Dall’immunità di gregge alle classi pollaio: per una zootecnìa della scuola italiana

da | Ott 4, 2021 | IN CATTEDRA

Mentre il rientro a scuola riattiva le critiche per il sovraffollamento dei trasporti pubblici, l’annosa questione delle classi pollaio (che raggiunge un elevatissimo punteggio nell’ipotetica classifica delle strumentalizzazioni politiche) sembra ormai un fenomeno di costume, come le tare paesaggistiche di taluni litorali, la collusione negli appalti e gli abusi edilizi; eppure è un fatto storico (un ossimoro per gli antistoricisti) che le attuali percentuali sul sovraffollamento scolastico siano invariate rispetto al finire degli anni Cinquanta, nonostante il decremento demografico, anche a causa di una riduzione degli edifici scolastici quasi del 50%.

Un recente Dossier di Tuttoscuola («Classi pollaio, ora basta!») disponibile in Rete, ci aggiorna sui dati: in Italia, attualmente, sono quasi 14 000 le classi pollaio, quelle che contengono dai 27 ai 40 alunni, con 2000 scuole e 400000 studenti coinvolti, al primo anno di superiori rappresentano il 15 % del totale (nei licei scientifici una classe su quattro), e raggiungono la vertiginosa cifra di 25 000 gli insegnanti costretti ad operare in simili condizioni.

Nell’anno scolastico 2020/21 le più interessate al fenomeno sono state le scuole superiori, con 9974 classi pollaio e 587 istituti coinvolti: a primeggiare in questa triste graduatoria, i licei scientifici, forse perché negli ultimi anni sono in aumento le domande per questo tipo di scuola (pensare che al Newton di Roma 22 classi su 46 hanno più di 27 studenti), seguono i licei classici, gli ex istituti magistrali e gli istituti tecnici (con l’aggravante che qui non si può entrare nei laboratori in più di 15 alla volta, per ovvie ragioni di sicurezza) e infine gli istituti professionali.

La piaga resta cronica nei primi due anni e si attenua negli ultimi tre grazie (si fa per dire) a bocciature e abbandoni, ma il punto sembrerebbe non solo la scarsità dei fondi erogati (22 milioni annui contro i 300 stimati necessari), ma anche l’immobilità nei criteri di composizione delle classi.

CRITERI DI COMPOSIZIONE

Il DPR n. 81 del 2009 stabilisce in modo lapidario la ripartizione per aula a seconda del grado:

  1. Massimo 26 alunni, per le scuole dell’infanzia e nelle primarie, ma si può giungere a 27 se ci sono resti nella distribuzione degli studenti per classe;
  2. Massimo 27 alunni, per le scuole secondarie di primo grado, ma elevabile a 28;
  3. Massimo 30 alunni, per le scuole secondarie di secondo grado.

Se ci sono classi che accolgono studenti diversamente abili, il tetto massimo è di 20 unità, e per le aule delle scuole secondarie di secondo grado, il tetto minimo di costituzione è 27: ne consegue che alla periferia dell’impero, o in impervie località montane, si chiudono o (non si aprono proprio) classi da quindici, com’è accaduto di recente ad un liceo di Atri (Abruzzo), che avendo ricevuto domande da 47 famiglie, non ha potuto formare due classi da 23, costringendo a migrare altrove gli studenti in esubero.

Resta infine l’anomalia sancita da un decreto del Ministero dell’Interno, risalente al 1992, che fissa a 26 il tetto massimo di studenti, in ottemperanza delle norme antincendio.

