La famiglia non è una cellula autosufficiente

da | Mar 8, 2022 | IN PRIMO PIANO

Oltre ad aver ridimensionato le nostre coordinate spazio-temporali, dilatando il virtuale e mutando il paradigma culturale dei canali espressivi (basti pensare all’esplosione delle serie tv e al trionfo dello streaming sul cinema in sala), la pandemia ha ulteriormente danneggiato un indice di natalità già pericolosamente a rischio, costringendo la famiglia, come aggregato sociale serbatoio culturale, a ripensare sé stessa.
Le vittime predestinate dell’isolamento sono stati ovviamente i più giovani, depressi e insonni i più piccoli, anoressici o bulimici, violenti o autolesionisti gli adolescenti, che hanno aumentato il consumo di alcol e droghe leggere, il tutto in un contesto in cui, con la chiusura della scuola (spesso un supporto, più spesso un sostituto di genitori assenti o poco presenti), e l’incubo di un crollo lavorativo generalizzato, la famiglia si è trovata a dover fronteggiare nuovi problemi e a doverne risolvere di vecchi, senza il conforto e la guida di istituzioni (istruzioni) certe.
L’analfabetismo emotivo, amplificato dai media (poiché il politicamente corretto storna il linguaggio dalla grammatica del dolore), il crollo valoriale in nome di una sussistenza che ha trasferito il pensiero binario dall’asse positivi/negativi a quello pro vax/no vax, e infine il dramma educativo della didattica sospesa (per alcuni pantografata, per altri tamponata dalla Dad), hanno inciso sui rapporti intergenerazionali, pesando in modo particolare sui minori stranieri, un quinto dei nati negli ultimi anni, che hanno dovuto aggiungere alle difficoltà d’integrazione anche il lockdown.

PARADOSSO ITALIA

In Italia due giovani su tre vogliono farsi una famiglia.
Peccato che il tasso di fertilità nazionale sia fermo a 1,24 figli per donna (dovrebbe essere almeno di due per un significativo ricambio generazionale), e che nel decennio che va dal 2011 al 2021 le nascite siano calate d’un quarto, gli ultranovantenni siano raddoppiati e la popolazione attiva si sia ridotta di 1,5 milioni.
È aumentato il consumo di pornografia (e di sex toys) nelle donne, e la pandemia ha moltiplicato a dismisura il numero (e la cura) di animali domestici, varando il Belpaese nel soffice, e suicida, demograficamente parlando, pianeta dei surrogati.
Finanziariamente siamo invece nel regno di quello che gli analisti economici definiscono «saving glut», e cioè il risparmio che si accumula senza diventare investimento poiché, anagraficamente parlando, col crescere degli anni si punta più sulla rendita che sul rischio d’impresa, e in Italia al 2022 sono circa 200 i miliardi di euro dei risparmiatori fermi nei conti correnti.
Ma, al di là delle motivazioni individuali e della sperequazione (anche generativa) fra Nord e Sud, cosa si frappone fra questo desiderio di crearsi una famiglia e l’evidente denatalità cui stiamo assistendo (e in parte contribuendo)?

1) La famiglia non va pensata come un insieme di soggetti ma come un’unità a sé stante, e va abbattuto il dualismo fra imprese che producono e famiglie che consumano, poiché quest’ultime, soprattutto nel doppio decennio dalla nascita d’un figlio, producono eccome ricchezza, generando reddito ed esternalità positive;
2) La famiglia non è una cellula autosufficiente, ma una sommatoria di elementi, ed esiste in un ecosistema che la riconosca come agente e non solo come soggetto passivo di elemosina, pubblica o privata; inoltre, in Italia non c’è il quoziente familiare (in Francia esiste già dal 1945), e cioè quello strumento di politica fiscale che basa la tassazione del reddito sulla densità del nucleo, cosa che va naturalmente a scapito delle famiglie più numerose;
3) Basta con la politica DINKS (dual income, no kids), doppio reddito, nessun figlio, che disincentiva la lavoratrice a concepire: in un recente rapporto (2020) è emerso che a 15 anni dalla nascita di un figlio una lavoratrice italiana perde in media 5700 euro annui, rispetto a una donna che non è madre, con l’inevitabile affermazione del part time o della rinuncia (definita «child penality», o tassa sul figlio);
4) La famiglia non è un soggetto «bancabile», lo sono solo i suoi elementi maggiorenni;
5) Bisogna lasciarsi alle spalle l’attuale organizzazione del lavoro, che è ancora d’ispirazione taylorista (1911), per cui a vent’anni ci si forma, a trenta si fa carriera e a quaranta si diventa dirigenti; è ovvio, per quanto funzionale in termini produttivi, quanto questa formula sia d’ispirazione maschilista, visto che se una donna diventa madre intorno ai trent’anni (e non riceve adeguati aiuti nei primi anni di vita del nascituro, cosa più che frequente in Italia), al rientro nell’ambito professionale troverà tutti i posti da quadro dirigente già occupati dai collegi uomini, finendo col dover scegliere fra carriera e maternità.

MAMMA O NON MAMMA

Ma quali sono le possibili strade per aiutare le famiglie ad uscire dal tunnel pandemico, e al tempo stesso rilanciare demografia e dinamismo giovanile?
Sul piano didattico, incrementare percorsi extrascolastici che valorizzino i talenti creativi, molto sviluppati in Italia quelli legati all’espressione (arte, musica, cinema, spettacolo), un po’ meno quelli tecnico-scientifici, ma è evidente il recente impegno del Governo ad investire in tal senso; spingere sull’educazione civica attraverso la modalità peer learning (tutoring fra studenti), la strada più snella e intelligente per creare, o rafforzare, una coscienza civile.
Sul piano economico è necessario passare dai nove miliardi l’anno per la ricerca ad almeno quattordici, spendendone la metà per ricercatori e dottorandi, ma è anche basilare promuovere (leggi «finanziare») le start-up giovanili affinché non vengano fagocitate dai grandi gruppi che, con la scusa di riconoscerne l’innovazione, ne potano di fatto le future potenzialità concorrenziali.
Dal punto di vista socioculturale, si deve invece rafforzare il dialogo intergenerazionale e combattere le forme di disagio psichico generate, o incrementate, dalla pandemia, promuovendo la solidarietà territoriale e ridando valore sul piano simbolico a maternità e paternità, non solo come atti fondativi, ma anche come percorsi di autorealizzazione individuali, che non ledano la propria vita professionale.
La parola d’ordine, contro il lemma novantiano «conciliare», è invece «armonizzare», riorganizzando i tempi di lavoro non più secondo la formula eighties «lavorare meno, lavorare tutti», ma permettendo a una madre di poterlo essere senza rinunciare a una possibile carriera: è dimostrato che fino a poco tempo fa nella selezione dei c.v si tendeva a concepire una donna con figli come una risorsa in perdita, mentre un padre veniva maggiormente considerato rispetto a un uomo senza figli, in quanto più motivato o motivabile.
La recente tendenza statunitense, sintetizzata dall’acronimo MaaM (maternity as a master), per cui essere madre sottende ottime skills spendibili in qualsiasi azienda e a più livelli, potrebbe essere un ottimo punto di (ri)partenza per il sistema Italia, mammo-centrico per tradizione, e maschilista per vocazione.

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