Vito e gli altri: il postmodernismo di Antonio Capuano

da | Feb 2, 2022 | MONDOVISIONE

È il 1991 quando il cinquantunenne Antonio Capuano, dopo un lungo apprendistato come scenografo televisivo, esordisce al cinema col lungometraggio «Vito e gli altri», celebrato (e premiato) dalla critica e booster di una carriera legata alla città di Napoli e ai suoi giovani, se non giovanissimi («La guerra di Mario», 2005): scritta e diretta dallo stesso Capuano, con attori emergenti e fondi limitati, la pellicola rivela una maturità stilistica e una saggezza espressiva lontane dall’incontinenza delle opere prime, oltre a un notevole coraggio nel trattare tematiche sociali sempre attuali e, da un punto di vista cinematografico, sature.

Mai come in questo periodo storico la città di Napoli è tornata nelle sale (anche da pranzo) degli italiani, prima con «È stata la mano di Dio» di Sorrentino, dove Capuano è citato anche visivamente, e di recente con la prima televisiva Sky di «Qui rido io», biopic di Martone sulla vita di Scarpetta, ma la sensazione resta quella di una città irrappresentabile nella sua interezza, graficamente irriducibile se non in modo didascalico, e in grado di esistere solo attraverso il racconto dei suoi espatriati o di chi, come Capuano, non è mai stato capace di staccarsene.

TRAMA

Vito (Nando Triola) viene affidato alla zia Rosetta e al marito commerciante di fuochi d’artificio, dopo che il padre la sera di Capodanno ha ucciso la madre e la sorella, come si vede nella prima scena; la povertà della famiglia affidataria e un temperamento ribelle, nonostante la giovane età, lo spingono a disertare la scuola e a frequentare altri giovani criminali come il compagno di scippi Gaetano, finendo con lo spacciare droga, con la complicità della zia, che come altre madri del quartiere, sbarca il lunario speculando sulla giovane età dei corrieri.

Il viatico delinquenziale proseguirà con una pera d’eroina, otto mesi di carcere, la perdita della verginità in un contesto a dir poco grottesco e in una serie di violenze, subite proprio in ambito famigliare e istituzionale, che condurranno il povero Vito all’insonnia e a una visione nichilista dell’esistenza.

Tra suicidi e overdosi, sequestri e un’iniziazione alle armi da fuoco che ricorda (e anticipa) quella di Gomorra con gli scugnizzi in mutande, il film declina in modo crepuscolare verso l’affiliazione alla Camorra con una ripresa finale, lenta e circolare, che passa in rassegna i ragazzi seminudi intenti a fissare il tramonto attraverso la spettrale sagoma dell’Italsider.

«Io capisco solo la guerra ma so che ogni tanto anche la guerra è bella», sussurra Vito in uno dei tanti voice over che caratterizzano l’opera, ed è già una dichiarazione di stile.

RAGAZZI DI VITO

Come le vicende di «Noi, ragazzi dello zoo di Berlino» si intrecciavano ai titoli sensazionalistici dei quotidiani del tempo («la più giovane vittima della droga d’Europa!»), anche Capuano si è ispirato a un fatto di cronaca relativo a un dodicenne partenopeo messo in carcere per spaccio fra detenuti comuni, quando è risaputo che per finire in galera in Italia si deve aver raggiunto almeno i quattordici anni.

L’episodio, liquidato frettolosamente da stampa e autorità come un «un infortunio delle istituzioni», portò a una scarcerazione immediata del ragazzo e a un risarcimento alla famiglia che però non impedì al giovane di affiliarsi di lì a breve al temibile clan Pirozzi, diventando un baby sicario.

Anche Nando Triola (Vito), non appena compiuti quattordici anni, finì in carcere per spaccio e nonostante abbia continuato a recitare in qualche altro film, è entrato e uscito di prigione per tutta la vita, ubbidendo quasi genetianamente (e geneticamente) all’educazione criminale impartitagli, ma anche figlio di un’insofferenza allo Stato tipicamente napoletana, e meridionale.

In un’intervista Capuano parla della solidarietà che il giovane provava per i reclusi e dell’affetto sviluppato per le celle, che alla fine delle riprese salutava ad una ad una, come se stesse recitando un cameo del suo futuro prossimo e il cinema non fosse stato altro che un inconsapevole interludio alla vocazione criminale: «se non fai la Camorra, la Camorra te lo mette in c…, se sei tu che fai la Camorra, glielo metti in c…tu», sentenzia una delle comparse del grottesco decalogo del buon camorrista, che interrompe ogni tanto la narrazione.

