Arcipelago Google

da | Nov 24, 2021 | IN PRIMO PIANO

A debita distanza dal lockdown, e sperando che tale esperienza resti storicamente determinata, ha senso ragionare su cosa non abbia funzionato nel racconto della pandemia visto che i giornalisti, e più in generale il sempre più stratificato mondo dei mass media, sono stati oggetto di critiche (a volte anche violente) senza precedenti.

Rispetto alla precedente influenza suina (H1N1), che ha mietuto 575 000 vittime nel mondo, e in generale se paragonata a qualsiasi pandemia finora subita dal genere umano, la particolarità dell’epidemia da Covid 19 non è di tipo sanitario ma informativo, visto che nell’arco temporale del 2020 la quasi totalità delle persone in grado di collegarsi alla Rete, lo ha fatto per reperire informazioni che andavano dalla semplice profilassi al più barocco complottismo.

Ma come si è sviluppato questo capillare e planetario fenomeno cui ho dato il nome di «Arcipelago Google», parafrasando il celebre romanzo concentrazionario di Alksandr Solženicyn (Arcipelago Gulag)?

-) Il mondo è stato travolto da un’ondata di informazioni senza precedenti (spesso non verificate né verificabili) per soddisfare una domanda sempre più famelica, alimentata ovviamente dalla paura;

-) A questa crescita esponenziale di informazioni ha corrisposto un’evidente diminuzione di dati;

-) Il panorama mediatico mondiale è stato solcato da false certezze e grandi incertezze;

-) Nuovi attori si sono affacciati alla ribalta della comunicazione, così i canali istituzionali hanno dovuto iniziare a confrontarsi con social media, influencer, canali You Tube, amministratori delegati di aziende farmaceutiche, personaggi pubblici che hanno usato la propria notorietà per veicolare dei messaggi, spesso spontanei più spesso strumentalizzati: questo levitare non accreditato di quelli che un tempo si sarebbero definiti «opinion leaders», ha finito col creare confusione nelle persone ma ha anche promosso un gioco a ribasso a scapito di un sano dibattito democratico che ha evidenziato una falla nel pluralismo occidentale: può la crescente democratizzazione nuocere alla democrazia stessa?

METASTASI E RIZOMA

Il 31/12/2019 l’OMS segnala i primi casi di polmonite a Wuhan; l’11/01/2020 si ha una prima bozza del sequenziamento del virus; il 02/02/2020 il virus viene isolato in Italia da due turisti cinesi allo Spallanzani; il 16/03/2020 si effettuano negli Stati Uniti i primi test del vaccino anti-covid sull’uomo.

A ben vedere quindi, almeno sul piano sanitario e considerata sia l’emergenza che l’unicità rappresentata dall’epidemia in corso, gli ingranaggi medici internazionali hanno girato bene e rapidamente.

Ma si può dire lo stesso dell’informazione?

Innanzitutto, anche il più disattento degli analisti avrà notato una pericolosa tendenza alla polarizzazione: invece di indagare seriamente la complessità del fenomeno il mondo si è suddiviso in ottimisti e catastrofisti, negazionisti o pro-vax, un fiorire di categorie binarie che ha ricordato il tifo da stadio, la semplificazione politica cui pietosamente assistiamo da più di un decennio, e l’intelligente (e ancora valida per quanto partorita nel 1964) suddivisione coniata da Umberto Eco fra «apocalittici» e «integrati».

A cambiare in modo significativo è stato l’atteggiamento della scienza, e conseguentemente quello della comunicazione scientifica:

