Bullismo, proteste e alternanza scuola-lavoro: la didattica come palestra sociale

da | Feb 23, 2022 | IN PRIMO PIANO

«Make school not war» è la scritta in inchiostro rosso su sfondo blu che compare su uno striscione alla recente manifestazione studentesca a Roma, e sempre rosso era il contenuto delle uova lanciate contro la polizia e contro i palazzi di Confindustria a Torino, come rossa era la vernice con cui si sono imbrattate le mani i 1500 studenti catanesi che hanno marciato al ritmo di: «non si può morire di scuola», riferendosi ai tragici lutti di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, avvenuti in questo drammatico inizio del 2022.

Le criticità da affrontare sono molte ma il dato evidente è che sono in tanti gli studenti a non sentirsi più rappresentati dai partiti e dalle sigle classiche («noi non siamo la Cgil», cantavano il 4 febbraio a Viale Trastevere i membri di Osa, Opposizione studentesca d’alternativa) e, affianco a chi parla d’infiltrati per denunciare gli atti violenti che hanno portato al ferimento di sette agenti di polizia, c’è anche chi invece ne rivendica fieramente la paternità, come l’innalzamento del livello di scontro con cui la Ministra Lamorgese dovrà prima o poi fare i conti.

Mentre la parola «guerra» sembra aver perso la rassicurante locuzione «contro il Covid», nelle prime pagine di tutti i quotidiani, nazionali e non, e le vicende ucraine tengono il mondo col fiato sospeso, lo slogan «make the school not war» sembra più un buon punto di partenza che non la rabbiosa benzina sul fuoco del dibattito sociale.

ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO

Il 21 gennaio scorso, in provincia di Udine, il diciottenne Lorenzo Parelli è morto schiacciato da una putrella d’acciaio presso lo stabilimento Burimec, dove stava ultimando uno stage gratuito nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro. Iscritto al quarto anno di meccanica industriale al Centro di formazione professionale dell’Istituto Salesiano Bearzi di Udine, Lorenzo era un appassionato di meccanica e motori e aveva già effettuato svariati stage aziendali di questo tipo.

Il 17 febbraio scorso, il 16enne di Monte Urano (Fermo) Giuseppe Lenoci, ha perso la vita mentre faceva uno stage in una ditta di termodinamica proprio del fermano: sul registro degli indagati il nome del 37enne collega che in quel momento era alla guida del furgone che ha sbandato sull’asfalto bagnato.

Al di là delle responsabilità, individuali e aziendali, che verranno determinate dalle autorità, e al di là delle tragiche fatalità (che in Italia assumono cifre tutt’altro che trascurabili) di morti sul lavoro, i movimenti studenteschi, in questo caso supportati da molti politici, lamentano l’inefficacia e la pericolosità dei Pcto, colpevoli di (dis)educare i ragazzi a una cultura del lavoro senza diritti né garanzie, in cui un giovane, in quanto tale, può e deve essere sfruttato professionalmente fino al punto di mettere a rischio la propria incolumità.

Proprio in seguito alla morte di Giuseppe, il 16 febbraio scorso la sottosegretaria Barbara Florida ha dichiarato: «serve una riforma seria con la presenza nelle aziende che attivano stage di requisiti minimi di sicurezza su lavoro, di rispetto delle regole sindacali e di garanzia di tutti gli strumenti necessari alla formazione degli studenti. Su questo fronte è necessario rafforzare i protocolli con parametri molto chiari e sanzioni per i casi in cui lo stage mascheri una forma di lavoro subordinato o parasubordinato gratuito. Bisogna aumentare le ore dedicate all’orientamento e implementare la formazione sulla sicurezza nell’ambito dei Pcto».

Al vaglio del ministero, sempre in termini di sicurezza nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro, il rafforzamento del ruolo del tutor, che già attualmente accompagna lo studente nel percorso di formazione, e la creazione di una sorta di bollino blu (come sistema di certificazione) per le imprese che operano in settori di maggiore rischio.

TRASVERSALITÁ DEL BULLISMO

Risale a pochi giorni fa l’ennesimo episodio di bullismo ai danni di una tredicenne di Ardea (Roma) picchiata e insultata da un gruppo di ragazzi fra i 15 e i 17 anni (fra cui anche una coetanea della ragazza), che l’aveva precedentemente stalkerizzata su Instagram, e che da più di un anno la perseguitava al punto di creare problemi persino alla sua famiglia.

Non nuovi a simili pratiche, al punto di arrivare a prendersela con un undicenne, il branco ha sempre prediletto i più timidi e i più fragili, alternando minacce e percosse a offerte di alcol e erba che, se rifiutate, peggioravano solo le cose; le modalità sono quelle consuete: terrorismo psicologico, body shaming, violenza, fisica e mentale, aggressioni e riprese col telefonino come arma di ricatto postumo, per mettersi al riparo da possibili denunce, e al tempo stesso per tenere in scacco il/la bullizzata facendo leva sulle sue insicurezze.

Eppure, è ancora più recente l’episodio di un docente di Casavatore (Napoli) che, per aver ripreso una Prima Media, nell’ultimo dei suoi cinque giorni di supplenza, perché faceva troppo chiasso, è stato raggiunto a casa da cinque uomini fra i 40/50 anni che, dopo averlo fatto scendere con un espediente (conoscevano il codice del suo citofono), lo hanno pestato ma solo dopo avergli chiesto se fosse lui il professore dell’Istituto…

Nei giorni immediatamente precedenti il pestaggio, qualche minaccia sui social e la mattina del misfatto alcuni ragazzi l’avrebbero apostrofato con un «noi lo sappiamo dove sta la tua casa»; alla base della rabbia sembrerebbe esserci una lettera inviata al preside dal genitore di un alunno, che si lamentava del linguaggio volgare del docente e del suo aver parlato di sesso, laddove l’accusato si era limitato a spiegare a una bambina cosa fosse il movimento Lgbt, illustrando l’importanza del rispetto dell’orientamento di ogni essere umano.

Gli aggressori, a volto scoperto e sicuramente «ingaggiati» da qualche genitore, hanno intimato al professore di non tornare più a scuola e di non denunciare l’accaduto, ma l’insegnante si è comunque rivolto ai Carabinieri, anche per tutelare i figli dei mandanti, affinché non venga trasmesso loro un così decadente modello pedagogico.

Due casi intergenerazionali di bullismo: il primo, classico, puberale, e saldamente intrecciato al body shaming, soprattutto nella sua involuzione in cyberbullismo, il secondo, incastonato nell’oscurantismo di un Meridione ancora prigioniero dell’omertà camorrista, che come tutte le derive destrorse punta a un’immobilità socioculturale, che nella pretesa di cristallizzare tradizioni (familistiche più che famigliari), semina l’intimidazione come unico generatore di valori simbolici.

Non è l’anagrafe la radice del bullismo, ma il crollo del patto di fiducia famiglia-scuola, che ha reso i professori delle pedine e gli studenti delle strumentali armi di ricatto (e mai riscatto) sociale, da parte di genitori assenti o presenti nel mo(n)do più sbagliato possibile.

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