Il futuro è una speranza (e)saudita?

da | Dic 9, 2021 | IN PRIMO PIANO

In risposta alle critiche piovutele addosso dopo la Cop26 di Glasgow, e in generale sempre al centro del mirino quando si tratta di enumerare le potenze ostili (o favorevoli ma non in tempi brevi) alla transizione ecologica globale, l’Arabia Saudita sta cercando di salire alla ribalta mediatica grazie alla spinta verde imposta al suo paese dal principe Mohamed bin Salman (detto Mbs): gli obiettivi sono di raggiungere emissioni zero di CO2 entro il 2060 e la produzione di quattro milioni di tonnellate di idrogeno verde per il 2030, con una spesa governativa di più di dieci miliardi di dollari per combattere l’emergenza climatica.

Nonostante l’affannoso tentativo da parte dei sauditi di smarcarsi dal petrolio come più che prioritaria fonte di reddito, anche Faisal bin Fadel, Ministro dell’Economia, è perfettamente consapevole che gli idrocarburi giocheranno un ruolo di primo piano nel mix energetico dei prossimi anni, e lo dimostra il recente (e ingente) investimento di 13 miliardi di dollari nell’oleodotto Aramco costituito da un consorzio di americani, asiatici e mediorentali.

VISION 2030

«Vision 2030» è il progetto concepito dal principe Mohammed bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita nella quindicesima potenza economica mondiale entro il 2030, diversificandone l’economia (nonostante lo shock pandemico, la percentuale di Pil per settori non legati al petrolio è salita dal 55% del 2016 al 60%) e puntando su capitali stranieri e sulla forza lavoro interna.

Il 60% della popolazione saudita è sotto i trent’anni ma l’elevato tasso di disoccupazione, l’oscurantismo religioso e culturale e la mancanza di prospettiva ha portato molti di loro nel corso degli anni a stornare le proprie risorse, finanziarie e di know-how, al di fuori del Regno: riportare in patria questo motore economico e sociale è lo scopo di un processo che ha preso il nome di «saudizzazione» dell’economia, anche se resta ignoto quanto tale operazione possa produrre di fatto nuovi posti di lavoro o limitarsi a sostituire quelli vecchi.

Vision 2030 ruota su tre cardini:

  1. Trasformare l’Arabia Saudita nel cuore economico e culturale del mondo arabo e islamico;
  2. Divenire un motore globale di investimento attraendo capitali stranieri;
  3. Acquisire la funzione di snodo di passaggio strategico fra Asia, Europa e Africa.

Sono ben 16 i settori cruciali abbracciati dal piano Vision 2030: energia; acqua; mobilità; biotech; cibo; manifatture; media; entertainment; cultura e moda; scienza e tecnologie digitali; turismo; sport; design e costruzioni; servizi; salute e benessere; educazione; vivibilità.

Ovviamente, ridurre una tale rivoluzione al semplice dato tecnologico-logistico, dimenticando l’impatto che potrebbe avere sul piano culturale sarebbe miope oltre che pericoloso; le donne, che fino a poco tempo fa vagavano terrorizzate in lunghe tuniche nere e col divieto di mostrare il volto, indossano oggi delle mantelle colorate (abaye), più simili a drappi che a scafandri atti a demolirne la femminilità, possono guidare, aprire delle imprese e partecipare agli eventi sportivi.

I cinema sono stati riaperti dopo 35 anni e i visti turistici, che fino al 2019 erano concessi solo ai pellegrini musulmani in visita alla Mecca, oggi sono elargiti con maggiore elasticità: persa la storica collaborazione con gli Stati Uniti (soprattutto con l’avvicendamento alla Casa Bianca fra il compiacente Trump e il coriaceo Biden), il governo saudita strizza più l’occhio ai capitali russi e cinesi, nonostante il colosso Amazon guardi con grande interesse (in senso stretto e lato) allo sviluppo vaticinato da Vision 2030.

RIAD

Da quando il principe Mbs annunciò nel 2016 la sua «vision» di rinascita saudita, l’ultraconservatrice Riad, capitale di un regno senza musica né cinema, con squadre di poliziotti pronti a intervenire contro donne a volto scoperto o con tuniche troppo corte, si è trasformata in una metropoli che vanta ristoranti giapponesi, italiani e thailandesi, locali con musica dal vivo e cinema che proiettano gli ultimi successi hollywoodiani (è sbarcato sin lì anche il nostrano Briatore col suo Billionaire).

A lungo i giovani dovevano viaggiare oltre il confine se volevano vedere un film o ascoltare un concerto, ma la gestione del principe Mohammed bin Salman (di fatto è lui il polso del regno, visto che re Salman ha più di 90 anni), ha portato il Gran Premio di Formula Uno a Gedda e ad ottobre è stata anche inaugurata una quattro mesi di musica e spettacoli (Riad Season), cui donne e uomini potranno partecipare insieme, e che culminerà nell’esordio in terra saudita del Paris Saint Germain di Lionel Messi.

Fra un concerto di Gloria Gaynor e dj set di David Guetta, Tiësto e Armin Van Buren, questa gentrificazione  di un deserto non solo geografico, nasconde però le ombre di una leadership capace di piegare leggi e regolamenti a proprio uso e consumo, come quando quattro anni fa fu ordinato l’arresto in massa di alcuni dei più importanti membri della comunità finanziaria del paese, per non parlare delle attiviste rinchiuse (Loujain, Eman, Aziza) o ridotte al silenzio tramite abusi e intimidazioni, solo per aver chiesto più spazi e diritti per le cittadine del Regno.

Dietro la magniloquenza di progetti edilizi tutt’ora al palo per problemi di liquidità, o di realizzabilità, e dietro un’attenzione alla transizione ecologica che ha nella sua vertiginosa propulsione qualcosa di posticcio, si cela un vuoto culturale che ci ricorda quanto la democrazia sia un faticoso gioco di contrappesi e non il miraggio di specchi di una nuova, futuristica, Las Vegas costruita sulla sabbia (e sugli insabbiamenti).

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