Irréversible, il dittico di Noé che scandalizzò Cannes

da | Giu 29, 2022 | MONDOVISIONE

Correva l’anno 2002 quando il semi-sconosciuto regista franco-canadese Gaspar Noé portò nelle sale il perturbante «Irréversible», con una scena di stupro lunga quasi dieci minuti, atmosfere soffocanti e rutilanti piano-sequenza che mostravano (senza rivelare mai pienamente) i retroscena di un locale sadomaso: ci furono svenimenti a Cannes, dove la pellicola venne inizialmente presentata, con ambulanze posteggiate in prossimità dei cinema e un’opinione pubblica divisa fra il capolavoro d’impatto e l’ambiziosa prova di un giovane cineasta ansioso d’épater la bourgeoise, con violenza gratuita e artificiosità tecniche.

Nel 2019 Noé ha rimontato, per la 76ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, l’originale in senso orario visto che la versione del 2002 era alla rovescia (si partiva dall’epilogo) e questo espediente, o lo era quello di vent’anni fa?, astutamente chiamato «Inversion Intégrale», accentua ancor di più l’efferatezza della trama, grazie al climax ascendente e alla maggiore possibilità di empatizzare coi personaggi.

Nonostante ancora oggi buona parte della critica lo consideri un film gratuito, e l’anello debole della produzione di Noé (Climax, Enter the Void), Irréversible resiste all’usura del tempo facendo affiorare da una storia tutto sommato lineare (per quanto capovolta), una serie di riflessioni sulla modernità e la violenza di inesauribile portata filosofica.

IL TEMPO DISTRUGGE TUTTO

Il film si apre con la confessione di un incesto da parte di un uomo seduto su una branda (Philippe Nahon, il macellaio del precedente lavoro di Noé, «Solo contro tutti») e con l’inquietante risposta del suo interlocutore: «Siamo tutti Mefistofele, non esistono misfatti, solo atti».

Marcus (Vincent Cassel, anche co-produttore della pellicola) e Pierre (Albert Dupontel) si aggirano febbrili nei meandri di un locale gay (il «Rectum», nomen omen) alla ricerca di un personaggio dall’ambiguo nome di «Tenia»; mentre la trama si snoda alla rovescia, apprendiamo che i due devono vendicare lo stupro e il pestaggio della fidanzata del primo ed ex del secondo, una bellissima Monica Bellucci (Alex).

La violenza nel Rectum, che arriva all’omicidio, e quella carnale subita da Alex in un lugubre sottopassaggio, sfumano nel rapporto di coppia fra lei e Marcus, irresponsabile ed eccessivo, sempre squattrinato, facile alla coca e ai flirt con altre donne, ma i siparietti più divertenti sono quelli che triangolano fra la donna e i due uomini mentre si recano alla festa dalla quale lei se ne andrà, infastidita dai comportamenti immaturi del compagno. À Rebours, la genesi della coppia, in quegli anni all’apice della popolarità, la sospetta e poi confermata gravidanza di lei, che getta una luce ancor più tetra sullo stupro in divenire, fino alla bucolica immagine di Alex sdraiata su un prato, intenta a leggere un libro.

La fatalità, e circolarità, del tempo chiudono la pellicola bifronte di Noé in un bozzolo di irreversibile malvagità, una catabasi travestita da anabasi, e viceversa, che mina i fondamenti della coppia borghese come forse solo «Eyes Wide Shut» di Kubrick è(ra) riuscito a fare (anche lì una coppia di successo planetario, Cruise-Kidman, alle prese coi tabù sociali legati al sesso).

La creatura di Noé, che ne curò oltre alla regia, la sceneggiatura, la fotografia e il montaggio, lo rese uno dei principali esponenti di quello che fu definito «il nuovo estremismo francese», diventando un cult divisivo di retrospettivo sapore esistenzialista.

TUTTI SARANNO PUNITI

«Ho sognato un tunnel rosso che si spezzava a metà», racconta a Marcus e Pierre una Alex intenta a spiegare il valore predittivo dei sogni, e in effetti il sottopassaggio dove subirà, o ha già subito a seconda della versione, lo stupro è rosso, ma il tunnel potrebbe simboleggiare anche l’utero in procinto di generare la vita, o il condotto che porterà il Presente e il Passato della donna a esigere una vendetta rituale ma in fin dei conti ridicola, visto che a morire non sarà il Tenia ma un altro, inconsapevole, vizioso.

«Vorrei sodomizzarti», sussurra Marcus ad Alex mimando una violenza sessuale stilizzata e tutto il dialogo in metro sulla presunta incapacità di Pierre a farle raggiungere l’orgasmo quando ancora si frequentavano, culmina nell’affermazione della donna: «devi imparare ad essere più egoista, più terra terra (in italiano nel film), per non parlare dei continui appelli di Pierre, insegnante e quindi rappresentante del pensiero razionale occidentale, alla calma e alla non violenza rivolti a un furioso Marcus, appelli che svaniscono quando l’uomo colpisce selvaggiamente con un estintore un omosessuale, pensando erroneamente si tratti dello stupratore.

La figura del Tenia (Jo Prestia, kickboxer di professione, oltre che attore) diviene la nemesi di un Potere che flirta con la devianza e ne imita gli stilemi, per poi riparare negli attici a circuito chiuso del politicamente corretto; sotto questo aspetto lo stupro di Alex è politico perché non riguarda la donna in senso stretto ma uno stile di vita irraggiungibile per lui e per gli altri reietti dei Sotterranei, ma anche metafisico perché si abbatte sulla coppia con l’agnizione di una violenza che non hanno il coraggio di fronteggiare ma che li attrae cupamente, tanto quanto l’omicidio risucchia senza freni la figura verosimilmente più lontana dai suoi richiami, e cioè l’educatore.

I cromatismi che scandiscono la narrazione, dal rosa acceso dell’epilogo al violaceo-seppia delle scene più crudeli (marchio di fabbrica del cinema di Noé), uniti ai piano-sequenza distorti e al fischio sismico da 28 Hz inserito nei primi 30 minuti dal regista per disturbare ulteriormente lo spettatore, raccontano una grammatica filmica tesa più all’esperienza che alla visione: si ripete la geniale metafora di H.G.Wells, coi Morlock che fuoriescono dalle viscere oscure del proprio mondo solo per nutrirsi delle vittime sacrificali donate loro dagli Eloi, affinché possano continuare a vivere in pace.

Monica/Alex è la vittima sacrificale della Tenia che vive e prospera nel Rectum di Parigi, e di ogni altra metropoli, garantendo droga, prostituzione e manovalanza criminale a una nuova borghesia che non è più disposta a correre rischi per averla, ma che ogni tanto è costretta a farci i conti.

Tre sole pagine di sceneggiatura e dodici fogli con dodici sequenze, inizialmente montate al contrario e poi capovolte, tagliando soltanto sei minuti di girato (ma non di dialoghi) per un’opera non prima ma primaria, primitiva e disturbante, che a distanza di anni la Bellucci ha definito «forte ma necessaria» e che se le fosse proposta oggi forse rifiuterebbe per il sopraggiunto ruolo di madre.

La parabola di Noé è talmente irreversibile che nemmeno capovolta muta di senso, avvicinando morte e vita, aberrazione e amore, in un nodo ossidato dal Caos, così lucido nell’intrecciare le trame del disastro che nessun algoritmo potrà mai sostituirlo.

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