Dalla parte di Schwa

da | Ott 12, 2021 | SUI BANCHI DI SCUOLA

Ha fatto molto discutere la bocciatura da parte dell’Accademia della Crusca dell’utilizzo dello schwa come segno del linguaggio inclusivo e simbolo di una convivenza delle differenze che estenda a tutti il diritto di cittadinanza nella propria lingua. Ma analizziamo nel dettaglio di cosa si tratta.

FONOLOGIA

Per «scevà» (dal tedesco Schwa, a sua volta derivativo dell’ebraico shĕwa), in linguistica e fonologia si intende una vocale centrale media, che nell’alfabeto fonetico internazionale (I.F.A.) si rende col simbolo ə. Tradotto proprio dall’ebraico, sta per «insignificante» o «nulla», e corrisponde a un niqqud (o segno vocalico) scritto con due punti verticali sotto le consonanti, e può indicare sia una vocale debole che l’assenza di vocale.

NELLE LINGUE

Lo scevà è molto diffuso nella lingua inglese (ad esempio in vocaboli come apart, pencil, circus, liar, dinner, favour), mentre l’inglese americano ne ammette una versione rotica (better); in italiano invece è usato soprattutto nella lingua napoletana (ad esempio «mammeta», e cioè «tua madre») e nei dialetti meridionali intermedi, come quello lucano o barese, prima di arrivare ai dialetti meridionali estremi.

Lo scevà si trova anche nel dialetto piemontese, dov’è conosciuto come «terza vocale» ed è utilizzato maggiormente per gli articoli e le preposizioni, ma se ne trova traccia anche nell’emiliano e nel pavese (dove il suo suono è leggermente più aperto, come nel catalano). Le altre lingue europee che lo includono sono il bulgaro, lo sloveno, l’olandese ma anche l’albanese e il rumeno.

INCLUSIVITÁ

Già presente nel dibattito sulla lingua inclusiva da qualche anno, lo scevà ha un suono che corrisponde al mormorio di perplessità di quando non sappiamo rispondere a una domanda (lingua «a riposo»); negli ultimi tempi la sua introduzione è stata suggerita (fra i tanti anche dalla linguista Vera Gheno, che ne è diventata provocatoriamente l’involontaria testimonial) per sfuggire alla moltitudine mista (ad esempio: un saluto a tutte e tutti), in quanto questa espressione, non solo per la comunità LGBT+, tradirebbe una rappresentazione binaria della realtà escludendo chi non si sente di appartenere né al genere femminile né a quello maschile.

Inizialmente si è scelto di utilizzare dei segni della tastiera come l’x, la @, l’, il _, la u, la y o la æ, poiché nonostante la percentuale dei dissidenti di genere (linguisticamente parlando) rappresenti appena l’1% mondiale, quando si parla di differenze ognuna di esse può e deve avere lo stesso peso, se parliamo di persone che non sanno come rivolgersi a sé stesse quando scrivono.

A ben guardare, il termine «inclusività» ricrea una forma velata di indiscriminazione poiché ci suddivide in «normali» e «divergenti», partendo da una società normocentrica che toglie agentività ai secondi, concedendo in modo ottriato quello che dovrebbe essere un diritto di base; ha molto più senso la definizione di Fabrizio Acanfora (Convivenza delle differenze) che riprende involontariamente la bellissima declinazione che Don Tonino Bello diede quarant’anni fa della «convivialità delle differenze», visto che tutti siamo differenti allo stesso modo e dobbiamo fare i conti con le differenze degli altri, a prescindere dal tasso di rilevanza demografica della propria minoranza.

Nelle altre lingue si è ovviato a questo problema di genere (grammaticale e politico) nei modi più diversi: in inglese col singular they, in America Latina col Latin x, in spagnolo col muchach@s o todes, in svedese (lingua relativamente giovane e quindi più aperta a nuove ibridazioni) con l’invenzione del pronome Hen: genericamente ogni democrazia si sta interrogando su come rappresentare linguisticamente dei segmenti che acquisiscono sempre più peso culturale e significanza sociale, al di là di strumentalizzazioni politiche o grottesche parodie.

