Dossier scuola: croce (e)dilizia (terza parte)

da | Ott 28, 2021 | IN PRIMO PIANO

Da sempre si discute sul divario di rendimento scolastico fra il Centro-Nord e il Sud (Isole comprese); i recenti test Invalsi hanno confermato il gap, lieve per ciò che concerne la primaria, significativo nelle scuole secondarie (soprattutto ai licei) e, sebbene qualche autorevole giornalista abbia cercato di attribuire una responsabilità parziale alle famiglie meridionali, evidenze empiriche scagionano i genitori del Sud da qualsiasi influenza (almeno in senso endemico); resta un fatto che qualsiasi test, sia di apprendimento che di comprensione (in particolare in matematica), certifichi una nazione divisa in due dal punto di vista didattico.
Senza addentrarsi nelle cause di tale dualismo, che possono essere molteplici e correlate, avanziamo l’ipotesi che un’edilizia a scartamento ridotto possa aver influito sia sull’impegno dei docenti che sulla resa dei discenti, visto che non solo al Meridione si studia meno e peggio (tranne significative eccezioni), ma le differenze si fanno consistenti anche all’interno dello stesso istituto.

SPECULAZIONE E SPEREQUAZIONE – In una nazione con una fitta densità sismica, e con un abuso edilizio pari solo alla propria vocazione al condono, ci si aspetterebbe una particolare attenzione verso la costruzione e manutenzione degli edifici scolastici ma non è così: in Italia solo il 42,1% delle scuole può vantare un certificato di agibilità e il 47,6% un collaudo statico, mentre soltanto il 55,9% del patrimonio edilizio scolastico è in possesso del certificato di prevenzione degli incendi (che dal DM 26/08/1992 avrebbe dovuto coprire l’intero corpus entro il 1997, e che nel 2021, nonostante i tanti fondi investiti, è presente solo in poco più della metà degli istituti nazionali).

La sperequazione fra Nord e Sud, robusta in ogni parametro, diviene abissale in materia di lotta alle barriere architettoniche (89% al Nord e 48,6% al Sud) mentre, per ciò che concerne la disciplina antisismica, solo il 39% degli edifici ha passato la verifica di vulnerabilità e sono l’8,8% le scuole site in zona 1 (di cui solo il 20,2% progettate, o adeguate, alla normativa antisismica) e il 32,6% quelle ricomprese in zona 2 (di cui solo il 10,6% progettato, o adeguato, alla normativa antisismica); l’ultima proroga per la verifica di vulnerabilità sismica (tranne la deroga per i comuni del Centro Italia che hanno subito i terremoti del 2016/2017) è al 31/12/2021 ma, visti i numeri, è legittimo dubitare di un adeguamento nazionale in pochi mesi.

La manutenzione, che si declina nella diagnostica dei solai per prevenire i crolli (23,8%) e nella relativa messa in sicurezza (13,9%), si suddivide in straordinaria (51,9% negli ultimi 5 anni) e in edifici che necessitano di interventi urgenti (29,2%, che diviene un inquietante 63,2% nelle Isole): nonostante aumentino gli stanziamenti, diminuisce la capacità di spesa nazionale e il consueto divario Nord/Sud si fa concettuale visto che al Settentrione si predilige la manutenzione ordinaria, mentre al Sud quella straordinaria.

EFFICIENZA, SPAZI E SMALTIMENTO – Quando si parla di risparmio ed efficienza energetica s’intende rendere le scuole meno energivore e più capaci di sfruttare le rinnovabili. In Italia gli edifici con una certificazione energetica sono solo il 24% (6% in classe energetica A, il resto in classi E, F, G) mentre quelli che negli ultimi 5 anni hanno subito interventi di efficientamento sono solo il 15%, anche se si è trattato essenzialmente di sostituzione di vetri e serramenti, isolamento di coperture e/o parti esterne e installazione di caldaie a condensazione. Le scuole con impianti di energia rinnovabile sono scese dal 18,1% al 16,7% nel 2021, con un 69% di fotovoltaico, 34,8% di solare termico, 1,2 % di impianti a geotermia e 1,2 % di impianti a biomassa: la copertura dei consumi da fonti rinnovabili sul piano nazionale raggiunge attualmente il 37,5%, dato davvero non entusiasmante in termini di ecosostenibilità.

