadoregno (ma dai natali brasiliani) Alejandro Landes, che ne ha curato anche il soggetto e la sceneggiatura: sostenuto dalle musiche di Mica Levi (Jackie), l’ordito tropicale del Narcostato per definizione, la Colombia, si snoda attraverso violenti primi piani, campi lunghi di lancinante bellezza e chiaroscuri pittorici degni di «Apocalypse Now», ma i fattori di maggiore originalità della pellicola sono la totale assenza di passato e futuro, la commistione fra classicismo e sperimentalismo, e la non comune capacità di trasformare il rigoglio equatoriale in soffocante claustrofobia con un semplice movimento di macchina.

Le scimmie di Landes («monos» è la traduzione di scimmie), come la manovalanza camorrista de «la Paranza dei bambini» di Giovannesi, sono un trasversale atto d’accusa ai soldati-bambini di tutto il mondo, denuncia che non si determina politicamente ma attraverso la rigida fenomenologia di un’opera disturbante per ciò che non mostra e non dice.

Non raccontando il passato dei bambini, e sostituendo al mondo genitoriale un surrogato paramilitare che non va oltre il dualismo stimolo/obbedienza, Landes colma la distanza fra sguardo e azione puntando a una tragicità che di storico ha solo la cornice, e che non può non riguardarci tutti.

TRAMA

Otto adolescenti (Rambo, Lupo, Lady, Boom Boom, Svedese, Cane, Gambaluga e Puffo) vivono su una montagna immersa nel verde tropicale, ubbidendo agli ordini del Messaggero, un ex militare affetto da nanismo e rappresentante della misteriosa Organizzazione tramite cui i giovani soldati hanno rapito e tengono in ostaggio la «Dottoressa» (la Doctora): mentre Lady e Lupo ottengono il permesso di sposarsi, alla compagnia viene offerta in dono la vacca da latte Shakira ma, durante i festeggiamenti nuziali, l’animale viene abbattuto da un’accidentale raffica di mitra che induce proprio Lupo (capitano e responsabile del regalo) a suicidarsi.

I guerriglieri decideranno di attribuire l’omicidio non a Cane (il vero responsabile) ma a Lupo stesso e, mentre si ridisegnano le gerarchie di potere, la dottoressa tenterà la fuga ma verrà ripresa e punita proprio quando le forze avversarie cercheranno inutilmente di liberarla: scoprendo la relazione clandestina fra Lady e Gambalunga (il nuovo leader), il Messaggero obbligherà ogni soldato alla delazione apprendendo il desiderio del gruppo di rendersi indipendente dalla base, ma quando proverà a condurre in barca Gambalunga dai suoi superiori per essere giudicato, l’ammutinamento dei Monos si compirà in modo definitivo.

Chi ha tradito verrà imprigionato, la dottoressa proverà di nuovo a fuggire e l’antagonista di Gambalunga, Rambo, proverà a sottrarsi alla morsa di violenza e autodeterminazione in cui le scimmie sono precipitate.

Il finale, aperto e tutt’altro che rassicurante, passa il testimone della colpevolezza al mondo adulto nella sua interezza, armato o meno, statale o clandestino, in ogni caso incapace di formare veramente degli adolescenti, se non ripetendo meccanicamente secolari spirali di sopraffazione e brutalità.

WHAT A FARC!

Ormai, dal lontano 1964, è in atto una guerra silenziosa e (in)civile fra lo Stato Nazionale della Colombia e le F.A.R.C. (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia), falangi paramilitari ben addestrate e armate fino ai denti che si sono rese colpevoli negli anni di ben 262 197 morti, più di 5 milioni di sfollati, 15 000 delitti a sfondo sessuale, 18 000 bambini-soldato arruolati, 80 000 desaparecidos e 37 000 sequestri: nel 2016, dopo lo storico incontro fra il presidente progressista Juan Manuel Santos e il leader maximo delle FARC Rodrigo Londono, detto Timochenko, il referendum indetto dal primo per smantellare e disarmare le forze rivoluzionarie ha avuto (complice un forte astensionismo) esito negativo, segnale che il popolo colombiano non ha alcuna intenzione di fare i conti col proprio passato recente né di inforcare in via definitiva il sentiero liberal-democratico.

Anche se «Monos» non cita esplicitamente la cronaca, è ovvio che Landes abbia voluto contestualizzare la deriva militarista e reazionaria del proprio popolo attraverso l’innocenza recisa degli otto ragazzi prigionieri della giungla.

Ma, a differenza del capolavoro di Ford Coppola, nessun battello risalirà il fiume per porre fine al comando fuori controllo di Kurz, poiché gli adolescenti senza mimetica (sul finale incrostati di fango e pitture di guerra, come nell’ideale spin-off de «il Signore delle Mosche», tra l’altro esplicitamente citato da una lancia sormontata da una testa di maiale), non hanno divinità da abbattere né da celebrare, ma solo il battito malato della foresta da assecondare fino a raggiungere il conradiano cuore di tenebra.

Non c’è cultura nella cieca obbedienza a idoli assenti che impartiscono ordini la cui ragione si perde fra le rigide maglie di un militarismo che non onora la Patria ma la sostituisce arbitrariamente con una sedicente Organizzazione che prospera su furti e sequestri, narcotraffico e rapimenti. L’assenza di alternative e il binomio premio/punizione, in luogo di un’educazione permanente fondata sull’ascolto e sulla comprensione, conducono le otto scimmie di Landes sul baratro demente dell’anomia e, mentre la distruzione flirta con l’autodistruzione, e la sessualità confina con lo stupro (causa la carente emotività di ogni società chiusa), lo sguardo degli adolescenti più vecchi del mondo diviene quello dei nativi digitali segregati in una stanza, o quello dei loro coetanei nei quartieri popolari delle metropoli di dovunque.

Monos ritaglia in chiave documentarista uno spaccato deformante della realtà colombiana e lo erige a paradigma del nichilismo universale, trasformando la foresta da paradiso (non solo ecologico) da preservare a incubo inconscio in grado di tenere fuori il futuro, coi suoi silenzi infetti e i tronchi marci d’un ricambio generazionale mai avvenuto.

C’è solo organizzazione (mai evoluzione) nella gerarchia.

Non si tratta più di decidere se comandare all’Inferno o ubbidire in Paradiso, come evocava il bardo Milton, ma di porsi fuori dall’ottica del comando e della violenza (di Stato o meno).

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