Freaks out: la quadratura del circo

da | Nov 11, 2021 | MONDOVISIONE

Già pronto da tempo ma messo in formalina per la pandemia e segnato da una laboriosa postproduzione,
«Freaks Out», secondo lungometraggio di Gabriele Mainetti (nato dalla geniale intuizione del fidato Nicola
Guaglianone) è l’ideale prosecuzione di quella piccola-grande gemma del cinema italiano che è «Lo chiamavano Jeeg-Robot».
Da una Roma molto diversa da quella gomorriana del duo Marinelli/Santamaria, a metà fra Rossellini e Tim
Burton e con una fotografia molto densa (dell’eccezionale Michele D’Attanasio), Freaks out coniuga Storia e
cultura (alta e bassa) in una mirabolante favola nera che riprende il tema dei supereroi, eccedendo ogni tipo di limite ma senza scadere nel citazionismo.
Con un budget decisamente superiore rispetto al precedente, ma decisamente basso se paragonato alle
equivalenti pellicole del genere (soprattutto a stelle e strisce) Mainetti realizza un grande film ma non un film grande perché sotto la patina d’auto sportiva, a ben grattare, resta la scocca di un’utilitaria rubata di notte a Tor Bella Monaca.
Furto d’autore o geniale pastiche, la pellicola della premiata ditta Mainetti/Guaglianone funziona ma esige il
grande schermo per essere apprezzata appieno, quindi scaglia un anatema contro la facile, e pigra, locuzione: «lo recupererò in piattaforma».

TRAMA – Nella Roma occupata dai nazisti (1943), il capocomico ebreo Israel (Giorgio Tirabassi) dirige, anche
musicalmente, un manipolo di freaks sotto il tendone del «Circo Mezzapiotta»: si tratta di Cencio (Pietro
Castellitto), logorroico e albino straccione in grado di attirare e governare gli insetti («tranne le api perché me stanno sur cazzo»), Fulvio (Claudio Santamaria), uomo forzuto affetto da ipertricosi e ritenuto a torto una bestia, nonostante sia dotato di una notevole cultura, il nano Mario, con una leggera forma di ritardo ma superdotato e in grado di calamitare i metalli, e infine Matilde (Aurora Giovinazzo), versione italiana de «La Torcia Umana».
Dopo un bombardamento che ne distrugge il tendone (impressionante il realismo degli effetti speciali Goon), i cinque si disperdono e quando Israel promette loro un ingaggio a New York (sparendo coi soldi e non tornando più), Matilde decide di andare a cercarlo mentre gli altri freaks tentano la fortuna presso il «Berlin Zircus», ricco e variopinto baraccone (un po’ «Tunnel dell’Orrore» un po’ circo Bazooko da «Paura e Delirio a Las Vegas») dove si esibisce uno stralunato e bravissimo Franz (Franz Rogowski), nazi-pianista con sei dita delle mani ossessionato dall’etere che gli provoca ucroniche visioni: in una di queste egli ha previsto il crollo del Reich e il suicidio del Führer, vaticinando che solo l’arrivo di quattro «mostri» potrà salvare la razza ariana, così il Berlin Zircus diviene un insolito ufficio smistamento freaks, poi torturati e uccisi, in attesa di trovare quelli che aderiranno alle sue visioni.
Matilde, che nel frattempo è stata salvata da un manipolo di feroci, e folcloristici, partigiani, proverà ad aiutare Fulvio, Cencio e Mario, finiti fra le grinfie di Franz che ha in mente di mostrarne le doti al fratello Amon e a un feldmaresciallo in visita a Roma. La vicenda in salsa Marvel si coniugherà col destino di un convoglio di ebrei diretti ai Campi di Sterminio (fra i quali ritroveremo Israel) e, mentre Matilde imparerà a controllare il suo potere grazie all’amore, la parabola si chiuderà in un lieto fine su sfondo bellico che di felice ha solo l’interpretazione dei quattro solisti (più uno, vista la magnifica prova di Franz Rogowski che, avendo avuto in gioventù problemi di labio e palatochisi, interpreta da mostro, in quanto nazista, la parte del mostro con un’intensità davvero
«stupefacente», visto l’incondizionato amore per l’etere).

