L’altra faccia del politicamente corretto: l’abilismo

da | Gen 27, 2022 | IN PRIMO PIANO

Seguendo il trend, più che inflazionato, dell’inclusività che ha risuscitato gli «ismi» novecenteschi più in chiave sociale che politica, oggi termini come «classismo», «sessismo» o «bullismo», evocano forme di discriminazione liquida che il moralismo (altro isma) del web non può tollerare, scatenando unanimi lapidazioni digitali ai soggetti che se ne rendono protagonisti e levate di scudi per le vittime, in una corsa al politicamente corretto che rischia di appiattire ogni problematicità, inaugurando una sospetta dittatura delle minoranze e un ultimo, pericoloso, isma; l’inclusivismo.

Eppure, tale «ismania» ha risparmiato un vocabolo, forse perché più sfumato o meno dotato di appeal rispetto agli altri: l’abilismo.

Secondo la definizione che ne dà Wikipedia, l’abilismo è «la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità e, più in generale, il presupposto che tutte le persone abbiano un corpo abile»: già da questa sommaria etichetta dell’enciclopedia pop per antonomasia, si intuisce la vischiosità dell’argomento perché: 

  1. Tutti possono provare compassione per un disabile ma il confine fra compassione e pietismo è molto sottile;
  2. Tutti possono (in)potenzialmente, rientrare nella categoria della disabilità;
  3. In una società fondata sul principio di prestazione, la disabilità è un bug del sistema.

TASSONOMIA E STORIA

Esistono quattro forme riconosciute di abilismo (trasversali e connesse):

  1. Diretto (consapevole): «ti escludo dal lavoro perché sei un disabile;
  2. Indiretto (inconsapevole): leggi pietismo;
  3. Sistemico: frutto di stereotipi, pregiudizi o concezioni sbagliate. Ad esempio, una barriera architettonica non è tale solo per un disabile, ma anche per un anziano o un genitore munito di passeggino;
  4. Interiorizzato: cioè vissuto dal disabile stesso, che rifiutando un diritto riconosciuto solo perché si sente umiliato nel fruirne può, in questo modo, accentuare il proprio ostracismo sociale.

La parola abilismo nasce nella cultura anglosassone degli Anni Sessanta e si sviluppa in modo diacronico attraverso tre modelli:

  1. Medico/biologico: secondo questa concezione la disabilità è vista come un tragico e irrimediabile malfunzionamento del corpo, inteso come macchina (siamo nei pressi di «Aktion t4», l’atroce programma nazista di soppressione dei disabili o, al massimo, nella carità dello Stato Sociale);
  2. Modello sociale: consolidatosi negli Anni Ottanta, interpreta la disabilità come una forma di oppressione esercitata dalla società capitalista contro soggetti che sono, per ovvi motivi fisiologici, fuori dal ciclo del profitto (più che disabili, «disabilitati» dalla società alla partecipazione civile). Naturalmente questa visione, sociologica e politicizzata, non tiene conto della dimensione clinica poiché non può bastare un mutamento dell’assetto sociale per ovviare al problema della disabilità, ma serve un’adeguata assistenza sanitaria e la creazione di valide infrastrutture.
  3. Modello biopsicosociale e critico-realista: si tratta di un paradigma che concilia le due precedenti visioni, per cui la disabilità sarebbe il frutto (amaro) dell’interazione fra corpo, fattori individuali e ambientali, quindi, non si tratterebbe né di un cortocircuito fisico né di uno strumento di oppressione sociale, ma di una variabile del funzionamento umano.

DISCRIMINAZIONE

In generale, ma in particolare nel caso della disabilità, la discriminazione è spesso inconsapevole se non inconscia, e fondata su degli stereotipi che, a differenza dell’opinione comune, non sono falsi ma incompleti e appiattiscono l’eterogeneità di un fenomeno a un’unica Storia. L’abilismo si costruisce, narrativamente parlando, sul dualismo fra:

