La vittimologia, ovvero la negazione del Male come passività

da | Lug 5, 2022 | IN PRIMO PIANO

La vittimologia, ritenuta da molti una branca della criminologia, nasce grazie ad alcuni studi avvenuti intorno agli anni Quaranta del secolo scorso, che si occupavano essenzialmente di sottrarre la vittima al ruolo di soggetto passivo, identificandola come attore in grado di incidere in modo significativo sulla dinamica criminale, riconoscendone al tempo stesso tratti rilevanti e diritti.

Come scrive nel suo bellissimo saggio Sandra Sicurella («lo studio della vittimologia per capire il ruolo della vittima»), se è vero che il conio di questa disciplina, e la sua formalizzazione, vanno fatti risalire intorno alla metà del Novecento, è altrettanto vero che lo scrittore Thomas De Quincey, vissuto fra la fine del Settecento e la prima parte dell’Ottocento, in un libro satirico sull’omicidio («L’assassinio come una delle belle arti»), aveva già provato a delineare le ideali caratteristiche della vittima: una persona per bene, che goda di buona salute e che non sia un personaggio pubblico.

Partendo dal presupposto che la vittimologia in senso lato si occupa anche di vittime di calamità naturali, va comunque riconosciuto ai vittimologhi il merito di aver messo in relazione vittima e aggressore, analizzando in modo problematico (e dinamico) il momento immediatamente precedente all’atto, nel tentativo di creare modelli di prevenzione funzionali ed efficienti.

VITTIME, NON LO SIAMO TUTTI?

Al di là dei significati antropologici di catarsi e purificazione, più connessi al concetto di sacrificio (sostitutivo), la più pertinente definizione di vittima viene dalla Decisione Quadro n. 220 del 15 marzo 2001 del Consiglio dell’Unione Europea: «è la persona fisica che ha subito un pregiudizio fisico o mentale, sofferenze psichiche, danni materiali causati da atti o omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale.»

A prescindere dal reato e/o dal pregiudizio subito, il soggetto interessato si troverà suo malgrado a subire un processo di vittimizzazione che determinerà una brusca interruzione del suo percorso di vita, un crollo di fiducia nei confronti del mondo e una radicale mutazione dei propri strumenti interpretativi della realtà, per non parlare dell’aiuto concreto di cui avrà bisogno, sia sul piano psico-sociale che su quello strettamente giudiziario, se dovrà seguire un lungo iter processuale.

L’altra faccia della medaglia della vittimizzazione è invece il vittimismo, e cioè quando la vittima non è più un soggetto passivo ma strumentalizza la vittimizzazione a scopo utilitaristico per ottenere vantaggi di vario genere, variazione penale del Complesso di Erostrato (antico pastore greco che distrusse il tempio di Artemide per acquisire notorietà), che spingerebbe un soggetto ad eccellere a tutti i costi fino al punto di apparire per quello che non è.

Il minimo comune denominatore di molti studi vittimologici è la compartecipazione della vittima al disegno criminale, in base al genere, all’etnia, alla solitudine o a eventuali stati depressivi (Cfr. Gulota e Fattah) che la renderebbero più vulnerabile agli occhi del potenziale  aggressore, ma è A.Saponaro a varare il concetto di «Scala della partecipazione morale della vittima» che andrebbe dalla vittima meno colpevole dell’autore (ad esempio i bambini) fino alla vittima più colpevole dell’autore.

Se il concetto di «victim precipitation» di Wolfang, secondo cui è la vittima a produrre l’omicidio innescando per prima una reazione violenta, è stato nel corso degli anni aspramente criticato, sono stati molti gli studiosi che hanno legato l’indice di vittimizzazione agli stili di vita, lavorativi e non, e ai luoghi di residenza, con una maggiore incidenza per i luoghi meno protetti e/o organizzati.

Ogni vittima deve riconoscersi come tale attraverso la comprensione del danno subito, l’accettazione del proprio status, la scelta dell’iter da seguire e la ricezione dell’adeguato sostegno sociale, famigliare, giudiziario ed economico; se il danno primario è manifestamente grave, a volte può esistere per certi tipi di vittime (ad esempio di violenza sessuale) una vittimizzazione secondaria ad opera soprattutto delle istituzioni che, a causa di stereotipi o pregiudizi, colpevolizzano il soggetto invece di sostenerlo e guidarlo, generando quello che in gergo vengono definite «vittime di rimbalzo» (i parenti delle vittime).

A differenza dei paesi anglosassoni, che da più di quarant’anni hanno in dotazione dei veri e propri «Victim Support», in Italia le associazioni delle vittime sono sorte in maniera volontaristica  a seguito di eventi collettivi strazianti come le stragi, ma tranne le inchieste di vittimizzazione, strumento comunque fallibile e fortemente condizionato dalla rappresentatività del campione scelto, va considerato che soprattutto per alcuni tipi di reati (abusi domestici e racket) sono pochissimi i soggetti interessati disposti a parlare: non è un caso infatti che la prima di tali inchieste in Italia, effettuata dall’Istat fra il 1997 e il 1998, determinò che solo il 35% dei reati, consumati o tentati, era a conoscenza delle forze dell’ordine.

La normativa europea, soprattutto dagli Anni Ottanta in poi, si è ripetutamente occupata della protezione vittimologica, cercando da un lato di non creare vittime di serie A e di serie B, ma dall’altro di dedicare (e sollecitare gli stati membri a farlo) una maggiore cura per quei soggetti potenzialmente esposti a intimidazioni o vittimizzazioni ripetute, vittime del Terrorismo o della tratta di esseri umani.

Formare le istituzioni (soprattutto la Polizia) che devono fornire un primo soccorso e guidare il soggetto attraverso il processo fino alla riabilitazione è uno step fondamentale, come lo sono i meccanismi di giustizia riparativa e la cura nel non far incontrare reo e soggetto passivo nelle stesse aule di giustizia (episodio che avviene più spesso di quanto si pensi), ma negli ultimi anni la vittimologia ha dovuto ampliare il proprio raggio d’azione.

I processi mediatici, a volte ben più duri di quelli giudiziari, ma anche la tendenza giornalistica ad «ovattare» la presunzione di innocenza, hanno creato mostri fittizi da sbattere in prima pagina e reso la vita di molte illustri vittime una continuata gogna travestita da cordoglio generalizzato, a volte trasformando il vittimizzato in vittimista, e scivolando nel politico, con vittime professioniste in grado di influenzare l’opinione pubblica e orientare l’andamento elettorale.

Il giusto equilibrio fra silenzio e sostegno, rispetto della privacy e riabilitazione non è nella mente del legislatore ma nel livello di umanità raggiunto dalla società civile e nella sua capacità, in estrema sintesi, di riconoscersi in ogni sua unità e senza alcuna eccezione, come potenziale vittima.

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