Pandemia: la conta dei danni

da | Dic 20, 2021 | SUI BANCHI DI SCUOLA

Nel capitolo dedicato ai «Processi Formativi» del recente rapporto Censis (il 55esimo, per la precisione) sulla situazione sociale del Paese 2021, l’osservata speciale, anche per la trasversalità della sua influenza su molti processi dinamici e culturali, è la scuola.

DAD: SOLUZIONE A (O CAUSA DI) TUTTI I MALI?

Dei 1700 dirigenti scolastici consultati (di cui 572 nelle sole scuole superiori) il 65,3% ha rimarcato i limiti della didattica a distanza nell’instaurare una valida relazione educativa fra insegnanti e discenti, certificando un fallimento le cui variabili andrebbero però ulteriormente approfondite, ma il 75,6% ha invece sottolineato come la pandemia (e la Dad) abbiano solo accentuato i limiti già presenti nel sistema scuola, soprattutto il gap fra studenti con un diverso status socioeconomico e culturale.

Sempre secondo il 60% dei dirigenti, non è stata la didattica a distanza in sé a non funzionare ma:

  1. Il fatto che invece di cambiare il paradigma di insegnamento, anche e soprattutto dal punto di vista metodologico, ci si sia limitati a trasporre on line la consueta lezione frontale, atteggiamento che tra l’altro, nel primato della tecnica sulla pedagogia, non ha potuto non evidenziare i limiti digitali di molti istituti (e famiglie), oltre alla dibattutissima sperequazione fra Settentrione e Meridione;
  2. Il contesto in cui la didattica on line si è esplicitata, spesso angusto o inadatto alle esigenze dei ragazzi, e portatore di disagi anche per i nuclei famigliari.

Ma, in particolare, i 572 Ds delle scuole superiori, nel confermare quanto il lockdown e l’isolamento (in tutte le sue declinazioni) abbiano prodotto stati depressivi, insonnie, disturbi alimentari e patologie psichiatriche di vario genere, hanno però riscontrato quanto nella stragrande maggioranza dei ragazzi si sia vista una rinnovata voglia di rapporti sociali e un’inedita esigenza di frequenza scolastica: la dispersione, in aumento in molte zone d’Italia, soprattutto durante il 2020, non è quindi un rifiuto generico della scuola in sé, ma di una tipologia di scuola obsoleta e forse inadatta a confrontarsi con la nuova liquidità digitale.

Il dato più originale, e interessante (soprattutto dal punto di vista clinico-patologico, che è la cifra evolutiva del nuovo millennio), è che il 76% dei dirigenti scolastici interpellati dal Censis ha involontariamente definito l’atteggiamento dei propri discenti come una sorta di «nichilismo sospeso», in cui il futuro non è visto come una possibilità o una risorsa ma come una minaccia, non solo per la crisi economica globale e per la mutazione sistemica del concetto di lavoro, ma anche per l’ecocidio in atto, percepito come una parabola (auto)distruttiva senza precedenti, e i ridicoli patteggiamenti delle potenze globali sul surriscaldamento, oltre al continuo posticiparsi della presunta data per le emissioni zero, non fanno che confermare questo senso di imminente catastrofe.

Infine, il 78,3% degli intervistati è intervenuto anche sul continuo bombardamento di informazioni e immagini cui gli adolescenti sono esposti (e il verbo ha una precisa connotazione radiologica): il dilatarsi delle fonti, cartacee, digitali, televisive, radiofoniche e via dicendo, oltre che provocare smarrimento nei ragazzi, determina anche una confusione fra realtà e finzione, al punto che tutto si trasforma in fiction e la narrazione si sostituisce alla vita in un parossismo ben evidenziato dal moltiplicarsi di prodotti artistici «veri» o «ispirati» a un fatto vero: il trionfo del realismo sulla realtà e del verosimile sul vero.

In questa mancanza di ascensione, perché educare significa permettere di trascendere, la formazione scolastica è concepita solo sul piano orizzontale (e binario) come una sorta di continuo download, e la libertà di sapere, che dovrebbe sintetizzarsi nell’onniscienza di Google, collassa nella cieca elasticità dell’algoritmo, le cui infinite possibilità combinatorie hanno il fascino lacustre e autoreferenziale dell’acquamorta.

UNO PSICOLOGO IN CLASSE

La proposta, avanzata dal Ministro Bianchi qualche mese fa, di inserire uno psicologo professionista in pianta stabile in ogni scuola, è diventata una proposta di legge e non va dimenticato che fra le misure per il ritorno in classe in sicurezza, da due anni a questa parte, sono previsti dei fondi per questo tipo di interventi, oltre a un accordo con l’Ordine degli psicologi: l’istanza (risalente al 2017) promossa da molti studenti di curare in modo particolare la formazione psicologica dei docenti, non si contrappone ma si somma alla proposta di cui sopra, inquadrandosi in un’ottica di insegnamento che non fornisca agli insegnanti solo gli adeguati strumenti digitali ma anche quelli cognitivi, e i giusti punti di riferimento esterni cui puntellarsi nei momenti più delicati.

Secondo un recente sondaggio condotto da ScuolaZoo e dalla fondazione il Bullone, 9 alunni su 10 sarebbero favorevoli ad avere uno psicologi fisso a scuola (e 7 su 10 ne avrebbero già usufruito finora almeno una volta), ma 2 su 3 ritengono che posizionarne gli orari di ricevimento al mattino, durante le lezioni, crei un elemento di grande imbarazzo in chi voglia usufruire del servizio e che forse sarebbe meglio ripensare la collocazione dei colloqui.

Coerentemente con quanto rilevato dal rapporto Censis, anche qui il 52% dei ragazzi ritiene di aver sofferto di disturbi psicologici ben prima della pandemia e che quest’ultima abbia solo amplificato i disagi: 

  1. Il 28% dei rispondenti ha dichiarato di aver avuto forti tensioni in famiglia;
  2. Il 29% di rimpiangere la vita sociale precedente alla pandemia;
  3. Il 40% di aver sofferto più per la gestione della Dad, che non per la paura dei contagi.

Se si volesse istituire un’ideale graduatoria dei problemi psichici riscontrati durante la quarantena, la tassonomia vedrebbe ansia e attacchi di panico in testa, i disturbi alimentari al terzo posto e per finire autolesionismo e discriminazione (ancora quasi esclusivamente su basi estetiche) nelle ultime posizioni; in conclusione, se la pandemia (e la Dad) hanno solo pantografato i disagi esistenziali dei nostri studenti, uno psicologo per istituto e una maggiore sensibilità da parte del copro docente, sono inutili se scissi da una concezione rituale del dolore, propedeutico a un percorso di crescita che non può prescindere da esso, a meno di non voler ridurre la sofferenza (dal mistero iniziatico che dovrebbe essere) a un semplice ostacolo da rimuovere farmacologicamente, e le soluzioni, alla loro sineddoche chimica.

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