Shooting the Mafia- la nostra «Battaglia»

da | Giu 16, 2022 | MONDOVISIONE

Classe ’35 e scomparsa lo scorso aprile, Letizia Battaglia non è stata solo una fotoreporter di fama internazionale ma anche un (in)volontario simbolo di emancipazione femminile, un animo irrequieto diviso fra la bellezza e la verità, che secondo Keats sono la stessa cosa (cfr. Ode sopra un’urna greca), nonché corifea di una sicilianità contaminata da qualsiasi tipo di influenza.

Nel documentario dell’inglese Kim Longinotto, uscito nel 2019 ma distribuito solo nel 2020, il ritratto dell’irriverente palermitana spazia dalla sua adolescenza (condizionata da un «orco» e da un precoce matrimonio) fino all’esperienza di fotografa per «L’Ora» (prima donna in assoluto iscritta all’albo), passando attraverso i tanti amori, una lunga e senile solitudine, e la breve ma intensa parabola politica, in cui «era pagatissima e non faceva niente».

Il nucleo del lungometraggio è però il controverso rapporto della Battaglia con Cosa Nostra, i tanti scatti di morti ammazzati, boss e sicari-bambini, il tutto perfettamente, e drammaticamente, mescolato ai nudi di donna, alla povertà di una città amata/odiata, fino alle istantanee che hanno fatto il giro del mondo, come «la bambina col pallone».

(SICILIAN) MONTAGE OF HECK

Parafrasando il prezioso documentario del 2015 di Brett Morgen (Kurt Cobain: Montage of Heck), «Letizia Battaglia-Shooting the Mafia» è una creatura ugualmente ibrida, anche se decisamente meno caotica, in quanto composta da materiali di archivi Rai, spezzoni di vecchi film, canzoni, testimonianze di vario genere, interviste (non solo alla protagonista), ovviamente foto e video privati, senza dimenticare le suggestive voci degli speaker esteri che commentano le stragi di casa (Cosa) nostra.

Una particolare menzione va a Kim Longinotto, documentarista e produttrice britannica (padre italiano, madre gallese), da parecchi anni ormai dedita a investigare ogni tipo di persecuzione femminile al, e nel, mondo, e che in questo «shooting» (geniale gioco di parole fra «servizio fotografico» o, letteralmente, «sparatoria») crea un perfetto equilibrio fra la forza e la fragilità della fotoreporter, fra la vocazione estetica sublimata dai nudi femminili e l’interesse politico a testimoniare per immagini una delle stagioni più drammatiche del Novecento italiano.

Come da tradizione, si inizia dalle foto e dai Super 8 di una splendida bambina subito traumatizzata a soli dieci anni dall’incontro con un uomo che appena la vede inizia a masturbarsi in strada; da lì la reclusione in collegio («divenni immediatamente laica»), un precoce matrimonio culminato nel quasi omicidio dell’amante ad opera del marito e infine, o forse dovremmo dire dapprincipio, la fotografia, un amore che la colse alla soglia dei 40 anni.

Le inevitabili resistenze d’un ambiente esclusivamente maschile, e maschilista, non impedirono alla Battaglia di diventare un punto di riferimento per «L’Ora» di Palermo, sfruttando anche l’assunzione estiva in una redazione pressoché deserta, ma mentre lei sembrava più colpita dalla povertà di alcuni quartieri del capoluogo siciliano, e dalla spontanea bellezza che si sprigionava, per contrasto, da alcuni soggetti, la cronaca nera la contagiò e il mosaico di lutti con cui ebbe a che fare levitò nella dimensione politica di un fenomeno tutt’ora controverso e studiato.

Letizia restò affascinata (e orripilata) dal carisma di alcuni mafiosi, in grado di ribaltare il rapporto di potere intrecciato con le istituzioni: emblematica l’intervista a Luciano Liggio, detto la Primula di Corleone, che rispondendo ai tanti attacchi rivoltigli secondo lui da uomini da poco, esclamava: «Cristo diceva di porgere l’altra guancia, ma io quante guance dovrei tenere?» o l’agnizione processuale di Totò Riina, rurale maschera pirandelliana, che la portò a dire: «e noi sono anni che subiamo da questo cafone?»

