Filosofia negli istituti tecnici: vezzo ideologico o proposta concreta?

da | Ott 14, 2021 | SUI BANCHI DI SCUOLA

Già nel suo discorso d’insediamento Mario Draghi aveva parlato dell’importanza di potenziare gli istituti tecnici in Italia, realtà poco più che sperimentale nonostante impieghi l’80% dei suoi diplomati, e la recente proposta del Ministro Bianchi, e cioè quella di insegnare filosofia negli Its e negli istituti professionali, sembra seguire le direttive del Primo Ministro.
Non si tratta di una novità, né dal punto di vista storico né dal punto di vista politico: negli Anni Settanta il
filosofo e pedagogista statunitense Mattew Lipman, sedotto dal pragmatismo di Dewey, aveva elaborato il
Programma «P4C» (Philosophy for Children) che puntava a diffondere l’insegnamento della filosofia fra i più
giovani, a partire dalle elementari, ma non col classico approccio verticale e storiografico, bensì con un docente- facilitatore inserito in una sorta di comunità di ricerca, tesa più a sviluppare gli strumenti logici che non il nozionismo.
LA FILOSOFIA NELLE SCUOLE EUROPEE – In Francia, dove la filosofia si insegna già in tutte le ultime classi, sia dei licei che degli istituti tecnici, a partire dal prossimo anno lo sarà anche negli istituti professionali (o voie pro), con un approccio tematico fondato su 17 nozioni base: l’arte; la felicità; la coscienza; il dovere; lo Stato; l’inconscio; la giustizia; il linguaggio; la libertà; la natura; la ragione; la religione; la scienza; la tecnica; il tempo; il lavoro e la verità.
Poco abituati ai testi scritti, gli studenti delle voie pro hanno sviluppato, affianco all’endemica (ed errata)
convinzione di non essere particolarmente intelligenti, un pensiero divergente che attraverso il metodo socratico, fondato più sul dialogo e sul ragionamento, che non su astratte strutture di pensiero, può condurli alla maturazione di un metodo critico trasversale.
In Germania (terra in cui la pratica filosofica dovrebbe per tradizione esercitarsi quotidianamente, come le arti marziali in Estremo Oriente), la filosofia si studia partendo dalle quattro domande kantiane:

1) Cosa posso sapere?
2) Cosa devo fare?
3) Cosa posso sperare?
4) Cos’è l’uomo?

L’approccio didattico della filosofia teutonica è circolare e si fonda su concreti problemi di realtà, che spaziano dall’approfondimento all’attualità, e che non prevedono risposte certe ma una dilatazione dei punti di vista: il cardine di un simile metodo è la certezza che ogni ragazzo, a prescindere dal tipo di scuola frequentata, possieda sin dalle primarie il livello di astrazione adatto a consentirgli di formulare le giuste domande a seconda delle criticità, e che non è ripetendo le medesime lezioni, o recuperando quelle perse, che la sua mente si evolverà.
IN ITALIA – Nel nostro paese l’idea di estendere l’insegnamento della filosofia al di fuori dei licei risale addirittura al 1992, con la Commissione Brocca, successivamente fu la volta della Commissione dei 44 saggi di Luigi Berlinguer (1997), e poi dei Protocolli d’Intesa fra il ministro dell’Istruzione e la Società Filosofica Italiana (2001-2011), quindi nel 2017 dal Documento ministeriale sugli orientamenti per l’apprendimento della filosofia.
Di recente (2019) un duo d’insegnanti di liceo (Ferrari/Terravecchia) hanno lanciato un Manifesto per la Filosofia sottoscritto da molti docenti universitari, ma in generale queste iniziative, culturalmente apprezzabili, sono rimaste lettera morta, e andrebbero invece riprese e valorizzate partendo dal presupposto che i più grandi filosofi erano anche ottimi matematici, e che la maggior parte delle prospettive digitali aperte dall’Infosfera richiedono una notevole elasticità mentale per contestualizzarne la portata etica.
Tale know-how può e deve derivare soltanto dalla filosofia, intesa come cassetta degli attrezzi del reale e non
come semplice Storia della Filosofia. Per ora, comunque, l’estensione della filosofia al di fuori del sacro recinto liceale non è fra gli interventi previsti dal Recovery Plan, ma il progetto «Inventio», che coinvolge innumerevoli associazioni legate alle università di Bologna e Perugia, e che si propone di istituire una rete nazionale di scuole tecniche e professionali in intimità con la filosofia, è un primo passo concreto per ottenere due obiettivi:

1) Arricchire l’offerta formativa di questi percorsi didattici in modo che, oltre alla necessaria preparazione
tecnica, i ragazzi posseggano la trasversalità utile ad orientarsi in un mondo del lavoro in continua
evoluzione, sviluppando una dialettica di gruppo, la capacità di affrontare la complessità e di immaginare
soluzioni;
2) Frenare il crollo delle iscrizioni agli Its e agli istituti professionali, che portano un’impresa italiana su tre a
non reperire il personale qualificato che le occorre; ma se da un lato, ingolosire l’offerta formativa
aggiungendo al paniere la filosofia può essere accattivante, dall’altro spendere bene i fondi erogati per
l’edilizia scolastica migliorando la qualità dei laboratori tecnici è altrettanto inevitabile, se si vuole restare
competitivi sul piano internazionale.

CONCLUSIONE – Allineato alla prospettiva europea e statunitense, il filosofo e politico Massimo Cacciari ha voluto sottolineare la differenza fra studio della filosofia e studio degli elementi logici, dichiarandosi però contrario alla proposta del Ministro Bianchi, giudicandola fuori contesto in un ordinamento che andrebbe rivisto nel suo complesso.
In linea con la filosofia di Lipman, Umberto Galimberti non si è limitato invece a obliterare la proposta del
portavoce di Viale Trastevere, ma ha anche affermato che la filosofia andrebbe insegnata persino alle scuole
primarie; il gruppo Filosofia Futura ha accolto con entusiasmo l’estensione della filosofia agli Istituti Tecnici,
rilanciando su un potenziamento del suo insegnamento anche nel biennio dei licei.
Nel dualismo fra chi ritiene la proposta del Ministro Bianchi valida, in quanto tecnica e filosofia non solo
possano ma debbano procedere in parallelo, e chi invece preferirebbe potenziare gli insegnamenti già in corso negli Its e negli istituti professionali (e i relativi laboratori), torna in mente la metafora di Socrate, secondo cui il filosofo non possiede un sapere specifico ma un sapere critico e, al pari di un vasaio che utilizzi le nocche per sondare se un vaso sia o meno di vero bronzo, egli stabilisce attraverso il dialogo la coerenza e la non contraddizione di ogni ragionamento.

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