Dossier scuola: croce (e)dilizia

da | Ott 25, 2021 | IN PRIMO PIANO

Come emerge dal «XXI Rapporto sulla qualità dell’edilizia scolastica e dei servizi», indagine di Legambiente
sull’ecosistema scuola, diffuso di recente come da tradizione (visto che il varo di tali ricerche risale al 2000), la situazione «strutturale» del panorama edilizio scolastico non è delle migliori.
Su un campione di 6156 edifici, relativi alle città capoluogo di provincia, è risultato un 58% di scuole senza
agibilità, un 87% sotto la classe energetica C, un 41% sito in aree sismiche 1 e 2 e solo poco più del 30%
costruito con tecniche antisismiche; inoltre, un edificio su due non dispone né di mense né di palestre e in ben 145 scuole (con una frequenza media di 28 500 studenti al giorno), siamo ancora in presenza di amianto non bonificato.

DATI E STIME – In Italia sono il 29,2% gli edifici scolastici che necessitano di interventi di manutenzione urgente ma una fotografia più rappresentativa del sistema scuola ci è data non dalle stime nazionali ma dai particolarismi: al Sud la media sale al 31%, con una spesa per edificio di 41 mila euro (al Nord siamo a 71 mila), mentre nelle Isole ci assestiamo sul 63% (con una spesa media di 5 500euro).
Quest’ultimo, preoccupante, dato diviene esiziale se si pensa che quest’insulare 63% è tutto situato in zone
sismiche 1 e 2, e che solo una sua piccolissima parte (6,3% contro il 41% nazionale) è adeguato alla normativa antisismica (la media statale, per quanto ancora bassa, è comunque al 30,8%).
Al netto di speculazioni demagogiche e lontani dalla dittatura flessibile del politicamente corretto, il dato con la maggiore eco(sostenibilità), mediatica e non, e cioè l’efficientamento energetico, seziona la penisola in tre realtà completamente differenti: il 19% degli edifici del Centro-Nord ha un buon coefficiente di efficientamento energetico, nelle Isole si passa a un drammatico 9,3% e al Meridione il dramma si evolve in tragedia con un irrisorio 2,4%.
Quando si parla di edilizia si parla anche di aree prossime alle scuole (o endogene), come le aree verdi o gli spazi adibiti ad attività sportive: nel primo caso il divario fra Nord e Sud è sesquipedale con un netto 80% del Settentrione contro un misero 25% del Meridione (Isole comprese), mentre per ciò che concerne le palestre, interne o esterne, il Nord profila un 50% di edifici che ne sono in possesso, al Centro si scende al 40%, mentre il Sud vanta un buon 45%, e le Isole 35%.
In base alla stima eseguita dal recente rapporto della Fondazione Agnelli (ce ne siamo occupati nei nostri
precedenti articoli), occorrerebbero circa duecento miliardi per ristrutturare e rendere competitivo il sistema scuola Italia, e in quest’ottica i 6,8 miliardi previsti per l’edilizia scolastica dal PNRR servirebbero solo per gli interventi più urgenti.
Abbandonando per un attimo la sterile eziologia sul divario Nord/Sud, già da una prima occhiata al Rapporto di Legambiente si intuisce che l’intera nazione si candida, da un punto di vista didattico-educativo, a divenire il Mezzogiorno d’Europa, se i fondi non verranno spesi con una governance intelligente e lungimirante.
Rifare il manto stradale invece di tappezzarlo, non cedere corsie autostradali all’incuria (e collusione) politica, non arrendersi all’eterna cantieristica di un paese incapace di progettare, e pensare, in grande ma ripartire proprio dalla scuola come spazio fisico in grado di costruire, riedificandosi, il futuro di una nazione.

INEFFICENZE – Distillare soluzioni dal macero dei dati è il compito più difficile, ma necessario, di ogni analista, così cercheremo di stilare una lista di criticità che possano istituire un decalogo, più pragmatico che ideologico:

1) Ripartendo dal PNRR e dai soldi stanziati per l’edilizia scolastica, in Italia sono circa 40 000 gli edifici
che necessitano di interventi di manutenzione (ordinaria o straordinaria) e dei soldi spesi finora in tal
senso, suddivisi tra l’altro in ben sei linee di finanziamento per un totale di 3,4 miliardi di euro, solo 6457
progetti hanno potuto usufruire; componendo una banale proporzione, anche una mente non molto
allenata in matematica capirebbe che la liquidità drenata dal PNRR coprirebbe solo 13 000 dei 40 000
interventi di cui la nazione ha bisogno;

2) Un terzo degli interventi finanziati finora ha riguardato la ristrutturazione e messa in regola di edifici
vetusti, laddove è risaputo (è il mantra ufficioso di tutti gli esperti di infrastrutture scolastiche) che per
avere scuole più efficienti la soluzione migliore sarebbe quella di demolire e ricostruire. I tre cardini da
cui ripartire dovrebbero essere:
a) La messa in sicurezza sismica;
b) L’efficientamento;
c) Le nuove edificazioni.

Gli interventi di adeguamento sismico hanno raggiunto nell’ultimo anno la «vertiginosa» cifra del 16%,
quelli di efficientamento appena l’11% e le nuove costruzioni il 10%.
Se l’inferno è lastricato di buone intenzioni quello dell’edilizia scolastica ha risparmiato sui materiali.

3) Bisogna ridurre il divario tra i progetti finanziati e quelli conclusi (quindi fra importi stanziati e
rimborsati): fra il 2014 e il 2020 solo un terzo degli interventi previsti sono stati conclusi, e fra l’importo
stanziato e quello finanziato si è perso un miliardo di euro;

4) Ridurre i tempi dei lavori è un’indispensabile priorità: ad oggi siamo a una media di 300 giorni a
progetto, dall’anno e mezzo della Campania ai cinque mesi dell’Emilia-Romagna (partendo dal
presupposto che in Campania si è operata la scelta politica di eseguire pochi interventi importanti,
mentre in Emilia si è agito sul patrimonio edilizio in maniera diffusa e meno radicale;

5) Mappare i bisogni attraverso l’anagrafe dell’edilizia scolastica, che va continuamente aggiornata;

6) Programmare gli interventi secondo una scala di priorità che parta dall’efficientamento energetico e dalla
messa in sicurezza;

7) Sostenere le strutture tecniche delle amministrazioni che sono indietro nel reperire fondi e nella capacità
progettuale.

8) Semplificare accesso e gestione delle linee di finanziamento.

Sul piano dell’edilizia scolastica, l’analisi della liquidità versata in Italia, somiglia sempre di più a quella delle sue risorse idriche: un capolavoro, più o meno conscio, di dispersione.

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