Sotto la pandemia le attività motorie sono state fortemente penalizzate dalla mancanza di spazi indoor (che garantissero il distanziamento) e dalla scelta di molte scuole di adibire ad aule le palestre: sono il 48,9% in Italia gli edifici scolastici provvisti di impianti sportivi (68,9% indoor, 6,9% outdoor, 24,2% con entrambe le opzioni), il che vuol dire che un bambino su due, che non abbia la possibilità di svolgere attività fisiche extrascolastiche, finisce col non farle proprio.

Per ciò che concerne i trasporti pubblici, il 65% dei Comuni durante la pandemia ha adottato misure specifiche come incrementare i mezzi (35,4%) o ampliare le fasce orarie per il trasporto scolastico (30,4%) ma, restando nella tassonomia, siamo appena al 20,7% di scuolabus, 5% di pedibus e l’11,8% di servizi di linea; si potrebbe fare davvero molto di più sul piano della mobilità casa-scuola sostenibile (sia per la qualità dell’aria che per l’autonomia dei ragazzi) incrementando la progettazione partecipata delle scuole, o migliorando la sicurezza antistante gli edifici con attraversamenti pedonali (al momento al 72,7%), aree sosta per auto (55,6%), piste ciclabili (15,3%), rastrelliere bici (37,6%), semafori pedonali (8,3%) e transenne parapedonali (9,7%).

Si è già parlato del tempo pieno e della necessità di incentivarlo (al momento siamo fermi al 32% circa), ma un particolare riguardo meriterebbero anche i progetti educativi nelle scuole (68,4%) e quelli extrascolastici per gli under 14 (47,1%) che, nel primo caso prevedono 9,40 euro di investimento in media a studente, e nel secondo solo 5, 00 euro (fanno eccezione alcune eccellenze, tra le quali primeggia Reggio Emilia coi suoi 250 euro d’investimento medio pro capite, ma la città emiliana è da sempre meta d’elezione didattico-pedagogica).

L’unico dato in cui non solo l’Italia non sfigura ma non rileva nemmeno un’eccessiva sperequazione fra Nord e Sud, è (non a caso) il cibo: nel Belpaese sono il 61,2% delle scuole a disporre di una mensa e quasi tutti i Comuni prevedono nei bandi d’appalto la stagionalità degli alimenti e dei menu alternativi per motivi religiosi o culturali.

L’89% delle mense prevede la somministrazione di pasti biologici (in particolare a Bari, Benevento, L’Aquila, Rimini e Taranto si arriva addirittura al 100%); l’82,4% adotta dei criteri ecologici nelle procedure di acquisto dei beni (GPP); il 64% destina il recupero del cibo non somministrato ad apposite associazioni no profit; l’81% utilizza prodotti a km0; l’85,3% si serve di cibi DOP/IGP (33% come fruizione diretta nei pasti).

Partendo dal presupposto che anche in termini di raccolta differenziata gli edifici scolastici nazionali non se la cavano affatto male (dall’80,9% della plastica al 645 dell’alluminio, non si scende mai sotto quest’ultima percentuale) e nonostante un 4% delle scuole debba ancora bonificare l’amianto, e uno 0,2% il radon, la diapositiva che ci consegna lo studio di Legambiente è quella di un paese che non deve solo spendere di più ma spendere meglio, in termini sia di costruzione che di manutenzione, tagliando i tempi, spingendo sulle rinnovabili e puntando, con una governance che rispetti le peculiarità nostrane ma punti a un pragmatismo di matrice anglosassone, a una concezione di «scuola totale» in cui il distacco (sincronico e diacronico) fra cittadino e studente si livelli e in cui le innovazioni (anche digitali) si affermino per volontà programmatica e non ipso facto a causa di tragedie (dalla pandemia alle cicliche contrazioni sismiche che fanno dell’Appenino la faglia di Sant’Andrea italiana).

Tutto questo è possibile perché doveroso e doveroso perché possibile.

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