Aria Ferma: lo sguardo dell’altro

da | Gen 21, 2022 | MONDOVISIONE

In un periodo storico in cui la pandemia ha ridisegnato gli spazi fisici (e mentali) in cui ci muoviamo, costringendoci a fare i conti con realtà spesso occultate dal politicamente corretto o da un’apparente tolleranza che nasconde invece pericolose derive conservatrici, «Aria Ferma», l’ultimo film di Leonardo Di Costanzo, fuori concorso a Venezia 78, ci mostra l’eterno paradosso del carcere sotto una luce, come quella del lockdown, d’indefinita eccezione.

Siamo molto lontani dal classico prison movie o dramma carcerario, nonostante la materia pulsante della pellicola possa configurarsi come un thriller, e il finale, più che aperto scassinato, insieme a un cast che sembra incarnare la coralità di una pena universale, ci trasportano in un’atmosfera di sospensione che confina con l’esistenziale: il luogo non-luogo (assoluto, come tutti gli archetipi) diviene il fantasmatico scrigno che impedisce rassicuranti epiloghi «d’evasione».

TRAMA

Nell’immaginario carcere di Mortana (in realtà il film è girato quasi per intero nell’ex penitenziario di San Sebastiano, a Sassari) 13 detenuti sono in attesa di trasferimento ma un disguido burocratico ne rallenta l’uscita, costringendoli a restare in una struttura fatiscente con poche, anzi pochissime, guardie carcerarie.

Guidati dal carismatico boss Carmine Lagioia, i prigionieri minacciano la rivolta protestando soprattutto per il cibo precotto, visto che le cucine sono quasi ormai inservibili, e a quel punto Gaetano Gargiulo (secondino di ventennale esperienza) mediando, permette proprio al suo antagonista di preparare i pasti, pretesto che permetterà loro di conoscersi meglio.

La figura del giovane Fantaccini, autore di una maldestra rapina che potrebbe costare la vita alla malcapitata vittima, intenerisce entrambi gli uomini portandoli a riscoprire una dimensione umana, se non paterna, mentre nel frattempo Mortana precipita nell’ombra per un blackout generale e detenuti e guardie finiscono col cenare insieme al centro della struttura ottocentesca.

Tra conflitti irrisolti, scontri etnici e guardie meno tolleranti del mite Gargiulo, la pellicola contraddice la cifra umana raggiunta, ricordandoci che anche fra detenuti esistono odi e gerarchie e che forse la società penitenziaria ripropone su scala concentrazionaria gli stessi dissapori dell’uomo «libero», e che la cattività più che alla redenzione conduce a una versione compressa di potere, a una sineddoche del male.

FENOMENOLOGIA D’UNO SGUARDO

Nella struttura centripeta del Panopticon, o Panottico, utopico carcere immaginato dal giurista e filosofo Bentham nel 1791, un unico sorvegliante rinchiuso (e occultato) in una colonna, poteva controllare l’intera popolazione penitenziaria che, non essendone mai certa, viveva in uno stato di continua paranoia; metafora in grado di cogliere la pervasività del potere (mediatico oltre che politico) ben oltre i muri di cinta di una prigione, arrivando persino ad anticipare la smania ottusa e catalogante dell’algoritmo, l’invenzione benthamiana viene capovolta in «Aria Ferma» poiché sorveglianti e sorvegliati si scambiano continuamente di posto, al punto di condividere, data la particolare situazione concepita da Di Costanzo, la stessa claustrofobia.

Intelligente e manipolatore, Lagioia evidenzierà più volte l’anomala situazione che si è venuta creando ma Gargiulo, solitamente accomodante, avrà qui un moto di protesta ricordando al boss che lui non ha mai fatto del male a nessuno, eppure quando Carmine gli rammenterà le sue umili origini nel suo stesso quartiere, ecco che di nuovo il rapporto di potere si sbilancerà, manifestando ancora una volta la sua natura fluida e imprendibile.

Un Silvio Orlando glaciale (non sorride mai) che, fedele alla tradizione italiana che serra l’enogastronomico al crimine, gestiva nella sua vita prima della prigionia un ristorante, e un Toni Servillo lontano dall’ironico cinismo di sempre, rappresentano l’uno il rovescio dell’altro: il potere costituito che si costituirà sull’altare della comprensione, mettendo in discussione le proprie ortodossie, e il potere mafioso (o camorrista, in questo caso poco importa) che perpetra i propri rituali usandoli come moneta di scambio per un compromesso.

Il regista ha dichiarato: «non è un film sulle condizioni delle carceri italiane ma sull’assurdità del carcere» e in effetti i fotogrammi, a volte in bianco e nero, delle celle abbandonate, dei corridoi scrostati, e della granitica mole dell’istituto del diciannovesimo secolo, a metà fra il documentario e il cinegiornale d’epoca, trasportano detenuti e non (uomini e no) in un intervallo sospeso che mette in discussione l’essenza stessa della clausura.

L’ULTIMA (S)CENA

Il giovane Fantaccini che ripulisce il vecchio pedofilo affetto da incontinenza e odiato da tutti, forse per riscattarsi della possibile morte della vecchietta che ha rapinato, ma soprattutto la cena dei tredici detenuti (numero tutt’altro che casuale) con le guardie carcerarie e il relativo brindisi a base di vino rosso, sono le bibliche lenti di un regista che ha lavorato di sottrazione per porre l’attenzione su un rimosso sociale mai così emergenziale come durante l’emergenza covid.

È possibile un codice deontologico in carcere o vige solo quello d’onore?

Può esistere un vero rispetto fra secondini e criminali che sorga da una reale conoscenza e non dalla scala gerarchica o dal timore?

L’Aria Ferma è quella dell’attesa: di una sentenza, di un trasferimento, di una visita, di un piccolo e semplice gesto di clemenza che ricordi all’uomo (invertendo la metafora di Primo Levi) cos’è un uomo, un’aria suddivisa in ore da cortili angusti, un’aria che divora ogni privacy accomunando i detenuti ai malati sessuali sotto il minimo comune denominatore della colpa, un’aria riscaldata da quel sole meridionale che nel binomio fra la divisa e il suo contrario, contrae la libertà di scelta al codice binario della bontà e della cattiveria. Anzi, cattività.

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