La spar(t)izione digitale della giovinezza

da | Mar 16, 2022 | IN PRIMO PIANO

Un curioso fenomeno antropologico, ancor più evidenziato dalla crescita digitale dovuta alla pandemia, è stato la scomparsa o ridefinizione del concetto di gioventù.

Facendo un breve excursus, senza alcuna pretesa di completezza, possiamo dire che nella prima parte del secolo scorso la cesura fra adulti e giovani avveniva sul piano tecnologico attraverso dei rituali piuttosto elementari come la patente automobilistica o la licenza di caccia: era intuitivo che un minore non potesse mettersi al volante d’un veicolo né potesse, tranne che in tragiche emergenze belliche, utilizzare un’arma da fuoco.

Negli Anni Settanta e Ottanta, grazie (o a causa) dell’avvento di Pc e videogames, avvenne un vero e proprio ribaltamento, con gli adolescenti come principali operatori/fruitori di tecnologia, oltre che notevoli bersagli commerciali da parte delle principali aziende dedicate; eppure, al di là del problema essenzialmente culturale del tempo trascorso di fronte a un monitor, e della differenza rispetto al media televisivo, il monopolio tecnologico restava sempre in mano agli adulti.

Sul finire degli Anni Novanta, e con l’avvento del Nuovo Millennio, la Rete come luogo di raccolta e di «processing» dati, trattati sotto forma di categorie (clusters) all’interno di un «profiling» compiuto da programmi che fanno largo uso d’intelligenza artificiale, ha prima assottigliato quindi spazzato via la barriera fra giovani e non giovani.

Infine (ma non siamo che all’inizio), la Generazione Z: coi suoi nativi digitali, per usare l’iconica definizione di Marc Prensky, che si è imposta per una concezione di lavoro più flessibile e una visione dell’elemento tecnologico non più come un’innovazione ma come un elemento naturale, al punto che la principale differenza con gli immigrati digitali è il non fare mai paragoni col precedente vissuto analogico.

Per fare un parallelo di natura finanziaria, è come se un immigrato digitale (rispetto a un nativo) continuasse a fare, per valutare il proprio potere d’acquisto, il cambio in lire.

IN MORTE (VIA CAVO) DELLA GIOVENTÚ

Uno studio del 2020 evidenziava come un nativo digitale in 5 anni trascorresse in media 10 000 ore di fronte ai videogames, inviasse 200 000 mail, dedicasse 10 000 ore al proprio smartphone, 20 000 alla televisione e solo 5000 alla lettura: in soli due anni è evidente quanto la situazione si sia cronicizzata a scapito di Tv e lettura, inaugurando il regno dell’ipertestualità, dell’interattività e del multitasking.

Dal punto di vista semiotico è cambiato sia il linguaggio che il modo di organizzare il pensiero, visto che al potenziamento digitale si è unito un potenziamento cognitivo in grado di migliorare la memoria, intesa come acquisizione, archiviazione e restituzione dati, e la conseguente capacità di scelta.

I media sono divenuti sempre più un ingombrante filtro fra noi e la realtà, trasformando il mezzo in fine e configurandosi come un vero e proprio testo, comunicato e diffuso in maniera istantanea e globale. Sotto questo punto di vista, nonostante le forme di controllo parentale che cercano di riprodurre sul piano digitale una qualche tutela genitoriale, è piuttosto chiaro quanto sia diventato impossibile oggi distinguere fra un adulto e un giovane, sancendo di fatto la fine della giovinezza, classicamente intesa.

Tale, partecipatissimo, funerale è stato celebrato durante la pandemia, trionfo del digitale sul tecnologico e investitura del Remoto come continuità educativa, laddove fino a poco prima del Covid-pensiero, se ne elencavano i limiti e la pericolosità: ad oggi lo spettro di nuove possibili pandemie e una serie di cambiamenti che da temporanei sembrano essere divenuti permanenti (vedi il frequente ricorso allo smart working e la progressiva sparizione dei contanti), sembrano aver reso il digitale non più un supporto del reale ma una sua parte costitutiva.

