Denatalità: l’Italia non è un paese per bambini

da | Mar 3, 2022 | IN PRIMO PIANO

Durante il lockdown, e spalmata per tutto il corso della pandemia, si è diffusa la speranza che la convivenza forzata e l’aumento del tempo libero, per quanto spesso determinate da blocchi professionali tutt’altro che stimolanti, avrebbero portato gli italiani a fare più figli: è avvenuto l’esatto contrario invece, e le ristrettezze economiche, la domiciliazione in contesti talvolta claustrofobici e insufficienti, per non parlare della difficile gestione dei figli (quando già presenti), amaramente compressi nelle proprie camerette e sospesi nella bolla temporale-educativa della Dad, hanno portato a separazioni, violenze domestiche e a un decremento demografico.

Nel 2021 l’Italia è stato il paese europeo col più basso tasso di natalità.

Nella legge di bilancio del 2022, il Governo ha introdotto una riforma relativa agli assegni familiari, che prevede un assegno unico e universale, finanziato con 18,2 miliardi annui; è stanziato un contributo per ogni bambino in base al reddito: le famiglie che dichiarano meno di quindicimila euro l’anno riceveranno 175 euro al mese per ogni bimbo fino al diciottesimo anno d’età, e tale cifra potrà essere prorogata se i figli decideranno di andare all’università, e per tutta la durata degli studi.

Tale assegno unico va a sostituire un complesso sistema di bonus che lo Stato, in ultima istanza, ha considerato insufficiente sia come aiuto concreto alle famiglie che come incentivo alla natalità, ma secondo gli esperti mancano sgravi fiscali strutturali che permettano le tre condizioni illustrate dal Premier Draghi per mettere al mondo dei figli: un lavoro sicuro, una casa e uno stato sociale.

Stando ai dati, e con buona pace di chi invoca l’immigrazione come linfa vitale, sia per l’occupazione che per la demografia, l’Italia non è un paese per bambini.

I DATI

Soffermiamoci proprio sui dati.

Nel 2021 le donne italiane hanno partorito 1,17 bambini a testa e, al di là dell’essere il fanalino di coda dell’Europa, si tratta del nostro minimo storico: dall’Unità d’Italia (1861), solo una volta il Belpaese ha avuto simili numeri e cioè nel 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale e durante l’epidemia d’influenza spagnola.

Secondo l’Istat, ma ci sono ricerche private ancor più pessimiste, di questo passo l’Italia avrà dieci milioni di abitanti in meno e, se chi invoca la sostenibilità globale plaude al decremento demografico occidentale come unica soluzione al sovraffollamento planetario, creare un’equivalenza Pandemia= crollo delle nascite sarebbe miope poiché la realtà, vista con le ampie diottrie di una sociologia non inquinata dal politicamente corretto (o corrotto, a seconda dei punti di vista) è che da un Ventennio e oltre i nostri Governi si sono disinteressati delle famiglie giovani, preferendo occuparsi dei pensionati.

Nel 2019 nel paese si sono celebrati 3,1 matrimoni ogni mille abitanti (la media europea è di 4,3); siamo fra gli ultimi posti anche per ciò che concerne le convivenze e nel 2020 le italiane hanno, in media, partorito il loro primo figlio a 31,4 anni, cioè tre anni più tardi rispetto alle cifre del 1995.

È sempre stato così? Decisamente no.

Nel 1946 in Europa l’Italia era in testa nella classifica delle nascite, con duecentomila bambini in più rispetto alla Francia e trecentomila in più rispetto alla Germania Ovest, per non parlare del divario col Regno Unito che era sesquipedale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la popolazione tricolore superava di tre milioni quella francese e durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta, nacquero più o meno un milione di bambini all’anno.

Dal 2015, invece, il paese ha perso 1,5 milioni di abitanti, l’equivalente di tre grandi città come Firenze, mentre cresce la percentuale di anziani e pensionati (solo il Giappone ha un maggior numero di anziani rispetto a noi, ma con un sistema fiscale decisamente migliore, verrebbe da dire).