PRO E CONTRO

Perché lo schwa?

  1. A differenza di tutti gli altri segni di interpunzione visti, ha una pronuncia;
  2. Non è mai stato usato per nessun genere mentre, ad esempio la u in alcuni dialetti è un super-maschile;
  3. È un suono indistinto per un genere indistinto, non stona e si nota poco;
  4. È esotico, quasi hipster.

Contra Schwa:

  1. È un suono alieno all’inventario fonetico dell’italiano standard;
  2. Non è stato presente in quasi nessuna tastiera di pc o smartphone, anche se di recente si sono attrezzati sia I Phone che Android;
  3. È abilista, quindi crea problemi sia coi dislessici che con gli anziani;
  4. È ageista, comporta una certa abilità;
  5. Utilizzarlo significa modificare la morfologia dell’italiano e non limitarsi a creare dei nuovi sostantivi, ma questo avverrà solo se in maniera spontanea la maggioranza della popolazione deciderà di adottarlo, rifuggendone l’alone gender-complottista: per ora una casa editrice (EFFEQU) lo sta utilizzando per i suoi saggi, Zerocalcare l’ha impiegato in un suo fumetto e la pubblicità se ne sta appropriando con la classica voracità a-critica mentre un’amministrazione locale di Castelfranco Emilia l’ha adottato ma solo per la campagna social.

Intuitivamente prendiamo in prestito l’idea di Luca Boschetto, il quale sostiene che lo schwa seduca in quanto si pone, graficamente e come suono, proprio a metà strada fra la A e la O, che definiscono i due generi biologici cui apparteniamo.

STORIA

Nel 1821 il linguista tedesco Johan Andreas Schmeller, mentre compilava una grammatica del tedesco bavarese, usò lo schwa come simbolo che indicasse una vocale molto breve; lo stesso fece l’esperto di fonetica Alexander John Ellis (inglese) che se ne servì per definire una vocale indistinta presente nella lingua inglese.

Grazie a questi due contributi pioneristici, lo schwa venne inserito, a fine Ottocento, nell’alfabeto fonetico internazionale, ma in quegli stessi anni il celebre linguista svizzero Ferdinand de Saussure ipotizzò che l’indoeuropeo avesse un’unica vocale indistinta, pronunciata con la gola strozzata, che identificò con lo schwa, da cui ogni lingua avrebbe poi sviluppato in maniera autonoma le vocali oggi conosciute: è la teoria delle laringali, che indaga la parte della gola che si pensa coinvolta nella produzione delle vocali primitive.

CRUSCA

L’Accademia della Crusca (in particolare Paolo d’Achille che ha firmato la sentenza) ha bocciato l’utilizzo non solo dello schwa ma anche della u o dell’asterisco: «lo schwa è una soluzione meno praticabile dell’asterisco […] per le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe fra i dislessici […] non è usato come grafema neppure nelle lingue che, a differenza dell’italiano, lo prevedono nel loro sistema fonologico […] non ne esiste la versione maiuscola e rovesciandolo si determinerebbe un ulteriore artificio […] nel parlato, inteso come repertorio dell’italiano standard, non esiste. Lo schwa opacizza spesso la differenza di numero, al punto che c’è chi ha ipotizzato di ricorrere allo schwa plurale utilizzando il 3, che si confonderebbe però con la sua stessa cifra».

Per la Crusca il dibattito è ideologico e, se è giusto evitare il sessismo linguistico, non si deve forzare la lingua: in questo senso, sesso biologico e identità di genere sono cose ben diverse dal genere grammaticale, tenendo sempre conto che l’italiano non possiede il neutro. La soluzione ipotizzata dagli accademici, per venire linguisticamente incontro al gender fluid, potrebbe essere quella di continuare a usare il maschile plurale, non come prevaricazione del maschile, ma solo come convenzione grammaticale.

Siamo tutti d’accordo?

O tuttə (?)

Germano Innocenti

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