VIA DALLA PAZZA – «FOLA» – Una Roma dalla luce corrusca, che ricorda i quadri capitolini di Corot, e alcuni paesaggi della Sila sono le location di «Freaks out», con le citazioni meta-cinematografiche che si affastellano l’una sull’altra poggiando su un omaggio storico, quello del Berlin Zircus ricostruito a Forte Bravetta per commemorare i settantasette partigiani giustiziati durante l’occupazione nazista tra il 1943 e il 1944.
L’attenzione ai dettagli alla Steven Spielberg (vedi il cubo con la svastica o il pianoforte a coda a forma d’ala
cromata) si unisce al culto del mostruoso del migliore Guillermo del Toro («La Forma dell’Acqua») e se Fellini fa sentire ancora una volta la propria indelebile eredità, è la diversità come valore a ricordare il cinema secondo Tim Burton: siamo lontani da «Freaks» (1932) di Browning che ne maledisse la carriera perché troppo in anticipo sui tempi, ma le citazioni musicali dei Radiohead e dei Guns n’ Roses ammiccano al Troisi di «Non ci resta che piangere», quando canticchiava i Beatles a un’incantevole Amanda Sandrelli, mentre la battaglia finale rievoca il tarantiniano «Inglourious Basterds».
Nella mota variopinta di citazioni non si può non riconoscere il mondo dei supereroi (più X-man che Marvel), la commedia picaresca italiana (vedi il Monicelli de «L’Armata Brancaleone»), e un certo gusto per il fumetto, non solo d’autore, che non può abbandonare lo stile registico di un cinema dai confini «mai netti».

L’IMPERFEZIONE DEL BAROCCO – Il termine barocco, di genesi posteriore rispetto al periodo storico di riferimento, sembrerebbe derivare dallo spagnolo «barrueco» (o dal portoghese «barroço») e cioè dalla perla barocca o scaramozza, una perla, naturale o coltivata, di forma così indefinita (né sferica, né semisferica, né a bottone, a goccia o ovale) da essere chiamata «a fantasia».
Nonostante il Barocco abbia finito col ricomprendere (visto l’ampio arco temporale coperto) artisti di differente se non antitetica ispirazione, nell’immaginario collettivo tale vocabolo è tuttora sinonimo di eccessivo, smodato, esagerato, e tradisce un’accezione quasi sempre negativa.
Freaks out è a pieno merito un film barocco poiché la contaminazione di generi crea un amalgama assolutamente affascinante proprio nella sua imperfezione: Max Mazzotta, nei panni de «Il Gobbo», partigiano deforme dall’accento cosentino che guida una falange di ardimentosi in una selva che ricorda la foresta di Sherwood è sicuramente grottesco, così come è improbabile l’inseguimento a cavallo d’un treno in corsa e volutamente onirico l’episodio del cannone che mette in salvo i protagonisti dalla ferocia nazista, ma l’impalpabilità della perla consente una manipolazione infinita (di significati e significanti).
È vero che al circo ognuno ha i propri numeri preferiti ma la sua bellezza risiede proprio nell’impossibilità di
skippare da un contenuto all’altro, per abbracciarne la follia nella sua totalità.

FREAKS ON A LEASH (TITOLI DI CODA) – La seconda pellicola di Mainetti è troppo lunga, la prima parte è sensazionale, il centro si sfalda e il finale sfuma nel fumettone, l’ambiguità di Israel non è funzionale alla trama e la scena della battaglia, nelle intenzioni dell’autore punta di diamante dell’opera, mostra i limiti low budget di un vestito scenico sino ad allora impeccabile (come i combattimenti palindromi di «Tenet», che sfiorano involontariamente il ridicolo); inoltre, il tentativo di narrare la Storia in chiave favolistica, non propriamente originale (vedi «La Vita è Bella»), rischia di trasformare il film in un manicheo elogio all’inclusività in salsa filo-semita.
Eppure, nonostante o forse grazie a questi pregevoli difetti, «Freaks out» mette insieme così tanti volti del cinema da meritare il plauso corale di chi da tempo aspetta(va) non un film impegnato ma impegnativo, un evento in grado di dividere per la sua qualità e per le sue scelte e non per la scia, più o meno condivisibile, d’un facile successo.
L’ardente sound design del fuoco che abita Matilde, nella sua pastosa e artigianale scorza, è la passione che anima Mainetti mentre tiene il suo mostro al guinzaglio fra nostalgie neorealiste e meraviglie marvelliane, assoluto e solo occasionalmente sfiorato dalla Storia poiché, come scrive Michele Mari nel suo folgorante «Di bestia in bestia», una bestia «è» e non conosce congiuntivi né condizionali.

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