Ma visto che ad ogni libertà acquisita deve corrispondere un equivalente grado di responsabilità, ed ogni nuova capacità di accesso comporta un pedaggio etico, siamo certi che la sparizione del limite fra mondo adulto e adolescenziale (digitalmente parlando) non porti con sé rischi morali e azzardi sociali?

SPARIZIONE E SPARTIZIONE

La crescita esponenziale di piattaforme private che in modo prevalente se non monopolistico si stanno spartendo l’etere, oltre a decretare la fine dell’adolescenza hanno anche messo in crisi il concetto di sfera pubblica, con gli Stati Nazionali in perenne ritardo, legislativo e fiscale, sui colossi del Web.

Ma la vera rivoluzione sta avvenendo in termini di trasmissione del Sapere, visto che questa è la prima stagione nella storia del mondo occidentale in cui sono le nuove generazioni a trasmettere conoscenze alle vecchie, e con dei canoni che hanno pensionato l’obsoleto concetto di autorevolezza: non è più una fonte autorevole a decretare l’affidabilità di una notizia, ma il suo numero di visualizzazioni/condivisioni.

Questo crollo del valore in funzione dell’esposizione, amplificato dalla filosofia dell’algoritmo che, tramite contenuti correlati, eco chamber e customizzazioni, istituisce piccole bolle autoreferenziali, rischia di far prevalere lo story telling sulla Storia, e di trasformare la realtà in un surrogato.

Ma quali sono i pericoli di questo nuovo mondo eternamente prepuberale?

  1. L’analfabetismo digitale (di base o funzionale), unito a un non uniforme accesso alla connettività e a una non adeguata strumentazione tecnologica, potrebbero portare una larga fetta di popolazione a una solitudine civile, oltre che socioeconomica, patologica e inaccettabile;
  2. Un altro rischio è quello che Filippo La Porta definiva «l’eclissi dell’esperienza»: viviamo in un regime di post-verità dove tutto è fiction, simulacro, pseudo-esperienza e virtualità, in cui i limiti sono banditi, come la noia e la passività, e non ci sono più Storia né memoria, morte e corporalità. L’esperienza, se sotto pieno controllo, diviene reversibile e finisce col perdersi; un esperimento scientifico che si ripete all’infinito con gli stessi parametri dà sempre gli stessi risultati, e il primo ad intuire il limite di un’esperienza di questo tipo fu Camus nei suoi taccuini, quando la definiva «sopravvalutata», se parametrata come un esperimento da laboratorio;
  3. È divenuto centrale, in un mondo che celebra il potenziamento cognitivo, il vissuto emotivo, non inteso come stupore aristotelico, fonte di conoscenza interiore ed esteriore, ma come shock visivo: il videoclip angosciante, l’horror pulsionale, il cinema virtuoso (più che virtuale) costruito sulla tecnica del piano-sequenza, tutto agisce a livello neurale, iper-stimolando la psiche e demolendo coscienza critica e poesia, intese come tempo d’incubazione del reale e produzione di un proprio vissuto emotivo, irriducibile a un sistema di segni tracciabili e vendibili.

Le possibili soluzioni le indicava Dieter Baacke (scomparso nel 1999, e non possiamo non contestualizzare) quando parlava di aumentare la capacità critica dei mezzi di comunicazione di massa, migliorare la mediologia, la sua capacità d’uso e di creazione mediatica. 

La cura e il trattamento dei dati dei minori, e la questione valoriale legata ai nuovi scenari dettati dall’algoritmo, sono al vaglio delle istituzioni e di molti organismi internazionali (basti pensare a iniziative come «Roma call for A.I and Ethics», cofirmata dal Vaticano e dal Governo), ma sul pano strettamente culturale il recupero della memoria analogica dovrebbe crescere di pari passo col diritto d’oblio digitale, cancellando errori individuali e raccontando quelli storici, affinché non si ripetano.

La foto della bambina ucraina col lecca-lecca in bocca e un fucile in mano, fake costruito ad arte dal padre (il fucile era suo, e scarico) per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, ricrea il paradosso del fiore così bello da sembrare finto, o di quello finto così realistico da sembrare vero: sparita o spartita dal web (come ammasso anonimo di dati sensibili), la giovinezza va tutelata proprio in ciò che non dice e che non può essere ricreato sul piano esperienziale.

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