E d’altronde, l’affermazione del regista: «l’Unità d’Italia ha inventato l’antistato», sintesi antirisorgimentale d’un Sud tutt’altro che favorevole all’unificazione, non è che un preambolo al discorso-scuola presentissima (perché) assente nella pellicola.

L’ALFABETO INTERROTTO

La bambina bionda inizia a recitare le lettere dell’alfabeto ma, arrivata alla «m», puntualmente si blocca facendo infuriare la maestra che le intima di ricominciare daccapo sbattendo il palmo della mano sulla scrivania; la scena d’apertura di «Vito e gli altri» è quella d’un ragazzino che marcia all’interno di un’aula scolastica mentre una voce recita il primo canto dell’Inferno di Dante; un professore urla contro Vito invitandolo ad uscire dalla classe, a sparire: tutti frammenti di denuncia nei confronti di una scuola correa, se non complice, della dispersione umana e educativa dei ragazzi.

Anni dopo questa prima esperienza cinematografica, Capuano girerà un documentario (mai montato) con interviste ai ragazzi delle periferie «satellite» di Napoli, chiedendo loro perché vandalizzassero gli edifici scolastici, visto che non c’era niente da rubare, e che quelle erano le loro classi, le classi delle loro sorelle e via dicendo.

«La scuola non è mica nostra. È del preside e dei professori», fu l’unanime coro di risposta. Non bastano le tasse (soprattutto se evase) a generare il rispetto per la cosa pubblica, né l’alfabetizzazione a diffondere uno spirito nazionale: «la libertà non è un’aula vuota ma partecipazione», potremmo concludere, interpretando Gaber.

MONTAGGIO: DALLA A ALLO Z…APPING

La storia della cinematografia italiana è ricca di Cinema Verité e la lezione del neorealismo non è mai stata dimenticata.

L’approccio naturalistico alle tematiche di denuncia sociale (basta pensare ad «Amore tossico» di Caligari) è sempre parso il più indicato perché dritto e attualizzante ma Capuano, fan di Godard e in alcuni dettagli anche di Truffaut, sceglie per «Vito e gli altri» una tessitura postmoderna, con scene verticali agganciate a un perno centrale che si muove ellitticamente tenendo insieme la struttura architettonica del film.

La televisione è onnipresente, quella commerciale con telenovelas e pubblicità, quiz e réclames anni Ottanta, perché in grado di ottundere le coscienze e sviare l’attenzione dalla miseria che incombe; il rispetto passa attraverso i soldi e la violenza (Rambo è imitato ossequiosamente), mentre la cultura è guardata con sospetto, poiché in grado di definire la condizione dei sottoproletari di dovunque, di renderli consapevoli che la vita, come un unhappy ending non hollywoodiano, «è una latrina».

Persa nella traduzione la geniale e pitocca affermazione d’un detenuto: «Á vita sa è pesc!» (Life sucks).

Non c’è lotta di classe senza coscienza di classe e qui non ci sono né l’una né l’altra (indesiderata la prima, disertata, anche scolasticamente, la seconda).

I giovani sicari di una Gomorra ante-litteram imparano a sparare (e guidare) sui videogame e la realtà si miscela alla finzione mentre girano armati su una vespa, percorrendo non un’interminabile autostrada americana ma le vie di una Napoli in cui fuochi d’artificio e raffiche di mitra si confondono in nubi di pirite dense come l’incenso delle tante edicole votive (dedite al culto della Madonna o del divino Diego).

Kubrick scelse un’età più consona per i suoi giovani drughi (che nell’intenzione di Burgess dovevano avere proprio dodici anni), mentre Capuano li prende proprio dodicenni, per segnare una continuità criminale fra vita e rappresentazione, che nel nuovo millennio si è interrotta con l’inversione fra fiction e realtà: oggi sono i criminali a parlare o a vestirsi come gli antieroi di Gomorra, Suburra, Soprano.

L’invasione dell’intrattenimento a stelle e strisce non si manifesta solo attraverso cinema e videogiochi ma anche con un Luna Park che sembra una Las Vegas cucita nel ventre di Napoli e lì le voci dei crooner si mescolano agli insulti dei ragazzi, pronti a drogarsi, ad uccidere, persino prenderlo nel c…, pur di volare, persino a morire.

«Morire sarà un’avventura meravigliosa» diceva Peter Pan, in un giardino londinese. O in un condominio di Scampia.

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