Pro o contro lo Schwa? La parola a docenti e studenti

da | Dic 2, 2021 | IN CATTEDRA

Uno dei temi più scottanti tra le mura scolastiche è la questione di genere in tutte le sue sfumature e
sfaccettature. Ogni volta che si prova ad affrontare l’argomento, anche attraverso il tanto discusso ed
archiviato decreto Zan, partono movimenti di difesa e di protesta (questi ultimi volti a scongiurare un
paventato tentativo di indottrinamento da parte di una fantomatica lobby omosessuale). Lungi dal volerne
sottovalutare le infinite implicazioni, la questione di genere è tema da non liquidare in poche parole poiché
parte integrante del processo formativo degli stessi studenti. Nondimeno, va sottolineato che il termine è
entrato tardivamente nelle nostre scuole e, ancor prima, nei nostri libri di saggistica e filosofia. Non è
difficile riconoscere nella famosa frase di metà Novecento di Simone de Beauvoir “donne non si nasce ma si
diventa”, una prima ammissione del genere; sebbene la frase volesse sottolineare come le idee di “donna”
e “uomo” siano socialmente costruite secondo parametri imposti da una normativa andro-etero-
occidentale, la sola possibilità sottolinea la soggettività della categoria genere. Non è da sottovalutare
anche l’apporto dato da una studiosa come Judith Butler, che ha costruito una teoria sulla disamina
puntuale della differenza tra sesso biologico e gender. Ben lontano dall’essere un capriccio, non
riconoscersi nel proprio genere di appartenenza biologico è un processo psicologico, interiore e intimo
molto segnante: ecco perché la tanto discussa questione dello schwa, simbolo fonologico proposto per
sostituire le espressioni plurali, in cui, secondo le grammatiche prescrittive, prevale il maschile o, in
maniera ancora più pregnante, per indicare la condizione esperita da coloro che non si riconoscono in
nessuno dei due generi convenzionali, non può essere liquidata con leggerezza. Abbiamo quindi chiesto ad
alcuni docenti cosa ne pensino:

Chiara, docente di lingue presso un liceo linguistico del territorio romano: Si chiama SCHWA la piccola “e”
rovesciata utilizzata in campo linguistico. Da anni ci si interroga su questi temi, alla ricerca di soluzioni
valide, tra cui l’asterisco (*), la chiocciola (@), la vocale ‘u’, per uscire dal binarismo di genere che declina al
maschile e al femminile, sostantivi, aggettivi, articoli, preposizioni, tagliando fuori dal discorso (privato ma
soprattutto pubblico) chi non si riconosce in nessuno dei due generi e rendendoli di fatto invisibili o,
comunque, non nominabili. Il dibattito sullo schwa assume rilevanza tra i linguisti, i quali si dividono tra
rivoluzionari sensibili, che da diverso tempo hanno lanciato una sfida sempre più pressante alla lingua
italiana nel rispetto dell’inclusività o, per meglio dire, di una “convivenza delle differenze”, e puristi, ovvero
coloro che, pur appoggiando la rivendicazione dei diritti di queste persone, preferiscono mantenere la
lingua con le sue regole originali. Sono condivisibili le parole della linguista D’Alessandro sulle criticità
“tecniche” dell’introduzione dello schwa, del genere neutro e dell’asterisco: “Importare un genere in un
angolo della lingua implica importarlo in tutto il sistema. Lo schwa non è parte del sistema, l’italiano ha un
sistema binario per tutto.”. A mio parere, non ritrovo nell’aspetto linguistico una vera e propria
discriminazione di genere, bensì ne evidenzio le complicazioni che potrebbero comportare sia dal punto di
vista dello scritto che del parlato. Inoltre, la realizzazione grafica di queste strategie nella scrittura corsiva è
difficoltosa, e nel parlato non esiste un fonema che le rappresenti nel repertorio dell’italiano standard.

Lorenzo, studente di liceo classico a Roma – L’introduzione dello schwa (ə) nella lingua italiana rimarrà
un’utopia o diventerà realtà? Difficile a dirsi, soprattutto in un mondo governato dall’ignoranza. Il mio
punto di vista è che le lingue (come i dialetti e in generale ogni tipo di comunicazione) necessitino di una
continua evoluzione per adeguarsi alle novità dei vari campi culturali. Non trovo lo schwa la priorità
assoluta, e non credo che porterebbe le persone (almeno non tutte) a esser più inclusive, ma aiuterebbe
molti individui a interfacciarsi con un nuovo tipo di cultura che ancor prima di conoscere vanno a
disprezzare. Allo stesso modo di chi disprezza, però, trovo infantile quella categoria di persone che offende
ancor prima di spiegare in modo pacato e con un po’ di garbo le proprie ragioni; l’argomentazione è
importante, il litigio inutile, dal dialogo nascono punti di riflessione e di incontro, l’unica cosa che si può
ottenere da una lite è un gran mal di testa. Resto dell’idea che lo schwa non porterebbe la pace assoluta,
ma sarebbe un ottimo traguardo per tutti.

Silvio, docente di materie umanistiche presso un liceo in provincia di Napoli – Condividendo le teorie sul
gender, non solo dal punto di vista etico ma anche come verità scientificamente provata, reputo tuttavia un
eccesso la storpiatura della grammatica italiana. A sostegno dell’antica tesi degli analogisti, la lingua non è
un fatto spontaneo legato all’evoluzione dei tempi, ma è altresì frutto di regole da apprendere e
applicare. Il rispetto di tali regole, infatti, resta circoscritto a un ambito linguistico e non bisogna credere
che l’evoluzione della lingua abbia con sé un portato di valorizzazione (o discriminazione) di genere.

Giulio, studente di un liceo classico a Milano – La proposta di riforma linguistica che tratta lo schwa come
desinenza di genere non-binario è controversa, a mio avviso, per la visione discorde che si ha del linguaggio.
Il genere, in linguistica, non si assegna un sesso, altrimenti non si spiegherebbe come questo venga
attribuito ad oggetti inanimati o a concetti astratti (quando si usano parole di questo tipo, nessuno pensa
realmente a un sesso adeguato). Lo stesso discorso vale anche per definire una pluralità di persone
utilizzando lo schwa allo scopo di diversificare linguisticamente i generi cui ci si rivolge, decidendo di non
rendere tacita l’espressione di uno o più di essi (nessuno che esclami “benvenuti!” si riferisce solo a chi si
identifica come maschio, né vuol far prevalere linguisticamente il genere maschile sugli altri nelle
espressioni plurali). Assumendo l’ovvietà di una lingua che si comporta alla maniera di una specie in
evoluzione e non di un software in aggiornamento, la diffusione dello schwa nella lingua parlata è
improbabile per l’artificialità del tentativo di introdurvi una vocale di un alfabeto diverso (uno a sua volta
artificiale, l’IPA), senza badare alla sua difficile pronunciabilità in italiano. Anche la lingua scritta, tuttavia,
manifesterebbe un grave problema: la concordanza degli articoli.

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