Economia circolare: attraverso lo spreco

da | Apr 22, 2022 | IN PRIMO PIANO

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che prevede condivisione, prestito, riutilizzo, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile: in contrasto col tradizionale modello economico lineare, fondato sulla tetralogia «estrarre, produrre, utilizzare e gettare», l’economia circolare punta alla sostenibilità, estendendo il ciclo di vita dei prodotti, riducendo i rifiuti al minimo e reintroducendo i materiali di cui è composto un prodotto, una volta terminata la sua funzione, nel ciclo economico, generando ulteriore valore.

Il modello economico tradizionale si fonda sulla disponibilità di grandi quantità di materiali ed energia, facilmente reperibili e a basso costo, ma la crescita della popolazione mondiale e la scarsità delle risorse (che la mentalità capitalista non riesce a concepire limitate) hanno portato, ad esempio nella sola Unione europea, a produrre ogni anno più di 2,5 tonnellate di rifiuti, fattore che rende la transizione verso un’economia circolare un passaggio non solo moralmente doveroso ma anche intelligente, dal punto di vista della sopravvivenza a lungo termine e, di recente, anche economicamente vantaggioso.

A marzo 2020 la Commissione europea ha presentato, sotto il Green Deal europeo e in linea con la proposta per la nuova strategia industriale, il piano d’azione per una nuova economia circolare, che include proposte sulla progettazione di prodotti più sostenibili, e sulla riduzione dei rifiuti, interessando soprattutto i settori ad alta intensità di risorse, come tessile e costruzioni, elettronica e tecnologie della comunicazione e informazione; nel successivo febbraio 2021, il Parlamento Europeo ha votato per questo piano, chiedendo misure aggiuntive per raggiungere, entro il 2050, un’economia a zero emissioni di carbonio, e norme più severe sul riciclo con obiettivi vincolanti, per il 2030, sull’uso e sull’impronta ecologica dei materiali.

LA FINE DEGLI SPRECHI

Ogni anno l’umanità utilizza circa cento miliardi di tonnellate di materiale, il cui 90% estratto dalla superficie terrestre, e di cui solo trenta miliardi di tonnellate sono destinate a restare: si tratta di dieci tonnellate di nuove cose per ogni abitante del pianeta.

Considerato che l’attuale economia lineare è un’invenzione relativamente recente, visto che per la maggior parte della sua Storia l’uomo ha soddisfatto i propri bisogni con risorse semplici e naturali, l’idea di un’economia circolare non è più solo una vaga utopia figlia del politicamente corretto, ma una strategia concreta per arginare la crisi ecologica attraverso una tecnologia che ci aiuti ad armonizzare il nostro benessere con quello dell’ambiente.

Le materie plastiche, sostanze chimiche estratte dal petrolio e saldate insieme a livello molecolare, sono al centro del dibattito, ma anche il cemento e l’acciaio che nell’edilizia hanno ampiamente sostituito la pietra e il legno, o i magneti dei gadget elettronici, costituiti da elementi rari che è difficile separare a fine utilizzo: col passaggio alle fonti rinnovabili, visto che tali materiali per essere estratti e lavorati hanno bisogno di energia ottenuta bruciando proprio i combustibili fossili, inevitabilmente dovrà avvenire un cambiamento strutturale oltre che di mentalità.

I principi cardine dell’economia circolare sono:

  1. Usare meno cose;
  2. Usarle più a lungo;
  3. Riciclarle;
  4. Se possibile, ottenere prodotti di scarto che rigenerano la Natura.

Questi quattro principi ruotano attorno a due cardini:

  1. Il tasso di riciclo a fine vita, e cioè quanta parte di un prodotto è utilizzata in altro modo;
  2. Il tasso di contenuto riciclato, e cioè quanto di un nuovo prodotto è costituito da materiali riciclati.