Il sempre presente paragone coi cugini d’Oltralpe, ci dice che attualmente la popolazione francese supera quella italiana di otto milioni e, a giustificare tale dato, non basta il luogo comune delle numerose famiglie provenienti dalle ex-colonie, visto cha da noi anche gli immigrati fanno meno figli, o addirittura scelgono di andarsene o tornarsene a casa.

È pur vero che oggi sono gli immigrati a pagare parte delle pensioni degli italiani e che senza di loro il sistema collasserebbe, ma è ovvio che il problema è più complesso e non bastano xenofobia (o xenofilia), né l’abusato richiamo alla gerontocrazia, a districare la matassa.

DERIVA A-GENERATIVA

L’Italia viene da sempre considerato un paese «familistico», che morfologicamente è l’opposto di un paese che dà attenzione, politicamente ed economicamente, alla famiglia, e che anzi delega proprio alla famiglia (e in particolare alla madre) tutta la responsabilità dell’infanzia e della gioventù: è diventato quasi proverbiale il gap in termini di Welfare coi paesi continentali, e in particolare scandinavi.

La deriva a-generativa, per molti versi il virus italiano del Terzo Millennio, non si fonda solo sul documentato crollo delle nascite, ma affonda le radici in un’endemica disattenzione alle generazioni future e alla rigenerazione del capitale sociale che, oltre a creare uno squilibrio intergenerazionale, incide anche sullo sviluppo sostenibile.

E dire che lo Stato nel corso degli anni (abbiamo visto poco fa le soluzioni varate nell’ultima legge di bilancio), ha provato a frenare quest’emorragia alla rovescia, con una serie di misure:

  1. Reddito di cittadinanza;
  2. Bonus da assegnare alle famiglie per situazione reddituale e numero di componenti;
  3. Cash back;
  4. Bonus baby-sitter;
  5. Il Family Act (2021) che, come iniziativa legislativa, prevedeva: congedi parentali più generosi; misure di conciliazione fra lavoro e famiglie e fra lavoro a casa e fuori casa; l’assegno unico per ogni figlio, dalla nascita fino al compimento del ventunesimo anno d’età.

Nulla di strutturale, come visto, e lo dimostra l’ulteriore contrarsi delle nascite negli ultimi anni, che trasforma questi interventi in manovre di cosmesi politica (e fiscale) che nulla o poco hanno a che vedere col paese reale: la verità è che il decremento demografico ha radici antropologiche e psicologiche, si fonda su un’ottica presentista e individualista, antitetica alla solidarietà sociale, che vede l’altro da sé solo come un antagonista professionale o un complice dagli scopi condivisi, e mai come un membro di una comunità più ampia da aiutare o sostenere, sintomo di un crollo valoriale che si riflette nella sfiducia ai partiti e alle organizzazioni sindacali, ma soprattutto in un disinteresse nei confronti del futuro che genera una nuovo tipo di nichilismo, ancorato all’iperstimolazione tecnologica e all’ipostimolazione culturale.

La pandemia ha peggiorato le cose? Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica sì, soprattutto per il diffuso clima d’incertezza, economica ed esistenziale, ma anche per l’esperienza della morte, avvertita come una presenza costante e scansionata dai media col conteggio (contagio) delle vittime in tempo reale, e per un effettivo cambiamento di schemi e abitudini di vita, che ha interessato in maggior misura i più giovani.

Ma la pandemia è il male demografico italiano?

No. La pandemia ha solo denudato il Re: ora l’investimento nelle nuove generazioni (come quello sulle rinnovabili) non è più un’arma retorica né un’opzione radical chic, ma un serio impegno politico per scongiurare un rischio sociale evidente e vergognoso.

L’Italia deve tornare a (v)agire.

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