  1. Racconto pietistico: fondato su una commiserazione che anche quando assume la forma dell’aiuto, non esce dalla trappola della carità, accentuando e non rimuovendo l’angusto steccato fra normalità e anormalità;
  2. Racconto eroico: fondato su quella che l’attivista Stella Young ha definito «inspiration porn» (o pornografia motivazionale) e cioè la rappresentazione dei disabili come fonte d’ispirazione derivante esclusivamente dalla loro disabilità, meccanismo mentale che nasconde la pericolosa incidentale: «poteva andarmi peggio. Potevo essere io al suo posto». La pornografia motivazionale, da discutibile diventa fraudolenta quando una o più aziende (ma anche società no profit) speculano sull’abilismo per vendere un prodotto, magari attraverso azioni di marketing che ritraggono un disabile compiere qualcosa di «normale» attraverso sforzi inimmaginabili, visione che oltre a rafforzare graniticamente il concetto di normalità (che per sua stessa natura è invece profondamente ambiguo), impedisce all’abilista di fare i conti coi propri limiti, donandogli una percezione consolatoria dell’esistenza. Come esiste il «mansplaining», quando un uomo spiega a una donna come dovrebbe sentirsi, di fatto umiliandola, e il «whitesplaining», stesso concetto ma da parte di un bianco nei confronti di un afroamericano (ne è pieno il film «La La Land»), può esistere l’«ablesplaining», e cioè quando una persona «normale» spiega con condiscendenza a un disabile com’è la sua vita e perché non dovrebbe abbattersi.

INFANTILIZZAZIONE

Diretta conseguenza dell’abilismo è l’«infantilizzazione», e cioè privare un disabile di un ruolo attivo, quindi, non prevedere per la sua vita né una crescita né uno sviluppo, relegandolo di fatto in una condizione fetale che alla paresi fisica unisce quella socioeconomica, atteggiamento che ricorda la condiscendenza genitoriale, e castrante (letterale), che spesso si ha nei confronti degli animali domestici.

Alcuni esempi di infantilizzazione:

  1. Non parlare col disabile ma solo con le persone a lui vicine;
  2. Dargli direttamente del «tu»;
  3. Chiedere in modo invasivo se vive questa condizione dalla nascita, o se è frutto di un incidente;
  4. Toccare il corpo del disabile, o i suoi strumenti di locomozione, senza chiedergli il permesso.

Le conseguenze dell’infantilizzazione sono: il moltiplicarsi delle barriere architettoniche; i limiti all’assunzione lavorativa; le discriminazioni per l’istruzione; i vincoli sulla genitorialità e sulla custodia dei figli; il normo-centrismo.

INTERSEZIONALITÁ DELLE DISCRIMINAZIONI

Secondo dati abbastanza recenti, il 10% delle donne è affetto da disabilità e l’80% di esse ha subito violenze di natura sessuale. Cerchiamo di indagare la compresenza fra il sessismo e l’abilismo in tutte le sue varianti:

  1. La maggior parte degli uomini che compie atti di violenza sessuale su donne disabili si sente legittimato a farlo perché non le considera donne come tutte le altre;
  2. Le stesse donne disabili pensano di meritare gli abusi che subiscono, per la condizione in cui sono relegate;
  3. In un rapporto di coppia, abilismo e sessismo si determinano anche attraverso il complimento al partner maschile «per il coraggio dimostrato»;
  4. L’«infantilizzazione» dal punto di vista sessuale, e cioè non riconoscere alla disabile una maturità erotica, la costringe in un’eterna condizione prepuberale che può spingerla al paradosso di auspicarsi una molestia (fisica o verbale) pur di sentirsi desiderabile;
  5. Va infine criticata l’inerzia del movimento femminista che, nella lotta più che decennale contro il patriarcato maschile, che oscillava fra la ninfomania (una donna libera di provare piacere) e l’obbligo materno al gineceo, ha dimenticato le rimostranze delle donne disabili che lottavano, e tuttora lottano, sia per il riconoscimento della propria identità sessuale, che per il libero ruolo di madre.

Tornando all’abilismo in senso stretto, non va dimenticata la tendenza dei media a spettacolarizzare solo alcuni tipi di disabilità, creando handicap di seria A e di serie B, e di fatto calcificando la sindrome del «mostro al guinzaglio», ma con l’airbag della retorica e dell’inclusività (inclusivismo).

Semanticamente, forse avrebbe senso correggere il tiro e definire non i disabili «diversamente abili», ma noi stessi «diversamente disabili».

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