In «Media» stat virtus (?)

da | Mar 23, 2022 | IN PRIMO PIANO

Già da un decennio, ma in particolare negli ultimi tempi, le espressioni Media Literacy, Media Education o Technology Literacy, affollano web e giornali, popolando il nostro inconscio di nuove suggestioni educative, e suddividendo l’opinione pubblica (come nella natura binaria di ciò che sottendono) in favorevoli e contrari, come se di fronte all’impetuoso incedere delle nuove tecnologie digitali, e al modo in cui impattano sulle precedenti strutture di pensiero, fosse possibile opporsi.

La rivoluzione digitale è già avvenuta e la sua liquida pervasività, laica, apolitica e neocapitalista l’ha resa ubiqua e propedeutica non solo a qualsiasi tipo di marketing, ma anche complementare ad ogni contenuto che voglia essere veicolato su scala globale. Il futuro non è stato raggiunto dal presente, come nelle più verosimili parabole distopiche, ma ne è stato letteralmente fagocitato, al punto che immaginare nuovi scenari è diventato epistemologicamente impossibile, visto che la Rete li realizza istantaneamente; il fine non giustifica più i mezzi (di comunicazione) ma è l’esatto contrario, e l’unica strada sembra essere quella della conoscenza (e dell’educazione) critica.

MEDIA LITERACY

La migliore definizione di Media Literacy, resta ad oggi quella della professoressa Monica Murero: «la ML è la capacità di utilizzare con consapevolezza, disinvoltura e senso critico i media, conoscendone linguaggi, culture, opportunità e rischi, anche per la privacy e la sicurezza dei dati personali».

Storicamente, il primo congresso europeo sulla Media Literacy è avvenuto a Belfast nel 2004, seguito poco tempo dopo da un convegno gestito da Euromeduc, mentre in Armenia, il Media Education Center ha organizzato nelle scuole secondarie un dibattito sul tema «Media Education and Media Literacy».

L’argomento è di scottante attualità, soprattutto in merito ai nuovi strumenti I.T.C., le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma vediamo nel dettaglio di cosa stiamo parlando.

La Media Literacy (ML) estende ai media il sistema di competenze che si attribuisce, tradizionalmente, ai «literate» (e cioè agli alfabetizzati), e cioè competenze di tipo alfabetico, quindi grammaticali e sintattiche; critiche, quindi relative alla comprensione autonoma e consapevole del contenuto di un testo; espressive, in sostanza la capacità di servirsi di grammatica e sintassi per comunicare un contenuto, un’idea o una visione del mondo. Traducendo liberamente Literacy con «alfabetizzazione», potremmo intendere la ML, o Media Literacy, come «Alfabetizzazione Mediale».

Il concetto affonda le sue radici nel dibattito, sorto intorno agli anni Sessanta (’64 con Metz in Francia, ’68 con Bettetini in Italia), relativo alla natura del linguaggio del cinema che, in una cornice di tipo strutturalista, definiva «grammatiche filmiche» gli elementi costitutivi dell’immagine in movimento, quindi piano, inclinazione, angolazione e movimenti di macchina; in quest’ottica il montaggio, come pratica, diveniva l’organizzazione sintattica del girato.

Nel clima anni Settanta, che portò alla fondazione della Scuola Media Unica, e in pieno strutturalismo linguistico, nacque l’esigenza di introdurre, a fianco all’alfabeto tradizionale, «nuovi alfabeti», tra cui quello dell’immagine mediale, divenuta di primaria importanza per la cultura di massa grazie all’affermazione di cinema e televisione. L’istruzione non si basava più quindi solo su lingua scritta e parlata, ma anche sulla Media Literacy.

Sviluppare la ML è compito della ME (Media Education), che ruota attorno a due assi concettuali:

  1. ASSE CURRICOLARE: la ME viene vista come una disciplina o come un’attenzione trasversale a diverse discipline: nel primo caso si può portare l’esempio dei «Media Studies» nei curricola della scuola anglosassone; nel secondo vige il concetto secondo cui ogni insegnante, a prescindere dalla materia che insegna, può educare i discenti ai Media;
  2. ASSE METODOLOGICO: la ME deve insegnare a leggere e scrivere i Media. Per ciò che concerne il «leggere», si devono potenziare le competenze di analisi critica dei messaggi (siamo nell’ambito della semiotica), quindi il soggetto media-educato deve fare filtro rispetto alle immagini proposte, ricavandone contenuti. Sullo «scrivere», siamo nella sfera di realizzazione di prodotti multimediali, che devono obbedire a canoni di coerenza e responsabilità, rispetto agli obiettivi prefissati. Sul principio di responsabilità relativo alla produzione di contenuti multimediali, in particolare dall’affermazione dei mobile devices, si entra nell’argilloso terreno della cittadinanza digitale.

CITTADINANZA DIGITALE

Dall’anno scolastico 2019/2020, è nato il progetto «Technology-Digital Literacy», proposto dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori, in collaborazione con Tim, con l’obiettivo di estendere all’ambito digitale la riflessione sulla cittadinanza attiva e responsabile: lo scopo è quello di riportare il pensiero critico e consapevole al centro del dibattito, senza più essere vittime passive della società delle immagini.

Tale progetto si fonda sul concetto di cittadinanza digitale, la cui declinazione prevede tre comandamenti:

  1. Comprendere i meccanismi di funzionamento della Rete;
  2. Comprendere i propri diritti e doveri in ambito virtuale;
  3. Comprendere la portata delle proprie azioni (e domande) digitali.

Il percorso, articolato su tre fronti, è inquadrato nel più ampio laboratorio «Il Quotidiano in Classe» (di cui sono partners i maggiori giornali italiani) e prevede: la formazione dei formatori, tramite la pubblicazione di schede e video-lezioni realizzate dai docenti delle migliori università italiane; le lezioni in classe, dove i docenti analizzeranno gli articoli di attualità grazie al materiale messo loro a disposizione gratuitamente dall’Osservatorio; la ricerca, col monitoraggio, eseguito da un qualificato Istituto, per conoscere i livelli di soddisfazione e apprendimento, sia degli alunni che degli insegnanti.

La maggior parte degli adolescenti coevi trascorre il 50% del proprio tempo sui Media, senza aver diminuito quello che dedicava ai canali tradizionali: secondo le neuroscienze, la mente dei ragazzi non è equipaggiata per analizzare e interpretare in modo critico il volume di informazioni e messaggi eterogenei che ogni giorno subisce e, quasi tutti i comportamenti impulsivi e/o rischiosi che vanno a comporre la cronaca moderna, deriverebbero dalla mancanza di interfaccia fra la parte emotiva e cognitiva del loro cervello.

La soluzione non è, come molti erroneamente suggeriscono, quella di proteggere i giovani dalle possibilità offerte loro dalla Rete, ma di educarli ad orientarsi in essa, affinché lo smarrimento non si tramuti in devianza (obesità, compulsività sessuale, dipendenza, aggressività, autolesionismo).

Sta solo a noi stabilire se in Media stat virtus. O virus.

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