Ogni anno usiamo cento miliardi di tonnellate di materiale, di cui solo l’8,6% è riciclato: nell’abbigliamento, uno dei settori più in ritardo in termini di circolarità, solo il 3% delle materie prime è frutto del riciclo e quando i vestiti sono riciclati, vengono usati come isolanti o imbottiture per materassi («downcycling» o declassamento), per ciò che concerne i metalli, invece, la tassonomia prevede due grandi gruppi, quello con un tasso di riciclo molto alto (superiore al 50%), che comprende il rame e l’alluminio, quindi elementi in forma pura, e quello con un tasso di riciclo molto basso (inferiore all’1%) che include le terre rare, e cioè i componenti dei dispositivi elettronici, la cui separazione chimica è un processo complesso e estremamente dispendioso in termini di energia.

Proprio le terre rare, un gruppo di diciassette elementi chimici necessari per la fabbricazione di dispositivi elettronici, e la cui estrazione globale è dominata dalla Cina, che ne riduce l’offerta per aumentarne i prezzi, vengono recuperate attraverso l’uso di sostanze inquinanti come l’acido perclorico concentrato, e con un procedimento di base inefficiente e costoso, ma un gruppo di ricercatori statunitensi (guidati dal chimico James Tour) sta elaborando un nuovo metodo che consiste nel recuperare metalli preziosi dai rifiuti industriali, trattandoli con lampi di calore elettrico.

POSSIBILI SCENARI

Nel 2021, dopo l’approvazione nel 2019 di una norma che vieta il macero dell’invenduto, è stato costruito in Francia un ampio quadro legislativo («legge anti-spreco per un’economia circolare») che ha l’obiettivo di riciclare tutta la plastica entro il 2025, e di eliminare gradualmente quella monouso entro il 2040, introducendo due importanti indici: «l’indice di riparabilità» degli oggetti, che assegna loro un punteggio da 1 a 10 in base alla facilità di riparazione, e la «responsabilità estesa del produttore», in base alla quale le aziende sono responsabili delle proprie merci anche quando vengono buttate via.

Gli esempi virtuosi in itinere sono moltissimi, dalla Bmw i-vision circular, costruita al 100% con materiali riciclati, all’inglese Yorkshire Water che convoglia le acque reflue a una server farm di computer per raffreddare le macchine senza usare aria condizionata o ventilatori elettrici, per non parlare della cosiddetta «economia delle prestazioni», che sostituisce alla proprietà l’affitto o la condivisione (vedi il car sharing), o i «Repair Cafè», dove dei volontari riparano oggetti invece di noleggiarli, fino alla finlandese Reima che per combattere gli sprechi del fast fashion, accetta(va) dalle famiglie la restituzione dei vestiti dei propri figli, una volta divenuti troppo piccoli.

Ma il campo su cui si gioca la partita più importante, in termini di sostenibilità, è l’edilizia, visto che da sola rappresenta l’11% delle emissioni mondiali di gas serra e il 50% di materie prime prodotte e utilizzate: in questo senso la ricerca di materiali alternativi al cemento spazia dal recupero del cocciopesto romano alla lana di pecora al posto degli isolanti sintetici (o in orti verticali per uso idroponico), fino alla canapa, al sughero, o al micelio dei funghi come isolante termico al posto delle schiume chimiche.

Il grande ostacolo da rimuovere nell’introduzione di questi materiali alternativi non è solo culturale, ma anche economico, visto che le compagnie assicurative sono restie a coprire tali investimenti la cui durata a lungo termine non è garantita.

La sfida è immediata e, come per la tecnologia digitale, che all’ecosostenibilità si intreccia (in modo simbiotico o parassitario a seconda dei punti di vista), serve un nuovo paradigma mentale e non il riciclo (in questo caso dannoso) di vetusti modi di pensare: continuare a saltare frontalmente ignorando il Fosbury che ci impone il pianeta non sarebbe solo miope ma autodistruttivo.

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