«Letizia Battaglia-Shooting the Mafia» ha il pregio di inquadrare un arco temporale piuttosto lungo, e difficile da ricomporre, ma che grazie al lavoro coraggioso e umanissimo di una palermitana viscerale e ironica, bellissima e rivoluzionaria, ci viene restituito nella sua complessità, senza alcuna pretesa di risposte, ambiguo come ogni immagine, pur nella sua chiarezza, deve essere, per permettere all’osservatore di approfondire e comprendere, ma anche di accettare che esistano dei luoghi in cui crudeltà e carità, bellezza e disastro, sono imprescindibili e complementari.

CUMANNARI È MEGGHIU DI FUTTIRI

Nel bianco e nero che avvicina i suoi scatti alle inquadrature di due altri palermitani doc, e cioè Ciprì e Maresco (Cinico tv), tra l’altro con Franco Maresco, Letizia ha già girato due film, «La mia Battaglia» e «La Mafia non è più quella di una volta», prevale un gusto rarefatto della composizione e della provocazione, ma anche la capacità di sospendere ogni giudizio morale, restituendolo al fruitore dell’opera.

Tra bambini ammazzati e bambini con la pistola, una prostituta massacrata in salotto insieme a due amici gay, non per le proprie scelte sessuali ma perché si era messa a spacciare per conto suo, fino ai cadaveri col sasso in bocca o coi bulbi recisi sul palmo della mano, una camera oscura di atrocità e scoop (clamorosa la foto del senatore Andreotti coi fratelli Salvo, dopo che lo stesso aveva dichiarato di non averli mai incontrati prima):il sole calcinato di una Sicilia che arrivò a subire più di 1000 omicidi in un anno (fino a 4/5 morti al giorno), nel drammatico bianco e nero firmato Battaglia, riscopre quei rovesci di mitica oscurità di cui scriveva Vitaliano Brancati in «Paolo il Caldo».

«Ai funerali bisognava stare particolarmente attenti», dice Letizia, «perché te li trovavi davanti e loro sapevano chi eri, così si coprivano gli scatti con un colpo di tosse», ma la parte più interessante della pellicola è indubbiamente quella relativa alla strage di Capaci e all’omicidio Borsellino, non solo per il risveglio generale di coscienza cui portò, e il pianto in chiesa della vedova Schifani o i cori in strada «Via la Mafia dalla Chiesa!» fanno tutt’ora effetto, ma anche per la naturale inclinazione alla giustizia di due martiri che, a differenza di alcuni personaggi contemporanei, lo furono per acclamazione popolare e non per discutibili manovre di auto-lapidazione mediatica.

La donna al cui neonato un topo divorò un dito nel cuore della notte (e lei era troppo stanca per accorgersene, visto che aveva lavato scale tutto il giorno), o le immagini di una Corleone preda di un’omertà pari solo alla sua miseria («sparivano centinaia di persone che nessuno denunciava») sono commentate dal «Nel blu dipinto di blu» o da «Il Cielo in una stanza», confermando l’insostenibile leggerezza dell’essere palermitani, evocato dal lavoro e dalla vita di Letizia Battaglia.

Oggi che la Mafia e lo spaccio (inter)nazionale sembrano essersi «normalizzati», non ricorrendo più a stragi o a intimidazioni, tornano in mente proprio le parole immortali di Giovanni Falcone: «la Mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e una sua fine».

Appellandoci al titolo del paragrafo (Comandare è meglio che fottere), secolare motto meridionale che racconta una vocazione quasi metafisica al Male, che smentirebbe quel «seguite i soldi» tanto caro proprio al giudice Falcone, ci sentiamo di concordare solo con la prima parte della sua affermazione.

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