  1. A partire dal marzo 2020 è cresciuto in modo metastatico l’uso dei «preprint» (la versione preliminare di articoli scientifici non ancora sottoposti a «peer review», e cioè a un trasversale controllo di qualità da parte della comunità scientifica) che hanno sfamato la crescente bulimia di notizie ma con l’apporto calorico, culturalmente parlando, di un panino da fast food;
  2. Le grandi aziende farmaceutiche hanno iniziato a diffondere direttamente tramite gli AD dei comunicati stampa ai principali organi di informazione, dove vantavano l’efficacia dei propri prodotti, in modo propagandistico e assolutamente autoreferenziale: dall’iniziale 90% sbandierato dalla Pfizer al 95% dello Sputnik russo;
  3. Le affermazioni hanno cominciato a prevalere sulle probabilità (come lo slogan prevale icasticamente sul dibattito);
  4. L’OMS, che solo l’11/03/2020 ha riconosciuto la pandemia, e i ritardi di monitoraggio dell’ISS (che hanno indotto molti fisici e matematici a ricalcolare in tempo reale indici e valori), come la sciatteria di alcuni uffici stampa sanitari, sono esempi di una comunità scientifica in grave ritardo rispetto alla narrazione degli eventi in corso. Inevitabile che questo abbia portato alla crescita, a volte sanissima più spesso tumorale, di surrogati e sostituti;
  5. A cambiare è stato anche il modo in cui molti giornalisti scientifici si sono approcciati alla cronistoria del Covid (Covid-storia): dagli studi sui dati, quindi analisi quantitative, si è passati al commento e all’editoriale, più divulgativi, sicuramente ammiccanti alle istituzioni e di facile lettura, ma distanti da quel margine d’incertezza che dovrebbe rappresentare l’ossatura del metodo scientifico.
  6. Un esempio di confusione e cattiva informazione è stato il caso Astrazeneca:
  • A gennaio la somministrazione veniva consigliata ai maggiori di 18 anni (Fonte Ema);
  • A fine gennaio, dai 18 ai 55 anni (Fonte Aifa);
  • A febbraio fino ai 65 anni (Fonte Min. della Salute);
  • Il 15 marzo si attivava la sospensione per tre giorni in via precauzionale;
  • Ad aprile solo per i maggiori di 65 anni, alla luce delle trombosi atipiche riscontrate in alcune donne in cinta;
  • Caos richiami e stop acquisti.
  1. Compito di un serio epidemiologo è, o dovrebbe essere, quello di immaginare il peggior scenario possibile così, se al 13 novembre in Italia siamo a 10 000 casi è ovvio che, calcolando il tempo di raddoppio, a Natale, salvo misure estreme, potremmo arrivare a 40 000. Il tempo di raddoppio, come l’indice di contagio (che se maggiore di uno ci dice che una persona infetta può contagiarne più di una) sono strumenti preziosi nelle mani di uno scienziato che voglia prevenire e non rassicurare;
  2. Per la suina del 2009, già a luglio di quell’anno si annunciava per il 2 settembre la presentazione di un Piano Pandemico Nazionale approntato dall’unità di crisi, messa a punto dal Ministero della salute e dalle associazioni sindacali mediche. Tutto questo per il Covid non è avvenuto.

Il flusso impazzito di informazioni e affermazioni, in assenza di dati certi e peer review, ha immolato il sapere scientifico sull’altare dell’opinione. La sua struttura non più arborescente e verticale, si è diffusa in modo rizomatico come acqua da una tubatura rotta.

(L)INFODEMIA

La filiera della comunicazione, storicamente costituita da agenzie (di stampa e comunicazione) e giornalisti, in grado di drenare le informazioni prima dell’arrivo in redazione, si è notevolmente accorciata con la digitalizzazione, al punto che il ciclo produzione/distribuzione/consumo ha finito con l’appiattirsi e l’utente non si limita più a condividere notizie ma, di fatto, le produce.

Questa dittatura delle plebi, o eccesso di democrazia se vogliamo ricorrere a un paradosso, ha aumentato l’ «information gap» e cioè lo scarto fra chi è in grado di decodificare le fake news e chi invece (statisticamente gli strati sociali più poveri, culturalmente ed economicamente) scambia la realtà con la post-realtà, oltre ad aver, se non eliminato drasticamente ridotto, i filtri intermedi.

L’infodemia, e cioè l’emorragia di notizie spesso non verificate, ha infettato sia l’etere che la carta stampata al punto che nel marzo 2020 la metà dell’intera offerta giornalistica riguardava il Covid e, dato ancor più impressionante, in quest’ annus horribilis, il 99, 4% dei cittadini italiani ha fatto ricerche sulla pandemia.

Dal 75% dei media tradizionali e il 51% dei siti internet istituzionali, fino alla scuola (con un deludente 5,7%), la fiducia italiana in materia Covid si è rivolta ai canali «ufficiali» ma si è registrato anche un incremento del 4,2% di domini tematici legati a persone fisiche, e circa 30 milioni di cittadini hanno dichiarato di essersi imbattuti in fake news.

Il 38% della popolazione ancora crede che il virus sia stato prodotto in laboratorio e un non trascurabile 4,6% individua una relazione fra la diffusione pandemica e il calo delle difese immunitarie determinato dal 5G (in Inghilterra ci sono stati persino assalti incendiari alle centraline della Rete veloce).

FAKE-OFF

Come la pandemia ha permesso (traumaticamente) ai nostri sistemi sanitari di evolvere, evidenziandone limiti e debolezze, così l’infodemia ha mostrato il fianco del giornalismo tradizionale, suggerendo possibili soluzioni per l’immediato futuro:

  1. Potenziare il Codice Europeo di Condotta contro la Disinformazione;
  2. Le piattaforme dovrebbero rimuovere le fake news certificate e ricevere premi quando producono informazione di qualità;
  3. I social media devono incrementare i sistemi di controllo e filtraggio delle informazioni (fact checking);
  4. I motori di ricerca dovrebbero indicizzare meglio i contenuti di qualità (e quelli istituzionali);
  5. Bisognerebbe porre un freno al calo degli investimenti, e alle conseguenti (e tragiche) riduzioni di organico, fino al punto di creare una nuova figura professionale in grado di verificare la fondatezza di ogni informazione.

La libertà dell’informazione è vincolata alla sua credibilità e quest’ultima alla responsabilità degli operatori di settore, il cui incarico è quello di porre un argine alla sostituzione del reale non con l’immaginario ma con la finzione, e al dilatarsi dell’intrattenimento fino al multiver(s)o.

Se tutto è vero niente è vero, se tutto è falso niente è possibile, ma solo probabile.

Germano Innocenti

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