CRITICITÁ

Saldando all’analisi del Dossier le opinioni degli addetti ai lavori, possiamo rilevare alcune significative criticità:

  1. Non basta ridurre il numero di alunni per classe per migliorare la qualità dell’insegnamento: serve elevare la formazione professionale dei docenti, creare degli adeguati modelli pedagogico-organizzativi ma anche il giusto clima sociale e culturale nelle scuole. Agli opposti estremi di tale pol(l)arizzazione, ci sono le classi con quindici elementi che funzionano comunque male per inadempienze strutturali e didattiche, e quelle cinesi da cinquanta che invece filano a meraviglia, grazie all’endemico (e supino) rispetto per l’autorità imposto ai discenti dalle famiglie e dal regime politico;
  2. Molti fondi sono stati spesi male o non sono stati spesi: due esempi sono i soldi erogati per la strumentazione digitale, non sempre sfruttati per la mancanza di una corretta innovazione metodologica, e i fondi PON Estate che, soprattutto al Meridione, sono finiti in un buco nero per l’assenza di disponibilità, da parte della maggioranza degli insegnanti, a fermarsi per svolgere attività dopo la scuola;
  3. C’è stata una mancanza di formazione capillare per i docenti sulla Dad, e un inquietante numero di ore perse (sia in presenza che a distanza) soprattutto al Sud (Tuttoscuola l’ha definita «Scuola diminuita»);
  4. Una delle concause delle classi pollaio è (stata) l’aumento di domande ricevute dagli istituti virtuosi, costretti a rifiutarne una gran parte per evitare il sovrannumero (scelta ancor più imbarazzante se riferita alla scuola dell’obbligo), laddove dovrebbero essere gli Enti Locali a mettere a disposizione dei locali aggiuntivi per le proprie eccellenze didattiche;
  5. È ovviamente didascalico (ma mai superfluo) ribadire che a subire i maggiori effetti collaterali delle aule pollaio sono gli studenti più fragili (BES e DSA), che più degli altri necessitano di percorsi individualizzati.

BIANCHI

Intervenendo sulla questione, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha innanzitutto operato una correzione semantica ripudiando l’espressione «classi pollaio» a favore della più politicamente corretta «classi soprannumerate», per poi scaricare buona parte della responsabilità sugli Enti Locali, che hanno ricevuto 270 milioni per l’edilizia leggera; pur tuttavia il portavoce di Viale Trastevere ha ammesso la necessità di «ridisegnare gli spazi scolastici» e, anche se i dati forniti dal Miur sulle classi poll…soprannumerate divergono di un punto percentuale rispetto al Dossier di Tuttoscuola, si è mostrato favorevole alla possibilità di un aumento ragionato dell’organico docente, e a una revisione della normativa Gelmini sui criteri di composizione delle classi, concludendo che se i licei scientifici registrano il primato di sovrannumero, quello di localizzazione territoriale va agli istituti tecnici delle grandi periferie urbane.

POSSIBILI SCENARI

Ma quali potrebbero essere le soluzioni per ovviare al problema delle classi pollaio?

  1. Definire un piano strutturale di lungo periodo, smettendola di accontentarsi di soluzioni temporanee (altro mantra italiano, come trasformare in tabelloni pubblicitari le impalcature di restauri ormai perenni);
  2. Rivedere i parametri di formazione delle classi fissati dal DPR 81/2009 (ad esempio prevedendo in modo chiaro, anche per la scuola secondaria di secondo grado, il numero minimo di studenti per costituire un’aula);
  3. Costruire nuove scuole sul modello di veri e propri «campus», funzionali a metodologie didattiche innovative, eco-friendly e con open space e aule più spaziose;
  4. mappare in modo meticoloso tutte le aule pollaio del territorio;
  5. aumentare il numero di classi per lavorare su piccoli gruppi di apprendimento eterogenei, ridotti e variabili, con l’accesso a piani di studio personalizzati, tramite percorsi didattici individualizzati che aiutino a riconoscere e sviluppare tutti i tipi di intelligenza.

Proprio la pandemia, che con la didattica a distanza ha varato l’istruzione nell’Etere, ha evidenziato la necessità della scuola come spazio fisico, contenitore emotivo e ambito di formazione non seriale: il futuro dell’insegnamento non può determinarsi tramite slogan aziendali o catene di montaggio digitali, dove il principio di prestazione trionfi e il pensiero binario schiacci quello divergente, le sponsorizzazioni non devono invadere gli ambiti educativo-istituzionali e la scuola, più che diminuita, dovrebbe essere una realtà aumentata.

Germano Innocenti

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