Il contrario della verità non è la menzogna ma la finzione

da | Nov 5, 2021 | MONDOVISIONE

                                 

Una delle caratteristiche del cinema del Nuovo Millennio, del cinema più intelligente del Nuovo Millennio, è la (con)fusione fra realtà e finzione, spesso dal punto di vista figurativo, a volte anche sul piano narrativo (quella che nel Novecento si definiva meta-narrazione); ma questa ibridazione, da non confondere con la contaminazione che è mera confusione di generi, è il risultato di una scelta consapevole che fotografa quella che potremo chiamare «una crisi di realtà», o si tratta semplicemente di povertà di spunti per la definitiva affermazione di quello che Bernhard definiva «pensiero del pensiero»?

In «Reality», realtà e finzione si attraversano come flussi di corrente di diverse temperature al di sotto del pelo d’acqua narrativo la cui piattezza è data dall’abilità registica di Matteo Garrone: la storia (finta) nasce da un episodio (vero) e la parabola del protagonista lo spingerà a percepire la realtà del Grande Fratello non solo come l’unica verità accettabile ma anche come la sola in grado di generare valori simbolici.

È in crisi il principio di rappresentazione (vedi «Las Meninas» di Velazquez), o siamo noi a desiderare la copia di un originale ormai smarrito?

TRAMA

Luciano, pescivendolo della periferia napoletana, entra in contatto col patinato mondo del Grande Fratello e dopo un primo provino sostenuto (e passato) nella squallida cornice di un centro commerciale, viene chiamato a Cinecittà per un secondo colloquio: è l’inizio di un’ossessione che lo spingerà a mettere in discussione i propri affetti, il lavoro e persino la Fede, pur di entrare nella «Casa» e nelle case degli italiani.

Sorta d’involontario (e mefistofelico) Lucignolo sarà Enzo, apparizione mediatica in grado di restare nell’arena del GF per più di cento giorni ed ora ospite stagionale di discoteche, matrimoni e inaugurazioni. Col suo slogan buono per ogni contesto (Never give up), Enzo fluttua sul povero Luciano dapprima su un elicottero destinato a chissà quale appuntamento, quindi, agganciato al cavo d’un club come un grottesco Deus ex Machina; per poterci parlare il Nostro sarà costretto ad infilarsi nei cunicoli che conducono ai bagni del locale dove il suo idolo lo rassicurerà (insultandolo).

Il finale, lungamente ragionato da Garrone, crea una metafisica sospensione che non si risolve nella classica critica sociale, ricordandoci quanto la bolla del GF (nel 2012 molto più potente, ma tuttora ben radicata nei nostri palinsesti) sia fenomeno trasversale in grado di sedurre intellettuali blasé, arrampicatori sociali, attori rampanti in cerca di remunerative scorciatoie e … pescivendoli in crisi di coscienza.

ATTRAVERSO LO SPECCHIO

La macchina da presa riproduce immagini, lo specchio crea doppi: in questa moltiplicazione (uno, nessuno e cento media) non è la grandezza a interessare Enzo, e nemmeno la ricchezza, ma un successo assoluto e irrevocabile, l’assunzione da semplice sottoproletario, costretto per sopravvivere a un’innocua truffa con la moglie, a divinità dell’etere immortalata non per un’abilità specifica e nemmeno circonfusa dell’ambigua luce della cronaca nera, ma ritratta nell’ozio come nell’Olimpo pagano.

Il piano sequenza iniziale, strumento che Garrone userà spesso in «Reality», e le feroci soggettive sul volto di Luciano raccontano drammaturgicamente l’emergerne della mania mentre le sfocate figure alle sue spalle, che nella mente distorta del protagonista divengono emissari del GF pronti a registrare la bontà di ogni suo gesto, i simboli sgranati di una paranoia ubiqua e totalizzante.

Il vero Grande fratello ha abbandonato la Casa e tallona un suo possibile partecipante che inizia a donare ai poveri mobili e cianfrusaglie e ad offrire loro pasti e sconti sulla piccola truffa in atto, tutto pur di essere ripescato: la follia si chiude nel cerchio imperfetto del narcisismo autodistruttivo, quando Luciano ricreerà nell’armadio di casa un piccolo confessionale.

Aniello Arena, arrestato come camorrista nel 91 e detenuto in un carcere di massima sicurezza con la pena dell’ergastolo, fu notato dal regista che con suo padre era andato a vedere uno spettacolo della compagnia in cui recitava (Compagnia della Fortezza); colpitone dalla forza attoriale lo volle come protagonista di Reality appoggiandosi al carcere di Secondigliano, dove l’attore ha soggiornato durante le riprese.

La vicenda è liberamente ispirata al cognato del regista, anche lui pescivendolo, che tentò inutilmente la scalata al Grande Fratello, e che ha poi collaborato alla sceneggiatura (apparendo anche in un breve cameo).

DALLA POST-VERITÁ ALLA POST-REALTÁ

Raccontare la realtà come una favola e ogni favola come se fosse reale è la cifra stilistica di un Garrone più interessato alle ossessioni individuali che al cinema di denuncia sociale (in questo simile a Ferreri) al punto di doversi quasi sempre appoggiare alla cronaca (Dogman; Primo Amore; L’Imbalsamatore) ed ora con «Reality» all’autobiografia.

La finzione in cui Luciano sprofonda è evidenziata dai colori saturi (volutamente fiabeschi) e persino dal quartiere in cui vive che sembra la quinta teatrale d’una commedia di De Filippo, per non parlare poi del set cinematografico in cui penetra una volta raggiunto il proprio obiettivo (in senso fotografico); la follia del pescivendolo di Garrone è quella del Don Chisciotte di Cervantes, perché questi sa di combattere contro i mulini a vento, così come il povero Luciano conosce la deliberata finzione del GF ed è proprio perché ne sospetta la vacuità che vuole aderirvi.

Luciano non vuole essere visto, ma sparire nel Vuoto iper-illuminato della «Casa», dimenticarsi di sé e restare, come nell’afasico epilogo, un voyeur per niente divertito dalla volgarità che osserva; lo testimonia la grottesca risata finale che suddivide l’umanità nella triste dicotomia fra chi guarda e chi è guardato.

Nemmeno la religione, coi Cristi di gesso iperreali e l’imprescindibile (e partenopeo) culto mariano, può niente contro la vocazione del protagonista che diserta una veglia pasquale al Colosseo preferendo al Papa il chiocciare notturno delle starlette del GF: quando i nostri simboli finiscono col somigliarci troppo è la fine della tragedia e l’esordio del dramma.

Nell’era digitale, che complice il lockdown ha trasformato ogni casa nella «Casa» di un pervasivo e tumorale Grande Fratello, la post-realtà è fatta di cose incompiute(r).

Germano Innocenti

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