The «Neom» Demon. La città del futuro

da | Dic 10, 2021 | IN PRIMO PIANO

La sua costruzione fu annunciata dal principe saudita Mohammed bin Salman nel 2017, un anno dopo il lancio di Vision 2030, il programma di rinascita dell’Arabia Saudita in grado di coinvolgere (almeno sulla carta) praticamente ogni settore del Regno: con i suoi 26 000 chilometri quadrati di estensione, una spesa prevista di 500 miliardi di dollari e le dimensioni che la renderebbero 33 volte più grande di New York, Neom City (l’unione del prefisso greco «neo» e della M di »Mustaqbal», e cioè futuro in arabo) si candida ad essere il progetto più ambizioso, e costoso, di edilizia sostenibile del Nuovo Millennio.

Secondo i piani di Mbs (così viene amorevolmente, o ironicamente, siglato il regnante saudita dai suoi sudditi) la metropoli dovrebbe sorgere nel Nordovest dell’Arabia e precisamente nella provincia di Tabuk, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aqaba; la prima fase del progetto dovrebbe partire entro il 2025, anche se rispetto alle iniziali aspettative, i tempi stanno slittando in maniera preoccupante.

FUTURO O FUTURIBILE?

Una megalopoli senza periferie, popolata di droni e istituita sul perno concettuale dell’intelligenza artificiale, con un traffico inesistente grazie alla smart mobility e alla tecnologia driverless, scanner facciali e una sicurezza assoluta garantita da un sofisticato sistema di Big Data, il tutto mescolato a entertainment, ristorazione di lusso, lavoro per tutti e alcuni accessori barocchi come una luna artificiale o la sabbia dei resort che si illumina di notte: nel video promo del 2019 si invitava il consumatore, o il futuro possibile residente, a vedere nel deserto il vuoto palingenetico di «potenzialità senza fine».

Lo stesso principe, rivolgendosi a Neom, la definiva un «acceleratore dello sviluppo umano» o la «meta dei sognatori del futuro».

Dietro la propaganda (sempre molto potente in assenza di contraddittorio), vibra la necessità di aumentare i proventi non petroliferi dagli attuali 163 miliardi di ryal (circa 36 miliardi di euro) a 1000 miliardi (223 miliardi di euro) entro il 2030, e in questo processo l’attrattiva di Neom City ha un indiscusso potenziale.

L’aspetto più interessante di questa Las Vegas 3.0 risiede nella sua trasversalità, poiché il suo tremolante miraggio non sarebbe ad esclusivo appannaggio delle élites della terra ma dei suoi stessi cittadini, senza distinzione di censo, sesso o ricchezza.

«Neom non riguarda la costruzione di una città intelligente ma la costruzione della prima città cognitiva, in cui la tecnologia di livello mondiale è alimentata da dati e intelligenza artificiale per interagire perfettamente con la sua popolazione» (Joseph Bradley, responsabile della tecnologia e del digitale del progetto Neom).

WALK THE LINE

Quest’anno Mohammed bin Salman ha estratto l’ennesimo coniglio dal cilindro presentando «The Line», una città lunga 170 chilometri disposta su un’unica linea retta, che dovrà sorgere al centro di Neom: si tratterà di una conurbazione senza automobili e a impatto zero, suddivisa su tre piani (in superficie i pedoni, e nei due piani sotto il livello del suolo i trasporti e le infrastrutture) e in quattro zone (l’area marittima del golfo; quella desertica; la zona delle montagne; la zona delle vallate).

Per la sua inaugurazione il principe saudita aveva pensato di illuminarne tutta l’estensione così potentemente da renderla visibile alla stazione spaziale internazionale, ma le difficoltà di realizzazione hanno potato le sue (e)mire.

In ogni caso il progetto finale di The Line prevede che ogni cittadino possa raggiungere qualsiasi angolo della città in un tempo massimo di quindici minuti, e che il 40% delle nazioni mondiali possano atterrare all’aeroporto di Neom senza mai impiegare più di quattro ore.

REALTÁ O SCI-FI?

Andiamo ad analizzare le criticità dell’avveniristico progetto saudita:

  1. I tempi si stanno considerevolmente allungando per la mancanza di capitali stranieri;
  2. Nell’utopica città di Neom/The Line il controllo sui dati dei cittadini sarebbe pressoché assoluto, sacrificando sull’altare di una sicurezza che ricorda la precrimine di «Minority Report», ogni tipo di privacy;
  3. Molti ingegneri e tecnici si sono (o sono stati) licenziati perché hanno espresso perplessità sulla realizzabilità di alcuni progetti (vedi il grattacielo di 490 metri, cento metri in più dell’Empire State Building, in grado di estendersi per 88 chilometri, e cioè quattro volte l’area metropolitana di Manhattan);
  4. Per attrarre in massa gli investitori stranieri bisognerebbe aumentare l’elasticità nell’uso degli alcolici;
  5. L’uccisione di Jamal Khashoppi, dissidente e opinionista del Washington Post, ad opera di undici sauditi vicini al principe, avvenuta a Istanbul nel 2018, getta ancora oggi un’ombra per niente democratica sulla gestione del dissenso da parte del governo arabo. Gli uomini, addestrati dall’agenzia per la sicurezza statunitense Tier 1 Group, secondo un rapporto della CIA, furono inviati proprio da Mbs e se l’allora presidente Trump ne impedì la pubblicazione per esteso, smentendone la veridicità per non guastare i rapporti col principe, Biden ha desecretato il fascicolo (gesto che si inscrive a perfezione nella manovra di distacco diplomatico fra i due popoli, che include anche la cessazione di vendita di armi da parte degli Usa per fronteggiare i ribelli sciiti Houthi).

Mohammed bin Salman ha sempre negato ogni coinvolgimento diretto ma si è assunto la responsabilità indiretta, processando i sicari in una seduta penale tutt’altro che trasparente che ha portato a cinque esecuzioni capitali e a tre condanne a ventiquattro anni (secondo il kennediano protocollo «uccidi l’uccisore»).

POSSIBILI SCENARI

Che Vision 2030 (con gli avveniristici progetti di Neom e The Line) nasca anche per fronteggiare la supremazia economica di Dubai, non è mai stato un segreto: in trent’anni la città degli Emirati Arabi Uniti ha accolto ben 140 grandi aziende, arrivando al punto di accettare le coppie di fatto, di sdoganare quasi completamente il tabù dell’alcol, inserendo visti a lungo termine e spingendo su tre settori ancora deficitari in Arabia Saudita: trasporti, istruzione e banche.

Di contro il Regno di Mbs sta cercando di puntare essenzialmente su due aspetti:

  1. Dal 1 gennaio 2024 le aziende straniere operanti al suo interno che non avranno ancora istituito sedi nel perimetro dello Stato cesseranno di fare affari col governo saudita;
  2. SAUDI GREEN E MIDDLE EAST GREEN: l’Arabia Saudita produce solo il 7% di tutte le energie rinnovabili del Medio Oriente e l’inquinamento ha ridotto negli ultimi anni l’aspettativa di vita media pro capite di 1,5 anni. Gli obiettivi sono quelli di tagliare del 60% le emissioni di carbonio della regione piantumando ben 50 miliardi di alberi e innalzando entro il 2030 la quota di energia pulita (attualmente ferma allo 0,3%) al 50%.

Culturalmente (e politicamente) parlando rimane comunque il dubbio che la scelta della sostenibilità resti solo un’abile manovra di soft power fondata sulla diplomazia ambientale.

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